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Italia dall'estero
La “russificazione” della bella Italia
- 08/02/2012 09:55[The European]
L’italia di oggi assomiglia sempre di più alla Russia degli anni di Eltsin: un Paese segnato dall’esodo di capitale, dalla mancanza di credito e da intransigenti strutture economiche. Il governo Monti sta guardando ad un futuro alquanto difficile.
Le dimissioni di Berlusconi possono essere paragonate al crollo del muro di Berlino: per la Russia, quello storico evento segnò l’inizio di un decennio di violenza, povertà e boria geopolitica. La caduta del re del “Bunga Bunga” rappresenta per l’Italia l’implosione di un modello sociale. Il capo del Governo Mario Monti deve affrontare l’arduo compito di evitare che il 2010 italiano somigli al 1990 russo.
Come accadde in Russia, il capitale sta abbandonando il Paese. Ciò è dovuto al timore di nuove tasse – oltre a quello di una recessione economica ancora più profonda. Questa corsa agli sportelli rappresenta solo un aspetto del problema dominante che colpisce il sistema finanziario. A causa dell’aumento dei rischi riguardanti i prestiti, dal 2008 le banche hanno iniziato a far rientrare i crediti, mettendo in difficoltà economiche molte imprese medio-piccole. Inoltre, undici anni fa l’indice T della Borsa di Milano raggiunse il picco – pari a 49355 – mentre ora è diminuito del 70%.
Esito: le imprese italiane hanno bisogno di soldi, e per gli investitori c’è la possibilità di concludere buoni affari. I soldi della mafia sono a portata di mano. Le organizzazioni criminali godono di un reddito annuo di circa 135 miliardi di euro ed un utile di 70 miliardi di euro: questi capitali devono essere investiti, e l’espansione del potere andrà di pari passo con l’espansione del credito. Il rischio per l’Europa, e per la NATO in generale, è quello di affrontare le minacce di uno Stato “semi-fallito” nel cuore del Mediterraneo.
Finanziariamente parlando, l’Italia soffre di problemi di produttività. La situazione degli affari non è così deficitaria come quella della Russa degli anni ‘90, ma non è in linea con quella degli altri paesi. L’indice di competitività del World Economic Forum pone l’Italia al 48° posto al mondo; uno studio IESE-Ernst & Young sul potere di attrarre investimenti l’ha collocata al 32° posto.
Questi risultati sono dovuti ad una burocrazia italiana malsana e ad un sistema fiscale malato. Il peso delle tasse sui profitti commerciali è pari ad a uno sbalorditivo (e simil-socialista) 68,8%. Le imprese più grandi dipendono ancora dallo Stato: solo alcune non provengono da precendenti monopoli o non si basano su concessioni statali. In pratica, solamente un ristretto numero di ricchi imprenditori controlla le operazioni più importanti e i commerci. Ancora, questa situazione ricorda la Russia: criptici e rigidi esercizi commerciali rimangono al loro posto, prevenendo la nascita di nuove attività o la crescita di quelle di successo. Le poche organizzazioni fiorenti beneficeranno della nuova ondata di privatizzazioni o della vendita di grosse aziende. Una generazione di “oligarchi Italiani” potrebbe presto giungere alla ribalta, così come avvenne in Russia venti anni fa.
Cittadini disillusi accolgono sempre più l’idea di rinunciare all’Euro e di tornare alla Lira. Questa possibilità completerebbe il parallelismo tra un’Italia post-berlusconiana e la Russia successiva al 1989. Nei suoi primi mesi dopo la rinascita, la riesumata Lira verrebbe presa di mira per speculazioni finanziarie, così come accadde al rublo sotto Eltsin. La fuga di capitali subirebbe un’impennata. L’instabilità economica renderebbe impossibili le severe misure finanziarie e l’Italia stamperebbe banconote per coprire l’immenso debito. Così, come per magia, le riesumata Lira diventerebbe il rublo degli anni ‘90!
Inoltre, come nella Russia di allora, la stagnazione economica eserciterebbe un’enorme influenza sulla situazione sociale. Il debito familiare è contenuto, sebbene i cittadini italiani ricevano bassi stipendi rispetto al resto d’Europa. Aumentano povertà e polarizzazione degli introiti, mentre la mobilità sociale è notevolmente diminuita negli ultimi venti anni.
