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Italia dall'estero


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...come ci vede la stampa estera
Aggiornato: 21 min 48 sec fa

Un’acrobazia, un gioco tattico

Lun, 06/09/2010 - 08:09

[Der Bund]


Il destino del governo italiano è nelle mani di Fini. Con il suo discorso di ieri a Mirabello tiene in scacco Berlusconi e lo fa stare sulle spine.

Un discorso lungo quasi un’ora e mezza ha tenuto impegnata la politica italiana. Domenica sera l’ex fascista Gianfranco Fini ha dichiarato apertamente ad un vasto pubblico e alla presenza di molte televisioni i suoi pensieri e le sue intenzioni dopo la spettacolare rottura dal suo alleato di lunga data Silvio Berlusconi

E questo per la prima volta dallo scorso 29 luglio, quando il premier lo ha escluso dal partito che hanno creato insieme: “Il Popolo della libertà non esiste più”, ha detto Fini, presidente della camera dei deputati, davanti a 10’000 spettatori sulla piazza del paesino emiliano di Mirabello, paese natale di sua madre e tradizionale luogo di raduno della destra neo e in seguito postfascista. Doveva essere un discorso interamente politico, così come piace all’oratore Fini : una raffinatezza squisitamente tattica.

Accusa di stalinismo

Fini ha descritto la sua espulsione come „un atto autoritario e illiberale – nello stile del peggior stalinismo“. Berlusconi lo ha buttato fuori, per comandare, anziché per governare, per atteggiarsi da CEO e per ricevere solo applausi: ” Berlusconi non ha capito, che non ha davanti a sé un popolo di sudditi, bensì un popolo di cittadini maggiorenni.” E in aggiunta : “Il parlamento non è una dependance dell’esecutivo”. In poche parole: Fini ha esposto un lungo pamphlet contro la gestione politica del primo ministro e di tanto in tanto ha aggiunto asprezza nel suo discorso, come ci si aspetta piuttosto dalla sinistra.

Tuttavia Fini non rompe subito con Berlusconi, cosa che probabilmente farebbe piacere a quest’ultimo per fare chiarezza e stigmatizzarlo quale traditore. Fini tiene sulle spine Berlusconi molto di più in questo modo, gioca sui tempi, gli propone un nuovo accordo sulla giustizia e gli detta condizioni per l’appoggio dei suoi 34 deputati, senza il cui voto il governo cadrebbe alle prossime elezioni.

Palese critica

Punto per punto, riforma su riforma. “Noi andiamo avanti”, ha detto Fini, “restiamo fedeli ai nostri elettori, sicuramente noi. Vogliamo far rinascere il vero spirito del Popolo delle Libertà, questo grande partito nazionale, popolare e conservatore”. Nessuno gli può rimproverare, di stare cercando di creare delle alleanze alternative. Non lo sta facendo, non è un traditore.

Ciò vuol dire che: Fini e i Finiani si opporranno apertamente e con forza ad ogni proposta di legge, che non sarà di loro gradimento, che colpirà il senso della legalità e della morale, in tal modo vogliono profilarsi come fautori di una destra politica, morale e moderna. In prima linea saranno boicottate tutte quelle leggi, che avranno il sentore di servire gli interessi privati di Berlusconi nei suoi processi, anziché essere utili al popolo. Le “leggi esistono per tutelare i più deboli, non i più forti”, ha detto Fini. Anche la Lega Nord lo tiene in scacco. Umberto Bossi annuncia, che così si potrà discutere meglio sul federalismo. “Tuttavia le riforme devono riguardare l’intero paese”. Altrimenti non c’è la maggiornaza.

Toni patriottici

Il nordista Fini è forte soprattutto al centro e al sud. Nei prossimi mesi si mostrerà molto più forte di un lobbista del sud, per rafforzare la rete del suo nascente partito Futuro e Libertà. Probabilmente cercherà anche di avvicinarsi al mondo dell’economia, che si riconosce sempre meno nella destra. Ma ha bisogno di tempo. Elezioni anticipate, come Berlusconi sta annunciando, per punire l’alleato ribelle e prevenire un eventuale sentenza, arriverebbero troppo presto per Fini. Deve ancora emanciparsi completamente dal padrone, sbarazzarsi dell’immagine di eterno Vice.

E’ una danza sulla corda, un gioco tattico. Niente piace più a Berlusconi, che essere riconosciuto come la persona da cui si esige eterna riconoscenza. Egli tenterà anche, di provocare presto la scissione. Fini però sbircia sulla sua eredità politica, la leadership all’interno della destra italiana.

Il suo discorso a Mirabello inizia e finisce con l’inno italiano “Fratelli d’Italia” di Goffredo Mameli. Come se l’entrata in scena richiedesse una cornice efficace e riconosciuta anche a livello istituzionale.

[Articolo originale "Ein Seiltanz, ein taktisches Spiel" di Oliver Meiler]

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Robinho, il nuovo acchiappavoti di Berlusconi

Ven, 03/09/2010 - 19:30

[Terra Magazine]


Nonostante tutti i problemi che sta affrontando – la crisi del suo partito in seguito alla lite con l´ex amico e alleato Gianfranco Fini, una situazione economica difficilissima, la decisione dell´ex moglie di non accettare l´offerta per gli alimenti (300 mila euro mensili) dopo il divorzio, solo per citare gli episodi piú recenti – il capo del governo italiano Silvio Berlusconi è felice ed eccitato. È l´effetto dell´acquisto di due giocatori per la sua squadra, il Milan. L´arrivo di Robinho e Ibraimovich tra i rossoneri non solo darà buone possibilità di mettere fine alla dittatura dell´Inter – l´altra squadra di Milano – nel campionato italiano. Ma può anche significare un´altra vittoria elettorale.

Luigi Crespi, che fino a 7 anni fa era il principale sondaggista di Berlusconi – il quale ha sempre fatto molto affidamento sui sondaggi – afferma che nel 2001 gli fu commissionato uno studio dal quale emerse che il Milan e Berlusconi erano visti dall´opinione pubblica come la stessa cosa. Ancora oggi, secondo Crespi, questa equazione funziona: se il Milan perde Berlusconi perde; e se il Milan vince il suo proprietario esce vittorioso da qualsiasi elezione. Secondo il sondaggista è molto più pericolosa la contestazione dei tifosi che le critiche del presidente della Camera Fini.

Tanto che Crespi pochi mesi fa condusse una ricerca, questa volta non commissionata da Berlusconi (con il quale ha litigato), ma che continua a seguire da vicino dato che lavora per un buon numero di ministri del suo governo. Il risultato fu sorprendente. La situazione precaria del Milan nel campionato italiano potrebbe avere conseguenze gravi sul gradimento politico di Berlusconi. Il capo del governo potrebbe perdere tra il 20 e il 25% dei milanisti che votano il suo Popolo della Libertà. In termini elettorali, ciò vorrebbe dire una perdita di 2 punti percentuali a livello nazionale.

Berlusconi è euforico perchè è convinto che l´arrivo dei due campioni, il brasiliano Robinho e lo svedese Ibraimovich, possa rilanciare le possibilità del Milan e del PDL, più che qualsiasi altra cosa nella campagna elettorale anticipata, visto che è già quasi sicuro che le elezioni si terranno a marzo dell´anno prossimo. Dimostrerà così ancora una volta che la vecchissima strategia inventata da Giulio Cesare (non il calciatore) del “panem et circenses”, funziona sempre. Nonostante la disoccupazione, la stagnazione dell´economia, e la crescita quasi nulla del PIL, se il Milan tornerà a vincere tutto andrà per il verso giusto grazie a Robinho, Pato, Ronaldinho e Ibraimovich.

[Articolo originale "Robinho, o novo cabo eleitoral de Berlusconi" di Vera Gonçalves de Araújo]

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Gheddafi e Unicredit scatenano polemiche

Mer, 01/09/2010 - 01:09

[Wirtschaftsblatt]


La controversa visita del dittatore libico Muammar Gheddafi a Roma alimenta polemiche circa il ruolo degli investitori libici nella Unicredit, madre di Austria Bank.

Hanno scatenato polemiche le voci secondo le quali gli investitori libici, in seguito alla visita di Gheddafi a Roma, intendono aumentare la loro partecipazione a Unicredit dal sette al dieci per cento. I libici sono già senza dubbio i principali azionisti della banca del nord Italia.

Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha detto che il governo Berlusconi garantisce la “piena trasparenza” su tutti gli investimenti libici in Italia. Il Ministero degli Esteri avrebbe istituito un apposito comitato strategico per controllare il ruolo dei fondi statali stranieri nell’economia italiana. “Vogliamo assicurare procedure trasparenti che siano conformi alle norme internazionali. E’ quello che abbiamo fatto con i fondi statali del Qatar e del Kuwait e lo faremo anche con quelli della Libia”, ha detto Frattini. Il governo Berlusconi mantiene relazioni molto amichevoli con Gheddafi, con il quale il Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi due anni fa ha sottoscritto un trattato di amicizia.

Secondo la Consob, l’organismo di controllo della Borsa di Milano, la Libyan Investment Authority (LIA) ha acquisito nelle ultime settimane una quota del 2,075 per cento di Unicredit. La Banca Centrale Libica detiene già una partecipazione del 4,98 per cento nella banca italiana. In questo modo i libici, con il loro 7 per cento, diventano il principale azionista di Unicredit. L’organismo di controllo della Borsa vuole verificare che i libici non violino la normativa sulla limitazione dei diritti di voto. Gli statuti di Unicredit prevedono un limite dei voti del cinque per cento.

Gli investitori stranieri in questo momento hanno un ruolo importante nelle banche italiane. Il Fondo Statale Aabar – controllato dall’Emirato di Abu Dhabi – a giugno è diventato il secondo azionista della banca italiana con il 4,99 per cento. Il Fondo, che dispone di un patrimonio di circa € 8 miliardi di euro ed è anche il più grande azionista della Daimler, aveva investito per la prima volta nella banca in obbligazioni convertibili in occasione dell’aumento di capitale della Unicredit, nel 2008. Il Fondo di Abu Dhabi ha sostituito la Cassa di Risparmio Fondazione Cariverona come secondo maggiore singolo azionista.

[Articolo originale "Gaddafi und UniCredit - das sorgt nun für Debatten"]

Categorie: Informazione libera

Italia: Gheddafi accusato di sessismo

Lun, 30/08/2010 - 16:22

[Dagens Nyheter]


Muammar Gheddafi riceve critiche di maschilismo durante la sua attuale visita in Italia. Il leader libico ha dato istruzione che alcune centinaia di belle donne, ma non un singolo uomo, ascoltassero la sua lezione sull’islam.

Le signorine chiamate a presenziare alla lezione di domenica scorsa erano alte almeno 170 centimetri, tra i 18 e i 35 anni di età, e preferibilmente con tacchi alti, secondo l’ordine fatto via Hostessweb, una piattaforma internet descritta da parte dei media come un’agenzia di escort.

“Il governo Berlusconi lascia spazio a qualcuno che usa ragazze carine come ornamento mentre fa propaganda”, dice ai media Rosy Bindi, in passato ministro della sanità.

Nel programma di Gheddafi per la sua visita di due giorni in Italia, c’è un pranzo col primo ministro Berlusconi lunedì prossimo.

[Articolo originale "Italien: Khadaffi anklagas för sexism"]

Categorie: Informazione libera

Lo spettacolo del colonnello Gheddafi imbarazza Roma

Lun, 30/08/2010 - 12:49

[L'express]


La visita ufficiale del leader libico viene descritta con numerosi aggettivi dalla stampa italiana: folcloristica, colorita, provocatrice…poco discreta, questo è sicuro.

“L’Islam deve diventare la religione dell’Europa intera”. Con questa frase, il colonnello Mouammar Gheddafi ha fatto furore in Italia, dove è in visita ufficiale da sabato 28 agosto. Aveva appena piantato la sua tenda beduina nel giardino dell’ambasciata di Libia a Roma, la stampa italiana ha rivolto tutta la sua attenzione su di lui “L’Europa deve convertirsi all’Islam” ha titolato la Repubblica, “l’Islam deve diventare la religione dell’Europa” ha scritto la Stampa.