A differenza della Russia, tuttavia, l’Italia può contare su una notevole ricchezza privata, stimata tra 8600 miliardi di Euro – circa 350 mila Euro per nucleo familiare. Soltanto il 22% di questa ricchezza potrebbe ripagare l’intero debito statale. Tuttavia, alcune riforme sarebbero ancora necessarie. C’è bisogno di una nuova leadership per salvare gli italiani da se stessi. Le riforme servono a creare maggiori opportunità di lavoro per i giovani che offrano carriere alternative alla mafia o all’emigrazione. Buona fortuna Signor Monti, buona fortuna Italia.
[Articolo originale "The Russification of Bella Italia" di Stefano Casertano]
Categorie: Informazione libera
La generazione perduta d’Europa: come ci si sente ad essere giovani e arrancare nell’Europa Unita
- 08/02/2012 08:56Viola Caon ha lasciato la sua casa in Italia per cercare lavoro. Ora torna a vedere come i suoi ex compagni di classe se la stanno cavando… e nella settimana in cui cifre scioccanti hanno svelato quanto la gioventù europea sia malamente colpita dalla crisi della disoccupazione, parliamo anche dei ventenni fortemente colpiti ad Atene e Madrid.
Forse essere giovani non è mai facile. Ma essere un ventenne europeo è stato raramente più stressante di ora.
Più di un quarto degli Italiani (28%) tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Altri stanno facendo fatica a cavarsela con tirocini non retribuiti o lavori sotto pagati e con poca sicurezza. Il nuovo primo ministro italiano Mario Monti si è impegnato ad aiutare la generazione dei più giovani, promettendo tra le altre cose di aiutarli ad avviare nuove imprese. Ma l’austerità incombe e il futuro è incerto, persino terrorizzante per molti. Non si tratta solo dell’Italia naturalmente. La disoccupazione nella zona Euro è a livelli record. Secondo l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, 16,3 milioni di persone sono senza lavoro nelle 17 nazioni che si sono unite all’Euro. La storia della generazione perduta sta diventando lo scandalo di un continente. In Spagna, il 51.4% delle persone tra i 16 e i 24 anni è senza lavoro. In Grecia la percentuale è del 43%. Mentre la crisi della zona euro peggiora, sono tornata nella mia città natale, Civita Castellana, 65km a nord di Roma, per incontrare i miei compagni di scuola del liceo Giuseppe Colasanti. Michela, Maria, Elena, Elisa, Michele, Martina e io eravamo nella classe del 2005.
Quando Monti ha annunciato il suo pacchetto di austerità da 30 milioni di euro ha dichiarato: “Avremo bisogno di sacrifici”. A Civita, quei sacrifici si stanno facendo. È uno dei centri industriali più grandi della regione. Dalla fine della seconda Guerra mondiale, circa il 90% delle persone ha trovato impiego producendo sanitari e ceramiche per il bagno, per i quali Civita è rinomata. Quella che tutti ora chiamano “la crisi” è arrivata qui prima di altrove, in quanto la città ha sofferto le conseguenze della globalizzazione e la competizione con la Cina, dove prodotti simili sono fatti in modo più economico. Molte fabbriche hanno chiuso, in migliaia sono senza lavoro. La crisi del debito che è iniziata nel 2008 significa che la disoccupazione incombe anche su molti di quelli che sono riusciti a tenersi il lavoro. Poi ci sono i giovani. Salire il primo gradino sulla scala del lavoro non è mai stato facile in Italia, dove quello che conta è spesso chi conosci. Ma con la nazione che affronta l’austerità per il futuro più immediato, e con il PIL dell’intera zona euro che si prevede in diminuizione dello 0.5% nel 2012, le previsioni sono deprimenti. Pertanto incontrare i miei compagni di scuola è stata un’esperienza. La mia decisione sei mesi fa di vivere e lavorare a Londra è stata in parte dovuta all’economia. Ma come se la stanno cavando i miei compagni di scuola?
Martina Rossitto, 26 anni, Studentessa universitaria, biologia umana.
“Sto facendo un tirocinio al laboratorio per la fibrosi cistica dell’ospedale Bambin Gesù a Roma. Sono stata fortunata, in quanto lì fanno ricerca seria. Ho ottenuto il posto perché conosco uno dei dottori nel laboratorio. Non mi pagano, nemmeno le spese. Tuttavia mi considero privilegiata in quanto la maggiorparte dei miei compagni di università lavora 12 ore al giorno e non ha nemmeno accesso a strumenti di ricerca basilari. In Italia, scegliere di lavorare come ricercatore è un suicidio. Il governo continua a tagliare fondi.”
Maria Francesca Zozi, 26 anni, studentessa universitaria all’Accademia delle Belle Arti
“Mi sento spesso dire che sarò una laureata inutile. Lo trovo incredibile: i governi continuano a investire in altri settori e tagliano su arte e educazione. È semplicemente assurdo. Il problema è che il settore pubblico, che include la maggiorparte della nostra eredità artistica, è corrotto e insufficiente. Ho molti progetti in mente, mi piacerebbe frequentare un corso all’Accademia d’Arte di Brera, ma davvero non posso permettermelo. Lascerei la nazione se non fosse per il mio ragazzo, che dice che dobbiamo restare e lottare per un futuro migliore”.
Elisa di Pietro Paolo, 25 anni, commessa disoccupata.
“Ho cercato un lavoro appena ho finito il liceo sei anni fa. Ho trovato un posto come commessa in un negozio a Roma con un contratto a breve termine. I miei datori di lavoro rinnovavano il contratto ogni anno, finché un giorno hanno smesso di farlo. Hanno licenziato una ragazza che aveva lavorato per loro 5 anni perché aveva preso un periodo di malattia a causa di una polmonite. Dallo scorso gennaio sono disoccupata e ho fatto lavori occasionali: un campo vacanze, volantinaggio, e ora per una cosa no-profit. Il problema è che avendo già lavorato come tirocinante, i datori di lavoro devono assumermi con un contratto vero e proprio e non gli conviene.”
Michele Stentella, 26 anni, DJ e studente di scienze politiche
“Ho fatto il DJ per anni. Oltre a lavorare alcune notti in un grande club a Roma, ho anche cominciato a lavorare con un produttore. Se le cose vanno bene, potrei anche ottenere un contratto con un’etichetta importante. Ma la crisi ha colpito anche il mio settore. Sempre più club stanno chiudendo. Le persone non possono permettersi di spendere molti soldi e tutti ne risentiamo alla fine del mese. Ho un logo registrato e 4 ragazzi che lavorano con me. Spero davvero di riuscire a fare questo lavoro. Nel frattempo studio e spero che una laurea tornerà ad essermi utile un giorno.”
Michela Moretti, 25 anni, apprendista avvocato.
“Mi sono laureata in legge e ho iniziato un apprendistato in uno studio di avvocati vicino la mia città natale, Viterbo. Naturalmente, non mi pagano nemmeno le spese. Le sole persone che conosco che vengono pagate durante i loro apprendistati sono i figli degli avvocati. Vanno a lavorare negli studi dei genitori e vengono pagati. Con Monti che parla di liberalizzare le professioni, tutto è ancora meno chiaro per noi. Parlano persino di togliere di mezzo gli apprendistati. Ci sarà molta confusione.”
Elena Cirioni, 25 anni, apprendista giornalista radiofonica.
“Ho fatto un tirocinio di due anni con una radio FM locale che non mi ha mai nemmeno pagato le spese. Fortunatamente, ho avuto un’altra opportunità con una web radio privata che mi paga le spese e mi aiuta ad ottenere una licenza da giornalista. Lavoro dalle 15 alle 20 ore a settimana e mi pagano 200 euro al mese. Il mio sogno è diventare un’attrice di teatro e spero ancora di riuscire a realizzare questa mia ambizione ad un certo punto. Il problema è che l’industria culturale è eternamente in crisi in Italia e non ci sono soldi per nuovi attori.”
GRECIA
La più grande vittima della crisi economica della Grecia è stata la gioventù, uomini e donne che non hanno mai conosciuto i tempi del boom ma che ora devono sopportare il peso di uno dei programmi di austerità più duri d’Europa. Con la disoccupazione a livelli di record massimi mentre la nazione soffocata dal debito sta passando il quinto consecutivo anno di recessione, quasi il 44% delle 907.953 persone senza lavoro è tra i 15 e i 24 anni. Per la prima volta dagli anni ‘60, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 18,5%, secondo i dati rilasciati dall’ufficio statistico nazionale a Novembre. Quattro persone su 10 senza lavoro sono giovani, sebbene tre mesi dopo con ancora più aziende in chiusura le cifre sono certamente peggiori. Il prospetto di mancanza di lavoro e l’assenza di educazione professionale che vada a reindirizzare i nuovi disoccupati, le paure del collasso economico incombente e gli avvertimenti che ci potrebbero volere ben 10 anni prima che l’economia dei servizi ricominci appena a riprendersi, hanno spinto molti dei più intelligenti e migliori a guardare all’estero. L’esodo ha provocato una fuga di cervelli che potrebbe avere un effetto devastante sulla crescita futura della nazione. Decine di migliaia di giovani greci si crede siano emigrati oltremare negli ultimi due anni. Quasi sempre provenienti dall’élite educata, sono andati sia in altre nazioni europee sia più lontano come in Australia. Una fiera del lavoro australiana tenutasi ad Atene a ottobre aperta ad 800 persone ha attratto circa 13 mila richieste di partecipazione. I leader di comunità di Melbourne, destinazione di una simile emigrazione greca negli anni ‘50 e ‘60, sono stati invasi da richieste da parte di laureati greci.