E la Lega del Nord entra in fibrillazione a proposito di “un pericoloso progetto di islamizzazione dell’Europa”. Un parlamentare europeo, membro di questo partito alleato-chiave del governo Berlusconi, ha denunciato la “filosofia del venditore di tappeti” del colonnello Gheddafi, alludendo ai grandi contratti, che sarebbero al centro di questa visita. Con le sue dichiarazioni sull’Islam “l’obiettivo di Gheddafi è di far credere che l’Occidente non ha dignità, che l’Europa pensa solo al denaro”, dichiara inoltre Rocco Buttiglione, presidente del partito cristiano-democratico UDC (opposizione).

Una “frase pronunciata in ambito privato”

Il responsabile della conferenza episcopale italiana per gli affari giuridici, Monsignor Domenico Mogavero, dal canto suo ha avvertito che la Chiesa richiederà a Gheddafi notizie sulle sorti degli immigrati respinti dall’Italia verso la Libia in nome di una clausola del trattato bilaterale di amicizia. Trattato che ha messo fine al contenzioso sul periodo coloniale nel 2008, e di cui il colonnello Gheddafi è appunto venuto a celebrarne il secondo anniversario con il suo amico Silvio Berlusconi. Il dossier sull’immigrazione clandestina era ricomparso nel giugno del 2009, in occasione di una precedente visita del capo libico, per la quale Silvio Berlusconi aveva steso il tappeto rosso.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, ha cercato di smorzare la polemica parlando di “frase pronunciata in ambito privato”. Ma la natura di questa “cerchia privata” non sistema le cose… poichè questa lezione sull’Islam è stata impartita dal colonnello Gheddafi ad un pubblico di 500 ragazze selezionate da un’agenzia di hostess.
Pagate 80 euro ciascuna, potrebbero ricevere un altro regalo, riporta il Corriere della Sera che le ha seguite: “le ragazze che mostreranno interesse durante questo incontro saranno invitate in Libia, per approfondire i differenti aspetti della cultura libica. Per esempio, in settembre, potranno partecipare alle celebrazioni di una festa nazionale”. Di contro, aggiunge il quotidiano italiano, quelle che vorranno fare domande “di tipo giornalistico o politico” saranno pregate di restare in silenzio e non potranno assolutamente andare a Tripoli! Questo non riguarderà sicuramente le ragazze, fotografate dalla Stampa, che sfoggiano un medaglione con la foto del “re dei re africani”.

“L’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi”

La presidentessa del Centro Italiano Femminile, Maria Pia Campanile, ha denunciato lo «spettacolo inaccettabile» di questo “incontro tra il dittatore-sultano libico Gheddafi e un considerevole gruppo di ragazze reclutate da un’agenzia a patto che fossero giovani, belle e mute”. Quanto a Rosy Bindi, vice presidente della Camera dei deputati, ha accusato Silvio Berlusconi di “essere complice dell’umiliazione di queste donne italiane, ma anche del destino che subiscono numerose [donne] disperate nel deserto libico”, mentre farebbe meglio “a informarsi sulle loro condizioni di vita” dal suo amico Gheddafi.

Allora che ne dice il Cavaliere? Ha intenzione, come richiede la sezione italiana di Amnesty International, di rievocare le “gravi violazioni” dei diritti dell’uomo in Libia? Sembrerebbe di no : “Alla fine, tutto questo è solo folclore” ha dichiarato Silvio Berlusconi, senza preoccuparsi e tentando di smorzare la polemica. Tentativo infruttuoso: la fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, presidente della Camera dei deputati, che ha recentemente rotto con Silvio Berlusconi, ha affondato il coltello dichiarando che “l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi”. Il programma dei festeggiamenti italo-libici d’altronde non si è ancora concluso: Silvio Berlusconi accompagnerà il suo amico all’inaugurazione di una mostra fotografica nel pomeriggio di lunedì. Sempre che quest’ultimo abbia terminato il suo giro di acquisti a piazza Navona dove ha già speso 300 euro in anelli da quattro soldi. E, calata la notte, Berlusconi offrirà a Gheddafi l’iftar, il pasto di fine digiuno del ramadan, alla presenza di 800 invitati, dopo una grande parata equestre a cui parteciperanno 30 purosangre berberi e i relativi cavalieri portati in Italia con un aereo speciale da Tripoli.

Grossi contratti in gioco
La stampa ha ricordato l’acquisto di materiale italiano per la difesa [militare] da parte della Libia, che recentemente ha già incrementato la sua presenza nel capitale del gruppo bancario italiano Unicredit. Per l’Italia, il trattato d’amicizia prevede 5 miliardi di dollari di investimenti, come risarcimento della colonizzazione, tra cui un’autostrada litoranea di 1700 km in Libia. E il gruppo ENI ha previsto 25 miliardi di euro di investimenti in Libia, descritta da Paolo Scaroni come “la pupilla dei suoi occhi”. l’Italia oggi è il terzo investitore europeo in Libia.

[Articolo originale "Le show du colonel Kadhafi embarrasse Rome" di Marie Simon]

Categorie: Informazione libera

Il marziano e la luna di miele

Lun, 30/08/2010 - 06:09

[Basler Zeitung]


Sergio Marchionne ha salvato la Fiat. E’stato osannato come un salvatore. Adesso seccato mette l’Italia di fronte allo specchio – e cade in disgrazia.

Anche gli italiani parlano di luna di miele. Una lunga luna di miele durata quasi sei anni che si riduce ad una sottile falce di luna. Si intravede già una crescente oscurità nel firmamento. L’Italia si disamora di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato e salvatore della Fiat un tempo osannato, icona e mito della storia industriale italiana. E fa dietrofront.

Il suo ingresso al meeting estivo del movimento Comunione e Liberazione a Rimini è stata una pubblica testimonianza di un amore disilluso dopo la recente aspra polemica con le maestranze operaie della Fiat dell’Italia meridionale.

Orgoglio ferito e rabbia

E’ stato un rombo di tuono, un misto di orgoglio ferito e rabbia palese, forse il discorso più importante dell’anno in Italia: esposto in maniera monotona, con citazioni di Hegel e Pavese, in gran parte letto. Qui alcune frasi estratte : “In Italia manca la volontà di cambiare, abbiamo paura [del cambiamento]”. – “Non siamo più negli anni sessanta. Non si tratta più di costruire il futuro sulla lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai.” – “La verità è che la Fiat è in passivo solo in un unico paese del mondo e quel paese è l’Italia” – “Trovo assurdo, che le nostre prestazioni vengano apprezzate dappertutto, tranne che in Italia. Non mi aspetto le fanfare ma neanche fischi.”

E ancora: nella competizione mondiale c’è bisogno adesso di „un grosso sforzo collettivo“, per risollevare l’industria automobilistica nazionale, magari di un nuovo patto sociale, più senso di responsabilità, più spirito di sacrificio. Quindi meno scioperi, meno assenze sul lavoro/in fabbrica, meno discorsi – per così dire meno Italia.

Il “buon borghese”

Marchionne si dispera per una nazione che ha lasciato con i suoi genitori all’età di 14 anni, per crescere in Canada e in seguito iniziare una carriera internazionale come severo risanatore: soprattutto in Svizzera. Quando la famiglia Agnelli lo porto’ a Torino nel 2004, a quel tempo si trepidava per la sopravvivenza della Fiat. Il più grande gruppo industriale italiano era in grave pericolo. I debiti erano drammaticamente elevati, la classe dirigente in esubero, i modelli automobilistici senza forza attrattiva. Marchionne ha creato l’inversione di marcia, il miracolo.

Ha parlato spesso di etica sociale, talvolta ha pranzato anche in mensa, ha alleggerito il ruolo dei manager. Ha girato per le fabbriche, ha evitato le stanze secondarie della politica, ha parlato molto e a lungo con le maestranze. Sempre in maglione, suo segno distintivo, con cui si è imposto in contrasto con lo stile di abbigliamento del mondo degli affari. La sinistra lo ha amato. Il comunista Fausto Bertinotti tempo fa ha definito Marchionne “buon borghese”, qualità che una volta era considerata una contraddizione in termini. E’ stato apprezzato anche il suo pragmatismo americano, fortemente in contrasto con l’atteggiamento pseudo aristocratico del vecchio modello di manager.

Solo Obama dice grazie

Ora è tutto diverso. Sergio Marchionne dalla fusione con Chrysler è anche l’amministratore delegato della grande casa automobilistica americana in crisi e divide il suo tempo tra Torino e Detroit. E intanto parla così: come un CEO pendolare di una industria globale. Le maestranze di Melfi e Pomigliano si rivolgono sempre di più a lui, sia a livello provinciale che locale: come risultato di una visione anacronistica del mondo, in cui si ragiona ancora con la lotta di classe, dove la vecchia dialettica domina ancora su tutto. Viceversa in America il suo discorso sul futuro piace persino alla classe operaia. Laggiù sono semplicemente contenti che la Chrysler sia soprattutto ancora sul mercato. Anche il presidente Barack Obama ne è felice. Questi gli ha affidato molto denaro per il risanamento dell’indotto industriale e lo ringrazia pubblicamente.

I diritti dei lavoratori sono un misero resto degli anni sessanta?

In Italia nessuno dice grazie. Marchionne forse ha preteso troppo? Esige dagli operai più sacrifici che dai dirigenti, come gli rinfaccia la sinistra? È giusto ed onesto, che i costi del complessivo adeguamento strutturale siano scaricati necessariamente e principalmente sugli operai? Che ne è dei loro diritti? Sono davvero dei vecchi relitti degli anni sessanta? Come appariranno le nostre società occidentali un domani, quando una parte del benessere sarà erosa?

Si discute di questi problemi ora in Italia. Sono le grandi questioni globali di questo periodo. Tuttavia la politica, che è già molto occupata con le sue crisi interne, non aiuta l’economia a rialzarsi in maniera significativa. Marchionne serve, per così dire, da motore del dibattito, come un turbo. Sebbene affermi incessantemente di non interessarsi a giochetti politici, tutto viene interpretato politicamente. E’ come sempre, quando in Italia un economista muove delle critiche al sistema politico e culturale: la politica rimprovera l’elettore di andare al di là delle proprie competenze, di avere ambizioni, di perseguire i propri interessi. Oppure lo si spinge ad ammettere il proprio colore politico e a scendere in campo – proprio così, come se non non ci fosse altro luogo per la critica.

Troppo audace per l’Italia?

Con Luca Cordero di Montezemolo, patron della Ferrari, è così. Poco tempo fa si è mostrato “deluso” dal bilancio del governo di Silvio Berlusconi, lui stesso una volta un imprenditore e dopo ciò è stato duramente attaccato dal entourage di Berlusconi. Anche Corrado Passera, direttore del gruppo bancario Intesa, che recentemente sul “Corriere della Sera” ha commentato l’italiana lentezza nella realizzazione delle riforme, è stato prontamente messo da parte. Nel caso di Marchionne adesso la stampa italiana si chiede se l’italo-canadese alla fine sia più vicino piuttosto alla destra che alla sinistra, come si è pensato ultimamente. Lo trascinano di qua e di là, raccoglie applausi, interpreta presunte allusioni. Il solito teatrino.

Marchionne ha già minacciato di trasferire all’estero l’intera produzione della Fiat, per esempio in Serbia, se l’Italia non si convince che non si può continuare così, che il mondo si è trasformato, che il cambiamento è necessario. Impellente. Il risanatore minaccia inoltre disgrazie e si dà forse un’impronta troppo audace, troppo autoritaria. La “Repubblica” lo definisce un “marziano”, che non si sente molto a proprio agio nel suo nuovo ruolo di amministratore delegato globale in Italia. I quotidiani avvertono nella sua parlata italiana di nuovo un “accento yankee”. Molto sottile. C’è sempre stato. Solo che al tempo della luna di miele non lo aveva notato nessuno.

[Articolo originale "Der Marsmensch und der Honigmond" di Oliver Meiler]

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Quando la mafia manda SMS in televisione per comunicare

Lun, 23/08/2010 - 14:57

[L'express]


Alcuni capimafia in carcere avevano contatti con l’esterno grazie ad una trasmissione che trasmetteva gli SMS dei telespettatori.

La trasmissione « Quelli che il calcio » potrebbe aver interessato persone al di fuori della cerchia degli amanti del calcio. Alcuni capi mafia in prigione e in regime d’isolamento si sarebbero tenuti al corrente delle attività della loro organizzazione criminale grazie a dei messaggi inviati al programma che trasmetteva SMS in continuazione.

I messaggi in codice scorrevano in basso allo schermo, tra gli incoraggiamenti dei telespettatori italiani ai loro calciatori preferiti. E’ una lettera intercettata, che invitava un boss in galera a guardare il programma e citava un messaggio («Tutto bene. Paolo») che ha messo la pulce nell’orecchio al magistrato Enzo Macrì.

I presentatori affermano di non essere mai stati a conoscenza [di questo sistema].

Il regime di carcere duro imposto ai mafiosi in prigione li ha obbligati a utilizzare tutta la loro immaginazione per comunicare con l’esterno. Così, i bambini fanno spesso da messaggeri. La ‘Ndrangheta aveva addirittura acquistato una radio privata per trasmettere canzoni con messaggi in codice.

Un senatore italiano, Carlo Vizzini ha chiesto che la giustizia faccia luce sull’autorizzazione concessa ai prigionieri di guardare la trasmissione «Quelli che il Calcio»: “Non capisco come mai dei prigionieri sottoposti a così strette condizioni di sorveglianza possano guardare trasmissioni in cui può partecipare il pubblico”. I responsabili del programma hanno dichiarato di essere totalmente estranei alla faccenda.

[Articolo originale "Quand la mafia envoie des SMS à la télévision pour communiquer" di Anne-Laurence Gollion]

Categorie: Informazione libera

Berlusconi: „Prepariamoci a nuove elezioni”

Lun, 23/08/2010 - 02:08

[Der Standard]


Premier: „Non mi faccio intimorire” – Nessun dietrofront sui dieci punti del programma – Bossi si rallegra – I cristiano Democratici: “Restiamo all’opposizione”

„Andare a nuove elezioni è l’unica strada“, ora lo dice anche il Primo ministro italiano Silvio Berlusconi. E chiunque abbia opinioni diverse, si sbaglia: “Chi afferma il contrario, e oltre a ciò evoca inciuci a livello costituzionale, si sbaglia”.

In una lettera aperta ai sostenitori dell’ Homepage del sito Internet del PDL “Promotori della Libertà” (http://www.promotoridellaliberta.it/) Berlusconi si rivolge adesso ai suoi elettori e li prepara a possibili nuove elezioni :”Dopo che alcuni dei nostri parlamentari, i cosiddetti Finiani, si sono staccati, per creare una frangia autonoma in seno al parlamento – un’iniziativa paradossale, se si pensa che sono stati tutti eletti sotto l’egida del “Popolo della Libertà” a firma del “Presidente Berlusconi” – si è resa necessaria, la verifica della maggioranza e della tenuta del nostro governo ( …)”.

Si tratterebbe di riorganizzare il partito e di prepararsi a “qualsiasi eventualità, per esempio anche a nuove elezioni”

„Non mi faccio intimorire”

Mentre la Lega Nord, partner di governo secondo per grandezza, già nel fine settimana ha fatto richiesta di ritorno anticipato alle urne “in ogni caso”, anche il presidente del consiglio non crede più veramente sulla salvezza del suo governo: “Non mi faccio intimorire. Ci stiamo preparando a nuove elezioni, anche imminenti”, riporta il quotidiano “La Stampa” sulla sua pagina Internet del Lunedì.

Berlusconi ha elaborato un programma basato su cinque punti, su cui verrà richiesto il voto di fiducia alla camera in settembre. Il suo governo, dopo il dissidio con il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che si è staccato con 34 deputati dal partito di Berlusconi “Popolo delle Libertà” (PdL), non ha più la maggioranza in seno alla prima camera. Sui cinque punti, tra cui anche la controversa riforma della giustizia, non si intende trattare, dichiara il premier: “Senza una completa unità su tutti i cinque punti, si va alle elezioni”, ha affermato Berlusconi, “ Senza formalismi conformi alla costituzione, i giochi in parlamento diventano antidemocratici”.

„Si“ alla riforma – oppure nuove elelzioni

I fedeli a Fini dovrebbero „accettare tutti i punti programmatici“, ribadisce. La riforma, oltre a riguardare la giustizia, il fisco e il federalismo contiene anche aiuti per il sud Italia oltre a delle misure per la sicurezza del territorio. Riforme che si rendono necessarie per “modernizzare la nazione e colmare le carenze che diventano sempre più evidenti”.

Berlusconi ha reso noto che in seno alla riforma sono comprese la riedizione della legge sull’immunità per le più alte cariche istituzionali, oltre che un’abbreviazione dei tempi di prescrizione per numerosi reati. In tal caso migliaia di processi ancora in corso verrebbero annullati.

La riforma della giustizia, con cui lo schieramento berlusconiano si vuole armare contro i processi per corruzione, è uno dei motivi di contrasto tra il capo del governo e Fini, motivo che ha paralizzato da settimane la vita politica in Italia. Come conseguenza di questa crisi 33 deputati del PdL hanno voltato le spalle e mettendo così in pericolo la maggioranza assoluta nella coalizione della camera dei deputati.

„Ci si deve preparare a qualsiasi eventualità, anche nuove elezioni“

„Nelle prossime settimane sarà evidente la differenza tra coloro che – come noi – desiderano perseguire grandi riforme e quelli che sono soltanto interessati a conservare il potere e a fare carriera”, afferma Berlusconi nel suo appello.

Il leader della lega Nord Umberto Bossi si rallegra alle recenti affermazioni del capo del governo. “Andiamo alle elezioni e spazziamo via tutti”, ha detto Bossi alludendo ai suoi avversari politici. Ad una collaborazione con il nuovo partito di Fini “Futuro e Libertà” Bossi ha risposto con un secco rifiuto, come pure a una collaborazione con il gruppo cristiano democratico UDC. “Silvio mi ha assicurato, che non ci sarà mai alcun tipo di alleanza con l’UDC”. Il leader dell’UDC Pierferdinando Casini ha contrattaccato: “Non so se il caro Umberto abbia preso un colpo di sole o se abbia alzato troppo il gomito, ma può stare tranquillo: restiamo all’opposizione”.

[Articolo originale "Berlusconi: "Bereiten wir uns auf Neuwahlen vor"" di Anna Giulia Fink]

Categorie: Informazione libera

Francesco Cossiga

Mer, 18/08/2010 - 11:10

[The Guardian]


Il Presidente della Repubblica senza peli sulla lingua conosciuto come “il picconatore”

Francesco Cossiga, deceduto all’età di 82 anni per gravi problemi cardiaci, occupò la carica di Presidente della Repubblica Italiana dal 1985 al 1992. Durante i primi cinque anni del suo mandato si comportò come i suoi predecessori, interpretando il ruolo di padre della nazione, assumendo la solennità necessaria oppure rinunciandovi durante le frequenti crisi di governo, quando un passato di intrallazzi alla fine si rivelava utile.
Successivamente, nel 1990, Cossiga cominciò a parlare apertamente: “Che sollievo”, si è confidato in seguito, “quasi come togliersi un sassolino dalla scarpa”. Divenne sarcastico, ironico, polemico, svoltando prima a destra, poi a sinistra, facendosi beffe dei suoi ex colleghi. Divenne noto come “il picconatore”. Qualcuno pensò fosse diventato pazzo.

Cossiga aveva uno scopo preciso. Era convinto che, e gli eventi che seguirono lo dimostrarono, lo sclerotico sistema politico italiano, a lungo rettosi sulla Guerra Fredda, doveva cambiare radicalmente dopo la caduta del Muro di Berlino. Se Cossiga avesse confidato questi presentimenti soltanto alla cerchia stretta della politica, nessuno se ne sarebbe accorto. Decise di rendere tutto pubblico, ma, nel farlo, fu costretto ad abbandonare il linguaggio cauto, codificato e spesso incomprensibile della politica italiana e a prendere in mano il piccone. A lui questo ruolo piaceva, dichiarando alla stampa: “Vi ho dato molto di cui scrivere!”.
Si giustificava dicendo (mentre era Presidente in carica): “In un Paese normale, se un Presidente della Repubblica facesse ciò che faccio io, sarebbe messo da parte immediatamente. Ma siamo in un Paese normale? No! Si muove appena. E io, come Presidente, faccio quel che posso per evidenziare la natura scandalosa di questa anormalità”. E ancora: “In un Paese dove il governo governa e l’opposizione fa l’opposizione, in un Paese con una minore criminalità organizzata, dove i giudici fanno i giudici, i criminali vengono arrestati dalla polizia, i cittadini pagano le tasse …bene, in un Paese così io verrei messo da parte. Ma qui è diverso. E’ il Paese che è impazzito.”

Cossiga nacque in Sardegna, un’isola povera, scarsamente popolata e un tempo nota soprattutto per le pecore e il formaggio; la regione si è resa nondimeno protagonista sfornando una lunga serie di politici: Antonio Gramsci, il Marxista Italiano; Antonio Segni, due volte Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica; ed Enrico Berlinguer, storico segretario del PCI. Come capita spesso, la politica locale è nelle mani di poche famiglie (Berlinguer era il cugino di Cossiga ed entrambi avevano rapporti di parentela con Segni) e tra questi, i migliori e i più determinati riescono a far carriera velocemente, trasferendosi poi nella capitale, in rappresentanza di quelli rimasti dietro.
Cossiga s’iscrisse alla Democrazia Cristiana all’età di 16 anni, si laureò in legge presso l’Università di Sassari all’età di 20 e fu eletto al Parlamento quando aveva 30 anni. Nel 1966, ricoprì la carica di Sottosegretario di Stato alla Difesa nel governo guidato da Aldo Moro e nel 1976 fu il più giovane Ministro degli Interni della storia. Fu una nomina fatidica poiché si trovò a ricoprire quell’incarico nel 1978 quando Aldo Moro, suo amico e protettore nonché architetto del “compromesso storico” con i comunisti, venne rapito dalle Brigate Rosse e ucciso 55 giorni dopo. Moro pregò Cossiga di salvargli la vita accettando di avviare le trattative coi terroristi, ma Cossiga, sostenuto dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, rifiutò qualsiasi trattativa. A posteriori, sono in tanti a riconoscere che quella fu la scelta giusta, ma all’epoca ci furono molte polemiche. In seguito all’affare Moro, Cossiga si dimise, dichiarando di essere “politicamente morto”. La rinascita si verificò quasi immediatamente diventando Presidente del Consiglio per un breve periodo (1979-80). Nel luglio del ‘83 fu eletto Presidente del Senato e, infine, nel 1985, all’età di 57 anni, Presidente della Repubblica, il più giovane fino ad allora. Cossiga era stato, fino a quel momento, un politico per nulla interessante, più o meno sempre al governo. La sua fama era quella di essere così odiato dai dissidenti che il suo nome venne scritto sui muri delle città come “Kossiga” (le due s disegnate come le SS naziste). Come risultato delle esternazioni di Cossiga nel ruolo di Presidente, altre lingue si sciolsero. Andreotti, non certo un amico e uno che possa essere lasciato dietro le quinte, rivelò l’esistenza di una rete segreta, Gladio, fondata sotto gli auspici della NATO per organizzare la resistenza armata anticomunista se mai il Paese “fosse caduto in mano ai rossi”. E venne fuori che Cossiga aveva ricoperto incarichi importanti all’interno dell’organizzazione Gladio. Questo diede ancora adito alle teorie cospirative le quali suggeriscono che i servizi segreti e la Cia ebbero un ruolo nel terrorismo degli anni ‘70 e che in qualche modo Gladio fu coinvolta.