Christos Xeraxoudis, 24 anni, chef disoccupato
“Sono uno chef di formazione e cerco lavoro da mesi. Ho inviato il mio CV a alberghi e ristoranti in tutta Grecia, ma delle oltre 50 richieste che ho fatto, ho ricevuto solo una volta una risposta. Recentemente ho cercato lavoro in Gran Bretagna, Germania e Svizzera, dove ho parenti, ma non ho ricevuto risposta. Ma sono ottimista. La Grecia aveva bisogno di cambiare. Deve essere ricostruita daccapo. Ha così tanto da dare ma in qualche modo aveva perso la strada. Siamo persino arrivati al punto di importare limoni dall’Argentina.”
Evangelia Hadzichristofi, 26 anni, designer di interni disoccupata.
“Sono disoccupata da un anno. È dura. Sono un designer di interni e la nostra industria è stata malamente colpita. Ho fatto un tirocinio al Museo Benaki (ad Atene) ma poi non mi hanno tenuto ed è stato impossibile trovare lavoro da allora. Ho cercato lavoro come segretaria, receptionist, commessa e la risposta è sempre stata ‘no’. Sono al punto che conto ogni singolo centesimo e devo appoggiarmi a mio padre che è in difficoltà egli stesso con la sua azienda. Ho appena fatto una richiesta per lavorare in Inghilterra e Amsterdam perché almeno c’è sempre l’estero.”
Giorgos Dimas, 25 anni, lavora come chef.
“Sono stato disoccupato per tre anni fino alla settimana scorsa quando ho finalmente trovato un lavoro da chef. Sono tornato a scuola a studiare da cuoco e ho imparato l’inglese ma è stato molto difficile. Nella mia mente c’è sempre il pensiero che il ristorante dove sto per andare a lavorare potrebbe fallire, visto che nessuno ha più soldi. Ma sebbene potranno volerci un po’ di anni per la mia generazione per trovare lavoro penso effettivamente che la crisi sia stata una cosa buona. In Grecia si parlava solo di lavori da pubblici dipendenti e nient’altro. Doveva cambiare. “
Report di Helena Smith, Atene
SPAGNA
Non è proprio tempo per ventenni in Spagna.
Secondo cifre della scorsa settimana, il 51.4% dei giovani tra i 16 e i 24 anni sono senza lavoro, mentre la disoccupazione totale ha oltrepassato la barriera dei 5 milioni. Questa è spesso stata definita la generazione più istruita della Spagna. È anche quella che ha le prospettive più spaventose. Sebbene sia fortunata abbastanza da ottenere un lavoro, la maggiorparte, circa il 60%, deve vivere con salari bassi e con poche sicurezze lavorative. Le migliori opzioni in genere sono apprendistati o contratti temporanei che permettono al datore di lavoro di licenziare senza difficoltà. La situazione è ora critica, come indicato dall’appello del primo ministro Mariano Rajoy la scorsa settimana a Bruxelles. Ha chiesto un maggiore realismo da parte di Bruxelles sui tentativi della Spagna di tagliare il proprio deficit. L’austerità sta mandando la Spagna nella recessione e il pericolo è che una generazione dovrà esser sacrificata come risultato.
Un nuovo termine è stato coniato circa un decennio fa per descrivere persone giovani che guadagnano 1000 euro al mese, i mileuristas. Ora le cose stanno messe talmente male che questo termine denigratorio descrive un’aspirazione inottenibile per la maggiorparte.