In effetti, alcune fonti (compreso l’ex capo del controspionaggio italiano) sostengono che i servizi segreti americani fossero addirittura a conoscenza della bomba fatta esplodere in Piazza Fontana a Milano nel 1969, episodio per il quale fu accusato l’anarchico Giuseppe Pinelli (l’eroe della commedia di Dario Fo, La morte accidentale di un anarchico), che era stato arrestato e si presume morì “suicida”. Cossiga, pur prendendo le distanze dalle accuse più pesanti, ammise di essere stato coinvolto nelle operazioni della Gladio. Un successivo tentativo di impeachment da parte dei comunisti non ebbe successo. Avendo in seguito ricoperto la carica di Presidente della Repubblica, divenne senatore a vita. E continuò a godersi il suo mutamento da scolorito a colorato vivace. Rivelò che, ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio nel 1980, furono i francesi (e non gli americani oppure il terrorismo domestico) coloro che, mentre inseguivano a distanza ravvicinata un caccia libico MiG, abbatterono in volo un aereo di linea italiano, uccidendo tutti i passeggeri.

Nel novembre del 2007, il Corriere della Sera riporta che Cossiga ha dichiarato che tutti sono a conoscenza del fatto che l’11 settembre fu orchestrato dalla CIA e dal Mossad con “l’aiuto del mondo sionista” con lo scopo di screditare gli arabi. E’ stato, certamente, ironico – eppure ciò non evitò che le sue dichiarazioni fossero diffuse ampiamente su internet. Quando gli chiesero nel 2008 se appoggiava la linea dura di Silvio Berlusconi contro la protesta degli studenti, rispose che lo Stato Italiano, essendo debole, dovrebbe fare quel che fece nel corso degli anni ‘60: infiltrare il movimento, incoraggiarlo a bruciare macchine e negozi, e in seguito, forti dell’appoggio popolare, usare la forza bruta e mandare in ospedale i radicali, assieme ai loro professori. Divenne difficile prenderlo sul serio. Eppure scrisse un libro su Tommaso Moro, quindi forse è vero che si prendeva sul serio.
Sposò Giuseppa Sigurani nel 1960, dalla quale poi divorziò nel 1998. Hanno avuto due figli, Anna Maria, scrittrice, e Giuseppe, attualmente Sottosegretario di Stato alla Difesa nel governo Berlusconi (il primo incarico di suo padre).

* Francesco Cossiga, politico, nato il 26 luglio 1928; scomparso il 17 agosto 2010.

[Articolo originale "Francesco Cossiga obituary" di Donald Sassoon]

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In Basilicata, due terzi dell’acqua pubblica vengono rubati

Mar, 17/08/2010 - 16:18

[Le Temps]


La regione del Mezzogiorno è una delle più sprecone d’Europa. Il governo Berlusconi vuole continuare nella privatizzazione delle società pubbliche.

Non c’è un confine né un segnale stradale. “Stiamo entrando nel Bandito, il quartiere del bandito”, spiega semplicemente, con un sorriso amaro, uno dei geometri dell’Acquedotto Lucano, la società di gestione delle risorse idriche della Basilicata. “Da questo punto in poi, non sappiamo praticamente più dove va l’acqua pubblica. Tra perdite e condotti illegali, sono migliaia i metri cubi che spariscono.”

Su questa collina di fronte a Potenza, il capoluogo assopito di questa regione del Mezzogiorno stretta tra Puglia e Calabria, le piccole case popolari costruite su vecchie fattorie costeggiano qualche villa moderna, alcune delle quali, si dice in città, sarebbero dotate di piscina. Un buon numero di queste costruzioni sono abusive, senza permesso di costruire. Il quartiere del Bandito, così chiamato in memoria dei briganti che, circa un secolo e mezzo fa, vi si erano accampati prima di attaccare i Piemontesi venuti per unificare l’Italia, ha conosciuto il suo splendore dopo il terremoto del 1980, che distrusse una parte della città.

“Bisognava ricostruire”, spiega l’ingegner Michele Folino, specialista dei problemi idrici. “Per incoraggiare la ripresa dell’attività economica attraverso l’edilizia, la gente è stata autorizzata a costruire un po’ dappertutto”. E in qualunque modo. Senza un piano urbanistico né veri e propri controlli. Con, in fin dei conti, dei bilanci idrici che collocano la Basilicata, come l’Italia in generale, tra le zone in Europa con il maggior spreco di acqua. Lo scorso mese, un rapporto del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche consegnato al parlamento italiano stimava la perdita totale di acqua al 37% a livello nazionale.

Forti di questa constatazione, la Confindustria e il governo Berlusconi hanno scelto di continuare nel processo di privatizzazione delle società pubbliche di gestione delle risorse idriche, provocando, nel corso degli ultimi mesi, un’enorme mobilitazione di cittadini che vogliono organizzare un referendum popolare per bloccare questi progetti. Questi ultimi considerano l’acqua un diritto fondamentale e temono che la privatizzazione di un mercato che rappresenta 8 miliardi di euro susciti gli appetiti dei grandi gruppi mondiali, con degli aumenti indiscriminati delle tariffe.

L’anno scorso più di 92 milioni di metri cubi d’acqua sono stati distribuiti dall’Acquedotto Lucano. Solamente 39 milioni sono stati fatturati. Detto chiaro e tondo, il 58% del totale è “evaporato” dai conti della società pubblica creata nel 2003 e controllata dal Consiglio regionale e dai comuni. A Potenza le cifre sono ancora più vertiginose. “Su 14 milioni di metri cubi distribuiti, ne fatturiamo soltanto 5 milioni”, cioè appena il 36%, riconosce il direttore generale Gerardo Marotta. In media, ogni abitante sprecherebbe 450 litri d’acqua al giorno. “Abbiamo ridotto le perdite di quasi un terzo”, sottolinea tuttavia Gerardo Marotta.

Resta il fatto che a Bandito, come in alcune altre periferie di Potenza, le perdite possono ancora superare il 100%. E tutto ciò nel momento stesso in cui, durante certe estati, di fronte alla siccità e alla calura, la regione si vede ancora costretta a razionare l’acqua, o a chiudere l’acquedotto per qualche ora al fine di riempirne le cisterne. Nonostante ciò, a una ventina di chilometri dalla città, le sorgenti non sono praticamente mai a secco. Il Monte Arioso, la cui cima raggiunge più di 1700 metri, è percorso da una trentina di corsi d’acqua che sono sistematicamente e ingegnosamente canalizzati.

“I condotti sono stati costruiti all’inizio degli anni ’20 e funzionano ancora. A questo livello, e fino alla cisterna della città, ci sono poche perdite. Le canalizzazioni si trovano a 2,5 metri di profondità. Se c’è una perdita, ce ne rendiamo conto molto velocemente controllando la pressione. È allora sufficiente percorrere a piedi tutto il tracciato per identificare la perdita e riparare [la canalizzazione]” commenta Gerardo Grippo, responsabile del servizio di manutenzione.

“Chi dice condotto dice perdita”, fa notare Gerardo Marotta, che sottolinea tuttavia che le cosiddette perdite tecniche non superano l’8% su questa parte iniziale dell’acquedotto. “È in seguito, nei centri abitati, con tubi più piccoli, che le perdite si moltiplicano”, continua Gerardo Grippo. Dell’ordine del 20-25%. Tanto più che, nel passato, il denaro versato da Roma e poi dalla Comunità europea è stato utilizzato innanzitutto per costruire nuovi condotti, come desiderato dagli imprenditori edili locali interessati piu’ a compiacere il loro elettorato che ad investire nella manutenzione della rete esistente. Ma, moltiplicando le canalizzazioni, si è anche aumentato il rischio di perdite.

Con l’esaurimento dei finanziamenti pubblici, la Basilicata ha cominciato prendere sul serio la gestione dell’acqua. I paesi che si approvvigionavano direttamente alla sorgente devono ormai pagare l’acqua. La società Acquedotto Lucano è stata creata e si sta impegnando nella modernizzazione della rete. Un accordo innovativo con la regione Puglia, approvigionata idricamente dalla Basilicata, è stato raggiunto e permette di finanziare una parte della manutenzione delle canalizzazioni. “Una volta, quando raccomandavamo un migliore utilizzo dell’acqua e la lotta agli sprechi, ci ridevano in faccia, spiegano Antonio Lanorte e Pietro Fedeli, due responsabili dell’associazione ecologista Legambiente. Oggi, il nostro discorso viene accolto meglio, ma sappiamo che è soprattutto per ragioni economiche. Dal momento che non ci sono più soldi, le collettività locali hanno capito che una buona gestione dell’acqua, come del resto quella dei rifiuti, era necessaria.”

L’acquedotto Lucano si sta impegnando a ridurre le perdite amministrative, in particolare la deviazione d’acqua da parte degli agricoltori o degli abitanti, che rappresenta la parte principale delle perdite totali. Con la complicità dei politici, i contatori sono praticamente tutti installati nelle abitazioni private. È dunque sufficiente installare delle derivazioni illegali appena prima del contatore affinché altri utenti – la maggior parte delle volte parenti che vivono nei paraggi – possano rubare l’acqua pubblica.

“Non possiamo intervenire senza autorizzazione su terreni privati” si lamenta Gerardo Grippo. “Quando c’è una perdita in un condotto illegale, c’è un danno doppio, tecnico e amministrativo.” E aggiunge sorridendo: “Per fortuna ci sono a volte delle lotte nelle famiglie, in particolare al momento di spartire le eredità, che provocano liti e denunce.”

“Nei prossimi anni, cambieremo i contatori e continueremo a ridurre le perdite amministrative”, assicura il direttore dell’Acquedotto Lucano, che fa notare che a Potenza non ci sarà nessuna battaglia per la privatizzazione dell’acqua. L’attuale società è oggetto di consenso e la situazione dell’acqua non è affatto drammatica come in Sicilia dove, per esempio, la penuria di acqua viene organizzata consapevolmente per obbligare gli abitanti a fare ricorso a servizi privati di approvvigionamento camion-cisterne.

“A Potenza, le cose sono già cambiate un po’, i controlli sono aumentati” si rallegra un funzionario della Regione. “Ma come fare ad essere ottimisti? Vede laggiù, a Bandito, tra le ville abusive, troverà anche quelle di ufficiali dei carabinieri o di alti funzionari della città.”

[Articolo originale "En Basilicate, deux tiers de l'eau publique sont volés" di Eric Jozsef]

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Come la stretta mortale di un pitone

Dom, 15/08/2010 - 03:14

[Sydsvenskan]


In Italia le vacanze per la maggior parte della gente iniziano a ferragosto, ovvero l’unica importante festività estiva. Le grandi città chiudono i battenti, mentre diventa impossibile muoversi tra le sdraio dalla meridionale Sicilia fino alla Liguria più a nord, per non parlare della Sardegna, paradiso dei vacanzieri.

Di solito in questo periodo dell’anno c’è secco, sia nell’aria che sui mezzi di comunicazione. Una tipica notizia estiva è saltata fuori un paio di giorni fa, quando a Roma la polizia ha scoperto un’associazione dedita al traffico di stupefacenti, che utilizzava un pitone albino di tre metri come guardiano della partita di cocaina. Così facendo, tenevano alla larga sia possibili ladri, sia la polizia. Minacciavano inoltre col serpente i clienti che non pagavano, tenendo appositamente a digiuno l’animale per renderlo maggiormente aggressivo.

La polizia ha chiamato la Guardia Forestale, che ha saggiamente nutrito il serpente con un pollo. Quando poi il serpente, soddisfatto, si è messo a riposo per digerire, le guardie forestali l’hanno catturato e portato in una gabbia allo zoo della città.

Ma non è solo il mondo della malavita ad essere movimentato, questa estate. Tra le alte sfere del potere c’è il caos, e i politici fanno uso di metodi raffinati per terrorizzarsi a vicenda. Le minacce di rendere pubbliche delle verità scomode sono il trucco preferito dei politici italiani, quando si tratta di lotte per il potere ai massimi livelli. I dossier, le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, e le informazioni su affari poco trasparenti possono diventare pericolosi per una carriera politica, come la stretta mortale di un pitone.

La battaglia è tra Silvio Berlusconi e il suo primo e principale alleato politico, il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. Berlusconi nel 1994 ha ripescato dal ghetto politico Fini e l’allora partito neofascista MSI, invitandoli nella sua coalizione di governo. L’autunno scorso, il partito di Berlusconi Forza Italia e quello di Fini, che nel frattempo aveva cambiato nome in Alleanza Nazionale, sono confluiti nel Popolo della Libertà.

Non c’è voluto molto prima che il partito comune iniziasse a disgregarsi. Fini ha ritenuto che Berlusconi abbia agito in modo troppo arbitrario, e Berlusconi ha ritenuto che Fini sia stato troppo indipendente rispetto alla linea del partito. Fini si è detto favorevole alla cittadinanza italiana agli immigrati, e si è rifiutato di unirsi agli attacchi di Berlusconi contro la magistratura. È anche stato critico verso la proposta di legge sulle limitazioni alle intercettazioni telefoniche e alla libertà di stampa che Berlusconi voleva introdurre forzatamente.

Da questa settimana la battaglia ha raggiunto il suo culmine. Fini si è staccato dal partito, portando con sé un numero di parlamentari sufficiente da mettere a rischio la maggioranza di governo. Verranno indette elezioni anticipate? È finita la favola politica di Berlusconi? Entrambe le domande sono attuali e importanti.

Immediatamente la stampa fedele a Berlusconi è andata a ripescare ogni possibile bassezza di cui Gianfranco Fini si è occupato in segreto, tra cui un losco affare immobiliare, tutte cose a cui gli italiani sono molto sensibili.

Ora Fini e i suoi uomini rispondono, minacciando con rivelazioni su Berlusconi. Cosa si cela dietro l’amicizia col presidente russo Vladimir Putin e col dittatore libico Muammar Gheddafi? E perché è così incrediblmente ansioso di introdurre la legge che proibisce ai media di pubblicare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche?

È una situazione bollente. Il simbolico pitone è ormai al collo del parlamento. Da quale boccone inizierà, Berlusconi o Fini?

[Articolo originale "Som en pytons dödliga famntag" di Kristina Kappelin]

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L’”estate dell’omofobia” in Italia

Ven, 13/08/2010 - 18:45

[The Guardian]


E’ un’estate molto strana in Toscana – gli omosessuali vengono attaccati in spiaggia quando si scambiano effusioni.

Secondo un sondaggio realizzato dalle Poste, che si potrebbe pensare abbiano cose più importanti da fare, i britannici non si considerano più gli stoici come da stereotipo, bensì come gente a cui piace lamentarsi se le cose non vanno come dovrebbero.

Tuttavia, questa settimana, facendo una fila che pareva interminabile al check-in dell’aeroporo di Luton per un volo EasyJet diretto a Pisa, mi ha colpito quanto fosse rilassata la gente.
Chiacchieravano allegremente mentre io ero sulla soglia di un attacco isterico. Ero sicuro di perdere il volo, malgrado fossi arrivato 90 minuti prima della partenza, e non c’era personale a cui rivolgermi per essere rassicurato.

Sono fortunati coloro i quali pare non sentano il bisogno di parlare con qualcun’altro. In qualche modo sanno se ce la faranno o meno ad arrivare alla porta d’imbarco in tempo. Sono anche a conoscenza di tutte le regole e i regolamenti minuziosi della EasyJet – il vantaggio di fare la carta d’imbarco online prima di partire, le restrizioni che regolano cosa puoi portare sull’areo, le esorbitanti sovrattasse che si pagano se uno vuole mandare più di un bagaglio in stiva, e tutti gli altri cavilli escogitati dall’azienda per fare il viaggio più costoso e stressante di quanto ci si aspettasse. E pare che loro non ci facciano troppo caso. Col passare degli anni mi agito di più, ma questo è in parte dovuto al fatto che mi sembra di non sapere tutte le cose che sanno gli altri. Ma come fanno a saperle? E’ questo il mistero.

“L’estate dell’omofobia”

Sono arrivato in Italia e ho appreso dai giornali che quest’estate viene denominata “l’estate dell’omofobia”. Si sono verificati una serie di incidenti in cui alcune persone omosessuali sono state attaccate oppure cacciate dalle spiagge in seguito ad effusioni amorose in pubblico. Nell’ultimo incidente verificatosi a Ostia, vicino Roma, una coppia di uomini è stata costretta a lasciare la spiaggia dopo che i bagnanti si sono lamentati perché questi s’erano baciati sulla bocca. A Torre del Lago vicino Lucca, una cittadina in riva al lago famosa per essere il luogo natìo di Giacomo Puccini, e oggi anche per essere un posto di villeggiatura per omosessuali, un bacio simile tra due uomini ha fatto scattare minacce di multe, e a Cagliari, il capoluogo della Sardegna, la minaccia d’arresto.

A Pesaro sull’Adriatico, residenza estiva del defunto Luciano Pavarotti, due omosessuali che s’erano anche loro baciati, sono stati costretti alla fuga da una pioggia di bottiglie.
A Pescara, in Abruzzo, una donna è stata multata per essersi spalmata della crema solare sul seno nudo, tuttavia non ci sono state casi di proteste contro i baci etero. Paola Concia, la prima parlamentare italiana apertamente lesbica, ha dichiarato: “Come se un bacio diventasse improvvisamene osceno e illegale perché se lo scambiano due persone dello stesso sesso”. Lei e altri attivisti per i diritti degli omosessuali hanno deciso di rispondere organizzando la protesta di massa a suon di baci chiamata “Tanti Baci contro l’intolleranza”.

Un altro parlamentare, Franco Grillini, è il presidente dell’Arcigay, la principale organizzazione per i diritti degli omosessuali, la quale ha organizzato una campagna per ottenere una dichiarazione dal Parlamento in cui si affermi che “l’omofobia è razzismo, puro e semplice, e va punita allo stesso modo”. Il problema principale sembra sia il crescente pregiudizio contro le dimostrazioni d’affetto tra omosessuali e una incrementata prontezza delle autorità nel prendere misure nei loro confronti, a prescindere da un’eventuale violazione di qualsiasi legge.

In Italia, come dappertutto, ci sono leggi contro gli atti osceni in pubblico, ma il baciarsi non viene considerato osceno tranne che agli occhi di qualcuno quando sono due omosessuali a farlo.
Ma come ha scritto un commentatore su La Repubblica, “In quale Paese libero e civilizzato è vietato baciarsi?”.

Lost in Translation

Mi stupisce sempre il mancato miglioramento degli italiani nei loro tentativi di padroneggiare la lingua inglese. Trattandosi di una nazione che dipende fortemente dal turismo, si penserebbe che facciano un minimo di sforzo, e in effetti lo fanno. La maggior parte dei ristoranti forniscono una traduzione inglese dei piatti sui loro menù, l’unico problema è che quasi sempre sono traduzioni scadenti ed esilaranti. Un esempio che mi viene in mente è la traduzione di agnello alla cacciatora come hunstsmanlike lamb.

Qui in Toscana, dove troviamo un emigrato d’origine britannica su quasi ogni collina, non mancherebbero gli esperti a disposizione per aiutare. Ma non vengono mai consultati. C’è sempre in ogni famiglia italiana un adolescente la cui decantata abilità in inglese riempie d’orgoglio i genitori e al quale viene affidata ogni traduzione con risultati che, come si può prevedere, sono infelici. Questo, tuttavia, fa tenerezza ed è più facile da capire rispetto all’esperienza che ho avuto questa settimana mentre prelevavo dei soldi da un bancomat in paese.

Avevo la possibilità di scegliere lingua, e ho scelto l’inglese. Quindi all’atto di inserire la mia carta di credito nella fessura, un messaggio in inglese è comparso sullo schermo che leggeva “Digit your secret code minding not to be seen”. E parliamo di un’importante banca internazionale con succursali a Wall Strett e nella City di Londra. Alquanto strano.

Il caso degli SMS assurdi

Non solo quando scrivono in inglese gli adolescenti italiani usano un gergo incomprensibile. Un telefonino abbandonato in una spiaggia a Cervia, sulla riviera Adriatica, è stato reso inutilizzabile dalla sabbia e dall’acqua marina, ma gli ultimi messaggini che si sono scambiati la proprietaria e il suo fidanzato erano ancora leggibili. Questa settimana un quotidiano nazionale ha chiesto ai lettori se potevano collaborare a decifrarli. “frs è sl xk il ft k lui mha dt k nn tiene + amme mha sorpreso.. k fc? Rx tadb <3", si legge in un messaggio; l’unica parola riconoscibile è “sorpreso”. "kix tadoro<3ps è imp", si legge in un altro. Ho poca esperienza nel campo della scrittura degli adolescenti in Gran Bretagna, ma è mai arrivata ad essere così astrusa?

[Articolo originale "Italy's 'summer of homophobia’" di Alexander Chancellor]

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Mille parole

Gio, 12/08/2010 - 20:11

[Carta Capital]


Anche se non avesse fatto nient´altro, la romana Suso Cecchi D´Amico (1914-2010), deceduta il 31 luglio a 96 anni, meriterebbe di entrare nella storia del cinema per la pungente sequenza finale che scrisse per “Ladri di Biciclette” (1948) di Vittorio De Sica: al termine di una partita di calcio, un disoccupato viene arrestato mentre ruba una bicicletta subendo di fronte al figlio un’umiliazione brutale.

Ma Suso, il cui nome di battesimo era Giovanna, ha fatto molto di più di questo. Per sei decadi ha partecipato alla stesura di oltre cento film, per alcuni dei quali non ha ricevuto il dovuto riconoscimento, come nel caso de La Principessa e il Plebeo di William Wyler e di Caravaggio di Derek Jarman.

Il suo ingresso nel mondo del cinema avvenne in maniera curiosa. Figlia di uno scrittore e di una pittrice, aveva fatto traduzioni e lavorato come segretaria in un ministero fino a quando fu chiamata per la produzione del classico del neorealismo Roma Città Aperta per dare lezioni di bon ton a Maria Michi e di conversazione in inglese a Giovanna Galletti, entrambe attrici del film.

Creativa, versatile e laboriosa, Suso D´Amico lavorò con i principali registi italiani del suo tempo. Scrisse commedie per Monicelli, epici politici per Fracesco Rosi, drammi esistenziali per Antonioni.

La sua collaborazione più proficua fu con Luchino Visconti. A cominciare da Bellissima (1951), partecipò alla stesura di tutti i film del maestro. Sprovvista di vanità, Suso lavorava frequentemente in collaborazione con altri scrittori e diceva che nel cinema “la parola è al servizio dell´immagine”. In pochi lo capirono. Pochi crearono parole e immagini così durature come le sue.

[Articolo originale "Mil palavras" di José Geraldo Couto]

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Claudio Magris: “La politica non è qualcosa per animi sensibili”

Mer, 11/08/2010 - 07:09

[Die Welt]


L’impegno politico ha reso infelice lo scrittore Magris. Di Berlusconi non ha stima, ma non crede nemmeno ad una sua imminente fine.

Quest’estate Claudio Magris è “poeta ospite” del Festival di Salisburgo. Lo scrittore e germanista, classe 1939, non è solo un vivace emblema della sua città natale Trieste, ma anche un precursore del pensiero mitteleuropeo e un impegnato esponente della società civile. Con i suoi saggi, i romanzi ed editoriali, scritti per il “Corriere della sera”, è tra gli intellettuali europei di maggior influenza. Claudio Magris ha ricevuto importanti premi internazionali tra cui nel 2009 il Premio per la Pace assegnatogli dall’editoria tedesca.

Welt Online: Come si sente nel castello Leopoldskron, teatro del Festival di Max Reinhard? Percepisce qualcosa del genius loci o si è volatilizzato nel 1938 con l’avvento delle truppe di Hitler?
Claudio Magris: Generalmente non amo la solitudine dei castelli a cui preferisco le città con i loro caffè e le trattorie. Ma qui è meraviglioso. Nel 1938 è stato distrutto molto ma non Hofmannsthal e Reinhardt. Il pericolo dei luoghi stilizzati sta nel fatto che il genius loci diventa stereotipo. A me piace “leggere” i paesaggi. Qui a Salisburgo è un po’ come a Venezia, molto bello ma un po’ troppo ostentato. In tutte le città che hanno uno ruolo speciale si ha un po’ l’impressione di essere in un museo.