Eduardo Caña, 23 anni, Studente
“Sto studiando giornalismo e economia e ho fatto tutti i tipi di lavori sotto pagati: servire birre in bar sulla spiaggia di Valencia, lavorare nelle costruzioni in Galizia, scaricare camion di frutta e riempire buste per clienti all’Ikea. Non sono mai stato pagato piu di 7 euro l’ora. Ho anche lavorato come apprendista per un quotidiano, quasi gratis. Una mia amica stava lavorando per un giornale per meno di 400 euro al mese. Il suo contratto temporaneo è scaduto e mi hanno chiamato per offrirmi lo stesso lavoro ma come un tirocinante non pagato. L’ho trovato così offensivo. Finirò la scuola il prossimo giugno e se non esce nulla sto pensando di trasferirmi all’estero.”
Marita Blazquez, 25 anni, studente
Ho trovato impossibile ottenere un lavoro nel mio campo. Nella mia città natale Granada, ho lavorato come guardiana in un’area giochi per bambini di un centro commerciale e questo è il più vicino a cui sono arrivata a lavorare con i bambini, che è stato il mio obiettivo da quando ho cominciato a studiare. Sono venuta a Madrid ma tutto quello che sono riuscita a trovare sono stati due lavori part-time, prima in un centro commerciale poi in un negozio di abbigliamento, dove mi hanno assunto come impiegata con un contratto illegale per 3 euro l’ora. Quando ho chiesto condizioni migliori, il mio boss mi ha licenziato. Ho cominciato a studiare di nuovo per diventare un’insegnante. Ma sono disponibili solo pochi posti ogni anno così non ho idea di cosa farò dopo.”
Adriano Justicia, 27 anni, fotografo disoccupato.
“Sono un fotografo e ho anche una laurea in studi cinematografici, ma non sono riuscito a trovare un lavoro in alcuna di quelle aree. Ho lavorato come venditore telefonico, in vendite di carte di credito e anche per l’associazione di beneficenza Croce Rossa, per pochissimi soldi. Sono appena tornato a studiare per una laurea in produzioni tv, che include un training non pagato. Se non ottengo un lavoro dopo quello, penso che sarò costretto a trasferirmi di nuovo a Berlino, dove sono stato per un paio di mesi come apprendista in uno studio fotografico. Date le circostanze, sembra essere l’opzione migliore sebbene sia sempre difficile lasciare il proprio paese.”
Maria Lazaro, 25 anni, agente pubblicitario e turistico, disoccupata.
“Sono venuta a Madrid a lavorare come manager per il museo del Real Madrid. Ho lavorato al museo dello stadio Santiago Bernabeu per due anni fino a quando non sono stata licenziata sei mesi fa. Da allora ho lavorato in posti temporanei, 3 o 5 giorni come hostess in conferenze di affari e fiere, molti dei quali senza nessun tipo di contratto.
Il mio partner lavora come designer grafico e ha appena ricevuto un’offerta di lavoro a Saragozza, perciò probabilmente ci trasferiamo lì. Sono appena stata ammessa di nuovo a scuola dove spero di ottenere un master, per vedere se mi aiuterà a ottenere finalmente un lavoro.”
Report di Diego Salazar, Madrid
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Nota dell’autrice dell’articolo per Italidallestero.info
Sono arrivata in Inghilterra a settembre del 2010 per un master in giornalismo internazionale. La mia storia racconta bene quella di tanti altri che hanno deciso di uscire dall’Italia alla ricerca di un futuro più dignitoso di quello che gli si prospettava. Credo di poter dire per me come per altri, che continuare a passare attraverso una trafila infinita di collaborazioni non retribuite e stage gratuiti che alla meglio avrebbero portato a un impiego precario e poco remunerativo intorno ai trent’anni, nella migliore delle ipotesi, non era una prospettiva sostenibile.
Le storie di sfruttamento nell’Italia ai tempi della crisi europea, del piano di austerità da 30 milioni di euro, della disoccupazione giovanile al 28% sono dolorosamente numerose. Nel caso del giornalismo, la questione si tinge inoltre molto spesso di particolari ancora più penosi e oppressivi nei confronti dei giovani che vogliono iniziare questa carriera.
Durante il corso in Inghilterra, ho avuto accesso a stage e collaborazioni in alcune delle principali testate nazionali (Independent, Guardian, Observer, Mail on Sunday). Con dolore, mi sono spessa domandata retoricamente: sarebbe stato altrettanto facile in Italia?
Dallo stage all’Observer, domenicale del Guardian, è nata l’idea di un pezzo che descrivesse le difficoltà dei giovani in Italia nel trovare lavoro in un momento critico come quello attuale. Essendo io una di loro, il redattore Julian Coman ed io abbiamo pensato che fosse una buona idea andare a rintracciare i miei compagni delle superiori e vedere come se la stessero cavando.
L’esperimento si è rivelato un viaggio all’indietro nel tempo e un’operazione di recupero della prospettiva interna al paese. Seguire da fuori la caduta del governo Berlusconi, lo spread che volava alle stelle, la nomina di Monti e la sua richiesta di “sacrifici” agli italiani non è stato facile. Parlarne con i miei ex compagni delle superiori mi ha aiutato a colmare la distanza tra la mia preoccupazione per il paese e la prospettiva di chi ha deciso di rimanere.
Le storie che raccontano sono vere e sentite e, oltre a restituire lo stato di una generazione che complessivamente fatica a costruirsi un futuro, servono anche a smentire molti dei luoghi comuni secondo i quali i giovani italiani non hanno coscienza del panorama politico in cui si trovano ad agire.
Infine, queste testimonianze rispondo da sole alle recenti, poco ponderate dichiarazioni di Monti sul posto fisso. La dignità e il diritto a un futuro non sono una cosa “monotona”.
Viola Caon
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La “democrazia depoliticizzata ”di Monti
- 07/02/2012 07:00Per quanto sia difficile ingoiare le sue dosi di disciplina, le politiche esercitate dal Primo Ministro Monti sono le uniche forme possibili di governo per mandare avanti l’Italia, contro interessi particolaristici e contingenti
Pochi giorni fa, mentre viaggiavo da Milano a Roma, ho avuto l’opportunità di sperimentare di persona l’ostilità che circonda la volontà di ridurre il debito sovrano dell’Italia e di imporre delle abitudini più competitive tra i ritmi languidi di questa cultura mediterranea.
Camionisti indignati che bloccavano le autostrade, tassisti che fermavano i propri veicoli e la maggior parte dei treni cancellati. Gli studenti scrivevano slogan come “Vaffanculo l’austerità” su pareti rovinate color ocra. I commercianti scontrosi, si rivolgevano con cordialità solo ai gruppi di turisti cinesi.
Tutti questi scioperi e malanimo erano rivolti contro le riforme proposte dal Governo “antidemocratico” del Primo Ministro Mario Monti e il suo presunto governo tecnico, proprio nello stesso momento in cui Monti faceva pressione su Angela Merkel affinché alleviasse l’autoritarismo fiscale della Germania e lasciasse un certo margine di crescita all’interno dell’eurozona. Alla fine dell’anno scorso, in una situazione nella quale non c’era possibilità che i politici eletti si chiarissero le idee, il presidente Giorgio Napolitano indicò Monti come l’uomo che avrebbe dovuto formulare e portare a termine le riforme strutturali essenziali prima che si arrivi alle nuove elezioni nel 2013.
Per sfortuna, le proteste sono del tutto sbagliate. L’Italia è nella situazione in cui è non per mancanza di democrazia, ma per eccesso di marciume nella governabilità. La democrazia elettorale italiana – come la statunitense – è talmente dominata dagli interessi politici dei partiti che è finita per non funzionare più e per essere totalmente incapace di far fronte alle difficili sfide che affronta il paese.
La saggezza senza pregiudizi e la larga esperienza come commissario europeo fanno di Monti un meritocratico più che un tecnico e ha ragione quando dichiara che “l’assenza di personalità politiche all’interno del Governo sarà un aiuto e non un ostacolo per avere una base solida di appoggio” alla riforma. Quello che intende dire è che la democrazia italiana, come quella statunitense, si è trasformata in una vetocrazia, per utilizzare un termine coniato da Francis Fukuyama.
In una vetocrazia, i politici eletti sono così impregnati di populismo e di interessi particolaristici organizzati, che i partiti svuotano di contenuto la mera formulazione di qualsiasi politica che cerchi di arrivare a un compromesso per il bene comune nel lungo periodo perfino già prima del voto in Parlamento. Il progetto di legge che viene proposto è sprovvisto di sostanza e significato. Di conseguenza, quello che rimane è lo status quo.
Nella sua opera più importante “Ascesa e declino delle Nazioni”, il sociologo Mancur Olson spiegava che questo importante accumulo di interessi organizzati nelle democrazie durante la Storia ha sempre affondato gli Stati, perché è inevitabile che generi deficit insostenibili e, proteggendo i gruppi di interesse che sono alla ricerca solo del proprio beneficio, priva l’economia di tutta la sua forza.