Welt Online: Senta Berger ha brillantemente letto il suo racconto “Lei dunque capirà”, una parafrasi moderna del mito di Orfeo ed Euridice, al Landestheater di Salisburgo. Il pubblico era entusiasta. L’opera tratta anche della morte di sua moglie, la scrittrice Marisa Madieri, nel 1996?
Magris: Naturalmente. Senza questa perdita, la mutilazione della mia vita, non l’avrei mai scritto. Ma Euridice non è il suo ritratto, ha anche caratteristiche che non hanno niente a che vedere con lei. Sicuramente questa storia d’amore è una delle perdite, legata ad un momento molto triste della mia vita. Come sempre quando il dolore è troppo forte diventa in qualche modo paralizzante. Difficilmente si è nobili in queste situazioni. Marisa non ha mai fatto ricadere su di me la paura che aveva. Ero io il vigliacco, ho avuto paura di tutto.

Welt Online: Dal 1994 al 1996 siedeva tra i banchi del parlamento a Roma come senatore eletto della Regione Trieste. E’ vero che non ricoprirebbe più un incarico simile perché tanto non porta a niente?
Magris: No, non ho nessuna simpatia per quei colleghi che come me sono scesi in politica per poi mostrarsi delusi pubblicamente. La politica non è fatta per rendere felici gli animi sensibili. Ci sono cose più importanti: lavoro, scuola, ospedali. Allora ho fatto una scelta contro la mia natura. Prima non avevo mai pensato ad una cosa del genere. La mia piccola arma personale è la scrittura.
Quando è iniziata l’ascesa di Berlusconi mi trovavo in Germania. Quando diversi partiti, dai liberali ai democristiani fino alla sinistra radicale, mi hanno chiesto di candidarmi, io non ne avevo la minima voglia. Ma l’ho dovuto fare, nel senso della morale kantiana. E sì, non sono stato felice soprattutto della rappresentanza. L’ho fatto come un omosessuale che si sposa. Un secondo matrimonio sarebbe stato troppo.

Welt Online: L’avventura politica non è stata anche divertente per lei?
Magris: Sono stato rappresentante di un gruppo politico del quale ero l’unico membro. Nemmeno Trotzki si sarebbe sognato una democrazia così diretta. I partiti, assai diversi tra loro, che insieme mi avevano scelto, non potevano comparire ufficialmente come alleati. I miei amici hanno inventato un nuovo movimento chiamato “Per Trieste, per una nuova Italia”. L’ultimo giorno il grafico non era in grado di collocare tutti i nomi del movimento sulla lista così non è rimasto nient’altro che “Trieste – Magris”, il che suona un po’ ridicolo. Ho vinto perché la destra ha messo in lizza due candidati. Io invece così ero il capo fazione di me stesso e sono stato consultato in situazioni di crisi dal Presidente della Repubblica come è stato fatto con i capi di altri partiti. Una strana situazione, bizzarra.

Welt Online: Avrebbe pensato allora che Berlusconi sarebbe rimasto al governo sino ad oggi? Quale è il segreto della sua durata?
Magris: A parte la sua incredibile capacità di giocare un unico gioco, un gioco nuovo con regole nuove o con nessuna regola, ci sono stati dei cambiamenti della società. Un fenomeno che non riguarda solo l’Italia. Io spero che l’Italia non sia di nuovo all’avanguardia in senso negativo, come un tempo lo fu con il fascismo. La classica borghesia e classe lavoratrice sono scomparse.

Per milioni e milioni di elettori non contano più i valori che noi abbiamo sempre considerato validi. Nemmeno in maniera ipocrita. Un paio di mesi fa facendo zapping in tv ho pensato di aver visto un bravo attore comico, che – molto simile a Berlusconi – gli faceva una parodia quasi esagerata: tra un gruppo di belle giovani ragazze chiese ad una se fosse stata lei ad “avergli toccato il culo”. Ma era davvero lui.

Quando qualcosa che mi sembra impensabile – e non per ragioni morali, come non è per ragioni morali che lei evita di sedersi di fronte a me in mutande – quando qualcosa del genere non rappresenta una specie di antipropaganda parodistica ma piuttosto si tratta di propaganda per qualcuno, allora non capisco più la realtà. Per questo motivo ho addirittura complessi di colpa. Non basta disprezzare certe cose. Mi avesse chiesto nel gennaio del 1994 se Silvio Berlusconi avrebbe mai potuto conquistare il potere, avrei riso. Mi sarebbe sembrato più probabile il colpo di stato di un generale. Questa fondamentale errore di valutazione è stato il nostro sbaglio.

Welt Online: Lei una volta ha usato il termine „la borghesia dei Lumpen” (con “Lumpenproletariat” Marx definiva quel sottoproletariato incapace di coscienza politica, ndt).
Magris: Sì,come il Lumpenproletariat per Marx per Marx incarna gli aspetti negativi e regressivi del proletariato, così questa borghesia non ha più niente a che fare con il liberalismo borghese. Non ci prova nemmeno più a simulare dei valori. Se fossi un antisemita e avessi l’impressione che è meglio tacerlo, sarebbe un segno negativo per me, ma un buon segno per la società. Quando invece non devo temere nessuna difficoltà questo equivale ad un giudizio pessimo sulla società. Già oggi manca una qualsiasi reazione di difesa alla volgarità che lascia totalmente indifferenti.

Welt Online: L’attuale crisi di governo è la fine del sistema Berlusconi?
Magris: Non lo so. Interessante è in ogni modo l’implosione a cui assistiamo. Abbiamo un governo che dispone della più grande maggioranza in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale e la usa anche per modificare la Costituzione, ma viene bloccato dai conflitti interni. L’opposizione è purtroppo nulla. Su questo sono molto pessimista. Io non credo che Berlusconi sia finito.

Welt Online: E’ ottimista sulle sorti dell’Europa?
Magris: Io credo alla parola del filosofo Gramsci: pessimista secondo ragione e ottimista con la volontà. L’Europa è l’unica possibilità per noi. Tutti i nostri problemi sono europei. Faremo qualche passo in avanti ma anche altri passi indietro prima di arrivare allo Stato europeo che io sogno.

[Articolo originale ""Politik ist nichts für zarte Seelen"" di Ulrich Weinzierl]

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L’Italia vende palazzi e spiagge

Lun, 09/08/2010 - 19:08

[Financial Times - Deutschland]


Vi piacerebbe possedere una villa sul lago di Como? O una Chiesa? Approfittatene! Valli, comuni e regioni nella Bella Italia cercano di fare cassa con la vendita di beni statali in cattivo stato o inutilizzati. Valore dichiarato: 3.6 miliardi di euro.

Villa Belinzaghi è un gioiello, che ha già fatto sognare Berlusconi. Chi arriva nei pressi del lago di Como, ha l’impressione che la casa sia circondata da un bosco, i cui alberi svettano fino al cielo. L’edera ricopre i muri della banchina. Dalla terrazza che domina l’edificio, si scorge la penisola di Bellagio. Alle spalle la catena della Grigna, le cui bianche rocce calcaree si riflettono ridenti nel lago.

„Una villa fuori dal comune“ esulta Simona Saladini, il sindaco della splendida Cernobbio. Ne ha tutte le ragioni. Poiché questo capolavoro dovrebbe passare sotto l’amministrazione comunale – e in qualche modo fruttare quattrini.

La Villa assieme a circa 12.000 edifici simili, tra cui caserme, depositi di carburante, pascoli, boschi, strade ferrate e persino chiese sono su una lista pubblicata in Internet. I beni e altre proprietà terriere del valore complessivo di 3.6 miliardi di euro sono elencati come beni demaniali, che considerati capitale dormiente attendono un futuro migliore. E questo futuro sta per nascere adesso. Lo stato italiano è fortemente indebitato. Allo stesso tempo accumula proprietà del valore di miliardi di euro. Così ci sono caserme che occupano luoghi di prestigio, che sono contesi dagli alberghi. Uffici amministrativi occupano palazzi, che potrebbero ospitare studi legali di prestigio. Nel corso degli anni, molti governi hanno tentato senza risultato di vendere tutto ciò. Tuttavia la maggior parte sono decadute a causa dell’opposizione popolare oppure per non chiarite pregiudiziali edilizie ed amministrative. L’ente statale Agenzia del demanio ha alienato nel 2009 beni per un valore di 150 milioni di euro. Oltre a queste gestisce beni del valore di 50 miliardi di euro.

Possono far domanda per aggiudicarseli anche i comuni che hanno programmato la loro riconversione – o progetti finalizzati all’abbattimento del debito pubblico. “I comuni possono migliorare con queste proprietà” dice Luca Antonini, professore di diritto amministrativo a Roma. In qualità di capo di una commissione parlamentare per il federalismo fiscale ha collaborato alla stesura del progetto. Secondo lui non si tratta semplicemente della vendita dei beni demaniali, ma di un amministrazione ottimale.

Per chiarire il senso della nuova legge, Antonini fa un esempio, che è familiare ad ogni italiano: le spiagge. Le spiagge nostrane appartengono sicuramente allo stato, ma sono gestite dalle regioni. Ogni anno qui vi si affollano vacanzieri, che noleggiano ombrelloni e sdraio. Un gigantesco giro d’affari.

Nonostante ciò lo stato sulle concessioni demaniali guadagna solo 100 milioni di euro. Troppo poco si lamentano la Corte dei conti e l’unione europea. “Le regioni riscuoteranno più tasse, se amministreranno autonomamente le proprie casse” afferma Antonini. Quindi presto le imposte per le concessioni confluireranno presto nelle casse regionali.

Antonini promette simili successi nell’efficienza, quando le regioni limitrofe del nord Italia amministreranno il lago di Garda. Oppure comuni che potranno, per modo di dire, possedere vecchi depositi collocati sul territorio comunale. Certo il progetto è di scottante attualità anche dal punto di vista politico.
I rappresentanti politici del partito della autonomia di destra Lega Nord accusano Roma di ruberie. Quindi il partito si preoccupa che possedimenti di particolare significato rientrino in possesso del nord. “Lo stato ha alienato il nostro patrimonio, ora questi ritornano indietro” esulta il capo della Lega Umberto Bossi.

La Lega inoltre non potrebbe far passare direttamente alle regioni la gestione del fiume Po – questo a detta della Lega segna il confine ideale dell’Italia del Nord, tra la Pianura padana e il resto dell’Italia. Comunque fanno parte della lista demaniale anche note zone dolomitiche – tra cui alcune che sono state dichiarate da poco patrimonio dell’umanità. Anche il Lago di Garda sarà tra breve amministrato a livello regionale, purché le regioni limitrofe si accordino su un unico progetto. Che la prestigiosa Villa Belinzaghi verrà venduta, è ancora da vedere. Il sindaco stesso per il momento vorrebbe amministrare la villa – per quale scopo, è chiaro. Tuttavia le richieste dei proprietari non sono note. Così un investitore di Como svela in Tribunale, chi è in realtà il vero padrone. Questa richiesta pubblica ha impedito due anni fa l’acquisto da parte del presidente del consiglio Berlusconi, quando voleva sistemarsi sulle rive del terzo lago d’Italia come vicino del famoso attore George Clooney e dell’imprenditore Richard Branson. Certe vecchie problematiche non si risolveranno solo con i nuovi progetti.