Attualmente in Italia i rappresentanti politici dei sindacati dei tassisti o dei commercianti non difendono una concorrenza aperta e questo non fa altro che rendere la vita dei clienti più difficile. I funzionari pubblici si oppongono alla diminuzione dei posti di lavoro e delle prestazioni. I banchieri utilizzano la loro influenza sui legislatori per evitare una regolamentazione. I ricchi si oppongono all’aumento delle tasse.
Non rappresenta comunque una soluzione una consulta popolare tramite democrazia diretta al posto di quella rappresentativa. Se si dovesse sottoporre a voto popolare, quale pensionato sarebbe a favore di un taglio del generoso contratto sociale sul quale conta, nonostante il budget globale italiano non se lo possa permettere?
Come si può notare in California, dove la democrazia diretta di iniziativa popolare è la forma di governo dominante, gli interessi particolari espressi dai votanti nelle urne, estremamente ragionevoli, possono, sommandosi tra loro, trasformarsi in una pazzia totale dalle conseguenze impreviste. A causa di una serie di iniziative approvate da diversi anni, che tagliano le tasse sul patrimonio e puntano a punire i delinquenti, lo stato della California spende oggi molto di più, per quanto possa sembrare assurdo, in carceri che nell’istruzione superiore, ragione per la quale vengono minate le basi per il suo futuro.
La democrazia diretta è un’idea particolarmente negativa nella cultura nordamericana della Coca-cola Light, dove la gente sembra desiderare un consumo senza limiti e un governo senza tasse, nello stesso modo in cui vuole un sapore zuccherino però senza calorie. A peggiorare ancor di più la situazione, i soldi dei gruppi corporativistici che il Tribunale Supremo degli Stati Uniti consente sotto l’epigrafe di “libertà di espressione”, riescono a distorcere e a manipolare con estrema facilità il discorso integro in qualsiasi campagna politica.
Per quanto possa risultare difficile digerire le sue dosi di disciplina, la democrazia depoliticizzata esercitata dal Primo Ministro Monti è l’unica forma possibile di governo per mandare avanti l’Italia. Guardiamo altri esempi in Occidente, che hanno le stesse caratteristiche dell’Italia.
L’idea base che ha ispirato la creazione di un “super comitato” nel Congresso degli Stati Uniti, intento che sfortunatamente finora è fallito, è stata quella di eliminare le manovre di blocco quando si rendeva necessario formulare una politica imparziale e di senso comune per ridurre il deficit nel lungo periodo.
In California un gruppo indipendente e formato da persone iscritte ai due partiti, chiamato Think Long Committee, con membri come Eric Schmidt di Google, l’ex presidente del Tribunale Supremo dello Stato e l’ex se Segretaria di Stato Condoleezza Rice, ha avuto più successo. Ha lasciato la politica al margine ed è riuscita a mettere a punto un piano di riforma fiscale bipartisan, che supera la barriera ideologica che per anni ha paralizzato il Parlamento dello Stato. Nel 2014 sottometterà il piano ad un referendum pubblico. Il gruppo ha proposto inoltre la creazione di un organo più formale e al di sopra dei partiti, formato da personalità elette dai cittadini e dotate di conoscenze tecniche ed esperienza, che vigili sugli interessi della California nel lungo periodo.
Nessuno di questi casi suggerisce di eliminare la democrazia di una persona, di un voto, e neppure di trasferire la sovranità popolare a un’élite meritocratica come avviene, ad esempio, con la competente gerarchia del Partito Comunista in Cina. In tutti i casi menzionati, il voto decisivo rimane nelle mani degli elettori. Ma quello che viene eliminato è l’aspetto della vetocrazia. Invece di azionare la leva solo per interessi egoistici o sbrogliare la matassa degli interessi corporativi, al momento del voto, i cittadini potrebbero decidere relativamente alle politiche proposte da alcuni organi da cui ci si aspetta che abbiano tenuto conto dell’interesse pubblico a lunga scadenza.
Le attuali difficoltà di governo in Occidente suggeriscono la necessità che la democrazia evolva fino alla creazione di alcune istituzioni con elementi meritocratici che facciano da contrappeso alla cultura politica degli interessi corporativi e contingenti predominanti nella democrazia elettorale.