[Articolo originale "Italien verkauft Paläste und Strände" di Andre Tauber]

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Italia, il rettilineo finale del berlusconismo

Lun, 09/08/2010 - 12:22

[Pagina|12]


Berlusconi “capitalista, ladro e contro i migranti”. L’africano che attraversa con un cappello in mano le viuzze che portano a piazza Navona conquista l’adesione immediata dei commercianti italiani che fumano una sigaretta sulla porta d’ingresso dei loro negozi.
In un quartiere meno turistico di Roma, una frase così avrebbe probabilmente incontrato ancor più approvazione. L’Italia affronta il rettilineo finale del berlusconismo. Il Cavaliere ha perso consenso e forza nel gestire casi inauditi di corruzione. Ha perso anche chi, per anni, è stato il suo miglior alleato, Gianfranco Fini, l’uomo che ha saputo trasformare l’eredità fascista in un partito dalla faccia pulita, Alleanza Nazionale, con il quale Berlusconi ha fondato il Popolo delle Libertà, PDL.
Il divorzio si è consumato dieci giorni fa con l’espulsione di Fini dal partito e il successivo ricollocamento dello stesso all’opposizione, come centro di un cosiddetto “terzo polo” che sembra avere molte carte da giocare per sfrattare l’imprevedibile Berlusconi.

Il Cavaliere ha conquistato il potere 16 anni fa spinto dal suo imponente sistema mediatico con l’eterna ed inconclusa promessa di porre fine alla corruzione e alla frammentazione atavica del sistema politico italiano. L’uomo forte che avrebbe dovuto pacificare le galassie di mafia, corporazioni, caste, sindacati, famiglie potenti, clan politici e giudiziari, fronde partitiche, lascia l’Italia nella solita situazione di tragedia grecoromana.

Con una sinistra frantumata dalle divisioni e polverizzata in piccole e grandi formazioni politiche, con il centro e la destra spazzate dall’inchiesta Mani Pulite portata a termine negli anni ’90 dal giudice Antonio Di Pietro, Berlusconi arrivò come Mussolini: con l’idea dell’uomo forteche poteva stabilizzare il paese.
Lo appoggiò la societa, l’elite del cattolicesimo, l’imprenditoria e parte della sinistra socialista che aveva perso tutte le proprie speranze nel fango della corruzione che aveva distrutto lo scomparso Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Per molti italiani negli anni compresi tra il 1994 ed il 2010 si è verificato molto più che un ritorno agli anni ’80. I nomi delle cosche mafiose di quella epoca tornano a circolare, riattualizzati sotto la sigla P3. Questa loggia non sarebbe altro che il seguito della loggia massonica P2 creata negli anni ’80 con uomini politici e membri dei servizi di sicurezza dello Stato, che venne accusata di creare uno Stato dentro lo Stato.

Negli ultimi due mesi Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, è diventato il terzo membro del governo a dover lasciare l’incarico a causa della sua implicazione in casi di corruzione. Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha presentato le sue dimissioni in maggio ed Aldo Brancher, ministro del federalismo, lo ha fatto in luglio. Cosentino, insieme al sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo, rappresenta un caso emblematico della parabola del berlusconismo.

Cosentino e Caliendo figurano tra i membri della loggia massonica P3, tessitori di una vasta rete di influenza che è riuscita far nominare giudici ed alcuni membri del Consiglio Superiore della Magistratura per aggiudicarsi le gare d’appalto. Se Cosentino si è fatto da parte, Caliendo continua ostinatamente a rimanere al governo, fino a passare per il voto di una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni.

Berlusconi e i suoi colonnelli gridano la sua innocenza e accusano i magistrati e la stampa di praticare una “caccia alle streghe”. Però gli scandali si accumulano ad un ritmo vertiginoso. La Banca d’Italia ha rivelato la scorsa settimana di aver scoperto gravi irregolarità nella gestione del Credito Cooperativo Fiorentino, alla cui presidenza vi è Denis Verdini, coordinatore nazionale del partito di Berlusconi, il PDL.

Magistrati, imprenditori, parlamentari, membri della Polizia: nessun settore è escluso dai sospetti e dalle gravi accuse. Addirittura il presidente della Corte d’Appello di Milano era stato contattato per fare pressioni sulla Corte Costituzionale al fine di approvare una legge che risparmiasse a Berlusconi di essere giudicato in tribunale durante l’esercizio del suo mandato.
Il Cavaliere ha mobilitato le truppe del suo partito nel lanciare l’operazione “Per non dimenticare”. L’obiettivo consiste nel “ricordare” alla società italiana tutto quello che Berlusconi ha fatto a partire dal 1994.

Senza dubbio, l’Italia si ritrova in una mare di fatti evidenti: la corruzione e l’inflitrazione delle reti mafiose nell’apparato dello Stato sono una eredità riattualizzata dal berlusconismo. Il conflitto di interessi è un fatto costante, e in un modo o nell’altro, conduce sempre alle attività del presidente del Consiglio.
La torta è grande e va divisa tra vari amici, che si tratti di assegnazioni di gare d’appalto per la ricostruzione de L’Aquila, dei lavori per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unita d’Italia, dello sviluppo dell’energia eolica in Sardegna o, ancor peggio, della profonda ramificazione della mafia calabrese, la ´Ndrangheta, in Lombardia.

Di fronte alla nuova ondata di scandali che travolgono i suoi alleati e sfiorano la sua persona, Berlusconi utilizza le parole che aveva già usato nel 2009 quando la sua vita privata divenne di dominio pubblico per le dichiarazioni di una prostituta. Il Cavaliere aveva parlato di “campagna sporca”, di “tentativo di colpo di Stato”, di “tentativo di destabilizzazione”, di “manipolazioni politiche” e di “giudici comprati dall’opposizione”.
In meno di tre anni la popolarità del fallito unificatore è in caduta libera, passando dal 60% del 2008 all’attuale 40%. L’Italia si è abituata alla corruzione e ai quotidiani tentativi del potere nell’approvare leggi che coprano tutto con il silenzio.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da poco affermato che “l’Italia ha gli anticorpi necessari per fronteggiare la corruzione”. Il mandato di Berlusconi si concluderà nel 2013.

Il copione era scritto fino alla fine di luglio, ma la storia ha cambiato direzione con due colpi consecutivi: la rottura tra Gianfranco Fini e Berlusconi e la mozione di sfiducia contro il sottosegretario alla giustizia.
Il primo ha lasciato Berlusconi senza altro appoggio se non quello xenofobo della Lega Nord. Il secondo ha plasmato una situazione “all’italiana”. Berlusconi ha salvato il suo uomo ed il governo ma si è ritrovato senza la maggioranza necessaria per portare a termine con tranquillità il mandato.
Il centrodestra di Fini ha creato un gruppo dissidente, Futuro e Libertà, con sufficiente potere e disciplina per provare a formare insieme al centrosinistra un governo tecnico fino alle prossime elezioni.

L’Italia ha perdonato molte cose a Berlusconi, come corruzione e scandali sessuali. Questa volta non sembra disposta a lasciar correre il fatto che il presidente non sia riuscito ad unificare e a mettere in ordine il paese. La tragedia italiana è tornata a ripetersi con la solita puntualità.

[Articolo originale "Italia, en la recta final del berlusconismo" di Eduardo Febbro]

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Un paese avvelenato e senza rotta

Dom, 08/08/2010 - 09:43

[El País]


L’Italia vive uno dei periodi più sporchi della sua storia recente. Il clima politico si è del tutto avvelenato, la stabilità e il bipartitismo sono a pezzi, il Governo non governa neanche se stesso e il fango esce liberamente da tutte le fogne. Nessuno pensava che la tappa finale della controversa avventura politica del magnate milanese dovesse essere Versailles. Ma sicuramente pochi sospettavano che il livello di bassezza, veleni, ricatti, vendette, minacce e insulti sarebbe diventato così infimo e meschino come quello vissuto nelle ultime settimane.

Il doloroso viaggio dalla maggioranza assoluta e amorosa del PDL fino all’attuale situazione di minoranza, deterioramento e odio aperto si è bloccato da agosto in un rumoroso vicolo cieco: tutti si insultano, tutti cospirano e sono divisi, tutti si danno alla vendetta e nel frattempo preparano il loro futuro sottobanco e dai cassetti pieni di segreti (veri o falsi, è indifferente) sugli avversari da passare alla stampa. La casta politica e quella giornalistica sono unite come dentro una lacrima e danno il peggio di sé.

I killer del primo ministro attaccano l’infame Fini per mezzo dei suoi  quotidiani pubblicando ogni minimo dettaglio su un piccolo scandalo immobiliario monegasco che, in apparenza, ha come protagonista il suo ex alleato e suo cognato. I finiani rispondono minacciando Berlusconi di non votare l’immunità giudiziaria e di rivelare al mondo le sue torbide alleanze strategiche con Gheddafi e Putin. Bossi risponde a una domanda dei giornalisti alzando il dito medio e dopo chiama “stronzo” Pierferdinando Casini, il leader democristiano.

Quest’ultimo definisce il leader della Lega come un “trafficante di banche” e “noto collezionista di commissioni nella I Repubblica”. La rivista cattolica di base Famiglia Cristiana approfitta della confusione della curia berlusconiana e scrive che l’essenza del berlusconismo consiste nel “distruggere i dissidenti” e nel “liberarsi in ogni modo dai crimini suoi e di altri”.

Berlusconi, ossessionato dal mantenere l’immunità ancora per qualche mese, dedica le vacanze ad agitare le acque del mercato politico con una campagna di acquisti, eufemismo che indica la tendenza di moda in questa agitata pre-stagione politica: l’acquisto di deputati dell’opposizione (finiani e democristiani, senza escludere quelli del Partito Democratico, ala moderata e ateo-devota) per ricomporre la maggioranza perduta.

Se qualcosa non manca  a Berlusconi è il denaro (Mondadori ha appena risparmiato centinaia di milioni di imposte reclamati dal Tesoro grazie ad una legge ad empresam). Ma in questo momento risultano poco credibili le sue promesse di prebende, incarichi e contratti a lunga scadenza. Senza l’appoggio di Fini, della classe dirigente, della FIAT e soprattutto della Chiesa Cattolica, sempre più distante dal suo diabolico alleato (così pare), la solitudine politica del Cavaliere e la sua mancanza di idee per risolvere i problemi del paese sono sempre più evidenti.

L’incantesimo è durato 15 anni ma la principessa si è svegliata brontolando. Se c’è qualcosa che il votante italiano non tollera sono la divisione delle famiglie e le liti in pubblico. E molti elettori che prima dissimulavano o preferivano guardare da un’altra parte sanno ormai che l’unico vero piano che Berlusconi offre ai suoi compatrioti consiste nel riformare la Costituzione per mettere a tacere la stampa, modellare una giustizia tollerante con i crimini dei colletti bianchi e la mafia politica e instaurare un sistema presidenzialista, più alla russa che alla francese, che gli permetta di finire i suoi giorni come intoccato sovrano del paese.

Di fatto la stessa Lega Nord, che oggi ha acceso la macchina che prolungherà di alcune settimane la vita di questo governo in stato vegetativo, sarà, in un qualunque momento di vento favorevole, l’anestesista che la spegnerà. Nelle verdi praterie padane si muove come pesce nell’acqua Giulio Tremonti, il tecnocrate che potrebbe unire finalmente l’eccentrico Bossi con l’Europa, ma anche con la curia più vicina all’Opus Dei e a Comunione e Liberazione.

Tutti loro vedrebbero di buon’occhio come sostituto temporaneo, e anche qualcosa di più, di Berlusconi, il superministro dell’Ecoomia, artefice unico del recente e traumatico aggiustamento di bilancio di 25.000 milioni di euro richiesto da Bruxelles e dall’FMI che ha diviso il centrodestra e ha messo fine al delirio trionfalista di Berlusconi.

Il suo rumoroso silenzio degli ultimi tempi ha varie chiavi di lettura, la più ovvia delle quali è che Tremonti stia aspettando che la mela cada matura dall’albero proprio dentro la sua ambiziosa cesta.

In ogni caso le varianti offerte dal desolante tramonto della II Repubblica sono quasi infinite, e nessuno esclude miracoli o colpi ad effetto, da un nuovo trionfo schiacciante di Berlusconi fino a un finale craxiano con esilio ai Caraibi in aereo privato.

Mentre gran parte della popolazione assiste impassibile allo spettacolo, i giovani del Popolo Viola e i vecchi lottatori della sinistra, con Andrea Camilleri e Paolo Flores D’Arcais in testa, hanno riempito un’altra volta il buco nero del centrosinistra e hanno convocato manifestazioni per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

Come se non bastasse Pierluigi Bersani, il leader del PD, ha annunciato una campagna porta a porta per spiegare agli italiani perché Berlusconi deve andarsene. Forse ignora che, a questo punto, gli italiani sanno molto bene che sono gli amici di Berlusconi, e non i suoi nemici, gli unici che possono farla finita con lui.

[Articolo originale "Un país envenenado y sin rumbo " di Miguel Mora]

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L’Italia di nuovo ingovernabile

Sab, 07/08/2010 - 19:21

[Le Temps]


Gianfranco Fini, il presidente della Camera dei deputati, ha rotto con il Cavaliere. Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha perso la sua maggioranza assoluta in parlamento. Le elezioni anticipate potrebbero essere convocate, con il Sud come battaglia principale.

Montecitorio, Roma, mercoledì 4 agosto 2010. La Camera dei deputati è in subbuglio. I propositi sono beceri, i gesti aggressivi. Mentre la schiacciante vittoria di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 sembrava promettergli un avvenire radioso fino al 2012, l’Italia precipita in una crisi politica di primaria importanza. Nell’aula della Camera bassa del parlamento, il gruppo del presidente del Consiglio è riuscito a respingere una mozione di sfiducia, che chiedeva le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo. Ma con la scissione dagli [uomini] vicini a Gianfranco Fini, che hanno sbattuto la porta del partito del Popolo della Libertà (PdL), [Berlusconi] nel frattempo ha perso la maggioranza assoluta.

Le forti divisioni in seno alla destra potrebbero rapidamente rendere il paese ingovernabile. Cosciente della precarietà della sua maggioranza, il Cavaliere ha cambiato linea venerdì: o il parlamento accetta un nuovo programma di governo in quatto punti (riforma della giustizia, del fisco, del federalismo e del sostegno al Mezzogiorno), oppure si indicono nuove elezioni.

Professore di scienze politiche all’Università degli Studi di Firenze, Roberto d’Alimonte, vicino alla destra, è convinto che ci saranno nuove elezioni: “L’opposizione è completamente disorganizzata. E anche se lo schieramento della sinistra ottenesse il 60% dei voti, è talmente diviso che [una tale vittoria] non basterà ad avere la maggioranza parlamentare. Per la sinistra, un voto immediato sarebbe un disastro. Silvio Berlusconi ne è consapevole e vuole approfittare di questo vantaggio.”

La scelta non è priva di rischi. Se [ottenere] una maggioranza alla Camera bassa sembra decisamente facile, conquistare il Senato rischia di essere più complicato. Il Cavaliere potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione di Romano Prodi nel 2006: con un parlamento diviso. Carlo Galli, professore di storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, vicino alla sinistra, si stupisce della strategia del Partito democratico (PD) che non auspica le elezioni, ma un governo di transizione [la cui maggioranza] andrebbe da Gianfranco Fini al centrista Pier Ferdinando Casini passando per Pier Luigi Bersani, segretario del PD. Il partito di centro-sinistra sarebbe addirittura pronto ad accettare Giulio Tremonti, attuale ministro dell’Economia e delle finanze, a capo di un governo tecnico. “L’intenzione dei democratici è molto chiara: cambiare ad ogni costo la legge elettorale che li sfavorisce. Ma [questo] equivarrebbe ad assicurarsi un’emorragia dell’elettorato di centro-sinistra – fa notare Carlo Galli – [questa scelta] mostra l’incapacità dell’opposizione di spiegare agli italiani i fallimenti del governo Berlusconi.”

I due professori sono convinti che il Mezzogiorno sarà al centro della battaglia elettorale, se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse convocare delle elezioni in autunno o per la prossima primavera. “Il Popolo della Libertà è il più grande partito del sud. – sottolinea Roberto d’Alimonte – Di conseguenza, Silvio Berlusconi non può contare solo sulla Lega Nord per vincere. Ciò farebbe apparire la sua formazione come una coalizione nordista. In questo senso, [Berlusconi] deve impedire a Gianfranco Fini di conquistare il Mezzogiorno, di cui quest’ultimo farà senza dubbio la sua priorità. Neanche la Lega Nord di Umberto Bossi può sottovalutare questo aspetto. Senza il Sud, non non raggiungerà il suo obiettivo principale: ovvero far approvare il federalismo fiscale.” Secondo Carlo Galli, la Sicilia, feudo berlusconiano, ma incerta sul piano elettorale, sarà una battaglia decisiva: “Dal 1945 la Sicilia non si è mai sbagliata. Ha sempre votato per il vincitore.”

Espulso dal PdL, Gianfranco Fini riuscirà a trarre vantaggio dalla rottura con il Cavaliere? Nel sistema bipolare italiano in vigore dall’avvento della II Repubblica all’inizio degli anni ‘90, un terzo polo centrista ha poche speranze di sfondare. In caso di elezioni, Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera dei deputati, potrebbe non ottenere voti sufficienti per entrare in parlamento. “Per Fini, l’affare è rischioso. – spiega Roberto d’Alimonte – Ma si tratta di un investimento a lungo termine. [Fini] ha realizzato che lo stesso Berlusconi non gli avrebbe lasciato un ruolo principale nella fase post-berlusconiana, che provocherà un grande sconvolgimento in seno alla destra.”

Da mesi Gianfranco Fini, un ex-neofascista che ha fatto il suo aggiornamento per ergersi a grande difensore moderato delle istituzioni, apprezzato persino da una parte del centro-sinistra, non ha smesso di sottolineare la sua differenza rispetto al Cavaliere, poco interessato al rispetto per le istituzioni. La sua scommessa sarà tuttavia difficile da raccogliere.

In questo magma politico, la Lega Nord diretta dal Senatur sarà di sicuro la grande vincitrice, in caso di elezioni anticipate. Nel marzo scorso aveva già notevolmente aumentato i consensi alle elezioni regionali. [La Lega] potrebbe aumentare la sua influenza all’interno di un quarto governo Berlusconi.

L’Italia è di nuovo di fronte al problema dell’ingovernabilità? L’Editorialista al Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia commenta sardonico: “Oggi, in Italia, senza Berlusconi, non ci sono partiti, non c’è più niente. C’è soltanto un’enorme palude parlamentare.”

[Articolo originale "L'Italie redevient ingouvernable" di Stéphane Bussard]

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Berlusconi vuole indire elezioni anticipate in autunno

Ven, 06/08/2010 - 16:32

[ABC]


«Oggi non è stata una giornata positiva per Silvio Berlusconi». «Dobbiamo essere pronti». Con queste parole Silvio Berlusconi ha invitato mercoledì notte i membri del proprio partito a organizzarsi in vista di possibili elezioni anticipate in autunno.

Il presidente del Consiglio italiano ha fatto queste analisi dopo il voto alla Camera dei Deputati sulla mozione di sfiducia contro uno dei suoi uomini, Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia. Il Governo ha ottenuto la maggioranza semplice in seguito all’astensione dei «finiani», che hanno mostrato la forza che può avere il loro nuovo gruppo parlamentare, Futuro e Libertà per l’Italia.

«A settembre si aprirà formalmente la crisi e non resterà altra alternativa che il voto», ha confessato Berlusconi durante la cena di «fine corso» politico con i membri del Popolo della Libertà (PdL), partito fondato insieme a Gianfranco Fini, ma da cui quest’ultimo è stato espulso recentemente. I finiani hanno assicurato durante questa settimana che il loro auspicio non è convocare elezioni anticipate, ma proseguire col Governo nei prossimi tre anni soprattutto per portare a termine la riforma elettorale di cui ha bisogno il Paese.

Fini non è l’alternativa

Il Cavaliere sa che se si presentasse nei prossimi mesi alle urne avrebbe molte possibilità di vincere dimostrando che Fini non è l’alternativa al suo governo. Per tale motivo i mezzi di comunicazione italiani hanno indicato nel 14 o nel 21 novembre le possibili date di convocazione delle elezioni, anche se nel governo alcune fonti posticiperebbero a marzo del 2011 la decisione.

Recuperando il proprio senso dell´umorismo, Berlusconi ha chiuso la serata tranquillizzando i propri sostenitori. «Non vi preoccupate, nel giro di qualche settimana si vedrà obbligato a dimettersi da presidente della Camera», ha detto alludendo alla accuse che pendono contro Fini per un supposto affitto illegale di una casa a Monaco a nome di un fratello di sua moglie.

Questa sospetta irregolarità è venuta alla luce qualche settimana fa dalle pagine de Il Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi noto per le sue dure critiche al presidente della Camera e per la sua capacità di spingere alle dimissioni rivelando grossi scandali. Riguardo la casa di Monaco Il Giornale è riuscito con le sue accuse a far sì che il Tribunale di Roma aprisse un’indagine per appropriazione indebita.

[Articolo originale "Berlusconi pretende convocar elecciones anticipadas en otoño" di Veronica Bacerril]

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“La ‘Ndrangheta calabrese ha installato vere e proprie teste di ponte in Svizzera”

Ven, 06/08/2010 - 12:14

[Le Temps]


Francesco Forgione, giornalista ed ex-deputato italiano.

Ex-presidente della commissione parlamentare antimafia dal 2006 al 2008, Francesco Forgione è l’autore dell’opera Mafia Export. In seguito all’inchiesta condotta dal giudice federale Jacques Ducry (Le Temps del 03.08.2010), questo specialista della ‘Ndrangheta analizza la presenza dell’organizzazione criminale calabrese sul territorio svizzero.

Le Temps: A quando risale l’arrivo dei clan calabresi in Svizzera?

Francesco Forgione: La ‘Ndrangheta si è installata un po’ ovunque nel mondo, seguendo i flussi migratori italiani. I clan calabresi sono arrivati in alcune regioni della Svizzera sin dalla fine degli anni 1950. Ma questa presenza si è fortemente affermata nel corso degli ultimi anni per questa organizzazione criminale, che è diventata estremamente potente e che vede nella Svizzera un terreno privilegiato per il riciclaggio del denaro sporco. Nonostante ciò, a differenza della mafia siciliana o ancora della Camorra napoletana, la ‘Ndrangheta ha dato il via ad un vero e proprio processo di colonizzazione, impiantando delle ‘ndrine (ovvero delle famiglie) sul territorio svizzero, cioè delle vere e proprie teste di ponte dell’organizzazione.

Le Temps: Quali sono le attività di queste ‘ndrine in Svizzera?

Forgione: Al di là del traffico d’armi o di stupefacenti, queste [le ‘ndrine] hanno creato delle società finanziarie, delle reti commerciali e hanno comprato dei ristoranti. La presenza della ‘Ndrangheta si fa sentire nei settori immobiliare, turistico, alberghiero. Le famiglie di Rosarno si sono radicate a Lugano. Quelle di Reggio Calabria sono ben installate a Zurigo. È difficile enumerarle, ma non si tratta solo di qualche individuo isolato/qualche caso isolato. Possono soprattutto contare sulla complicità di cittadini elvetici che fungono da intermediari o da prestanome, in particolare nel settore finanziario.

Le Temps: Recenti arresti hanno dimostrato che la ‘Ndrangheta era solidamente installata in Lombardia e costringeva certi imprenditori locali a pagare il pizzo…

Forgione: In Svizzera, il pizzo è richiesto solo a certi imprenditori o commercianti italiani che conoscono la cultura dell’omertà. Se la ‘Ndrangheta si è installata massicciamente in Lombardia e tenendo sotto controllo una parte del territorio, è perché si tratta della regione più ricca della penisola, ma anche a causa della vicinanza della Svizzera, che gioca il ruolo di luogo di riciclaggio preferito.

Le Temps: Il massacro di Duisburg nel 2007 (che ha causato sei morti) ha permesso di prendere conscienza del pericolo della ‘Ndrangheta all’estero?

Forgione: Il massacro di Duisburg ha squarciato un velo d’ipocrisia. All’estero si faceva finta di non sapere da dove provenivano certi capitali. C’è ormai una presa di coscienza, in particolare nell’opinione pubblica ma bisogna andare più lontano nella cooperazione internazionale.

[Articolo originale "La 'Ndrangheta calabraise a installé de véritables têtes de pont en Suisse» " di Eric Jozsef]

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