In fin dei conti le istituzioni meritocratiche con delega non sono un fattore estraneo alle democrazie. Abbiamo banche centrali indipendenti, tribunali supremi e potenti autorità di controllo in ambiti come l’alimentazione e i farmaci, l’ambiente e la salute. Addirittura nella democrazia radicale della California sono stati concessi poteri essenziali a commissioni nominate dal governatore per regolare lo sviluppo della costa, supervisionare la distribuzione dell’acqua e dell’energia dello Stato e amministrare l’università pubblica. Tutti questi organi rispondono ai cittadini perché sono nominati da cariche ufficiali elette democraticamente però, allo stesso tempo, sono separati dal processo elettorale propriamente detto.
L’esperimento di politica depoliticizzata in Italia verrà seguito con estrema attenzione come un possibile antidoto alla paralisi e alla disfunzione che affligge oggi tutto l’Occidente. Se la scomposizione politica può portare come risultato alla creazione di un buon governo in Italia, tutto il mondo potrà beneficiare del cammino tracciato da Mario Monti.
[Articolo originale "La ‘democracia despolitizada’ de Monti" di Nathan Gardels]
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Italia : è morto l’intrigante, diabolico e ricco sacerdote Don Verzé
- 07/02/2012 03:51Quella di Don Verzé, o per essere più precisi il “Don manager” morto pochi giorni fa, fondatore del San Raffaele, l’ospedale privato più importante d’Italia, è una vicenda che ha suscitato grande scalpore. Una storia degna di James Bond, che racconta di un sacerdote megalomane, di lusso ma anche di lussuria.
La morte del Don, causata da un arresto cardiaco, è avvenuta il 31 dicembre scorso nel bel mezzo degli scandali e ha riacceso la paranoia nella penisola. Beppe Grillo scrive sul suo Blog :
“E’ morto Don Verzè, aveva 91 anni e sembrava in ottima salute come a suo tempo Papa Luciani, per rimanere nell’ambito religioso, lascia il San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro. Dicono che a ucciderlo sia stato un arresto cardiocircolatorio dovuto allo stress per l’ipotesi di reati di bancarotta. [ … ] Anche se l’infarto fosse vero, nessun italiano ci crederà mai. Una domanda “Chi gli ha portato il caffè corretto?”.
E’ successo tutto molto velocemente. All’inizio del mese di dicembre la trasmissione Report aveva dato il colpo di grazia. Tra le spese pazze del religioso, le sue torbide amicizie (in particolare quella con Silvio Berlusconi), il giornalista Alberto Nerazzini aveva anche ipotizzato una possibile implicazione dei servizi segreti militari. Sembrerebbe, in effetti, che Don Verzè avesse avuto a che fare con l’ex-comandante del Sismi, Niccolò Pollari, oggi indagato per peculato.
Due settimane fa, il settimanale Oggi aveva pubblicato una serie di foto del Don nella sua villa brasiliana, dove ovviamente si celebrava la messa ogni mattina e ci si faceva il segno della croce prima di mangiare.
Messo alle strette, il Don aveva pubblicato il 2 dicembre scorso una lettera in cui dichiarava di assumersi tutte le responsabilità morali e giuridiche di quello che stava accadendo al San Raffaele, per poi paragonarsi a Cristo in croce. Il tutto non senza ricordare che la struttura (oggi in bancarotta, anche se non è mai stata messa in discussione la qualità dello staff medico) non sarebbe mai nata senza di lui.
In Italia queste strane morti lasciano un gusto amaro, conseguenza di drammi irrisolti e di un sentimento di impunità sempre più ampio. La vicenda di Papa Luciani, per riprendere le parole di Beppe Grillo, è ancora ben presente nella memoria della gente, dopo più di trent’anni.
La morte del Don, la vicenda dei fondi neri e le altre accuse di corruzione hanno riacceso il dibattito riguardo le recenti inchieste sui gruppi di potere P3 e P4, ingigantendo il sentimento di sfiducia. Il Don se ne è andato con i suoi segreti e lasciando dietro di sé solo l’arcangelo Raffaele, i vigneti in Brasile e un inno per l’ospedale.
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La morte di un uomo di valore distintosi nella lotta contro la mafia
- 07/02/2012 00:35Questo fine settimana (29 gennaio, NdT) è venuto a mancare l’ex Presidente della Repubblica italiano Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012), un uomo di valore e un esempio per le nuove generazioni.
Come capo di Stato, Scalfaro ebbe vari incontri con papa Giovanni Paolo II. In queste circostanze non baciò mai l’anello papale né fece la genuflessione. Nonostante fosse cattolico praticante non confondeva le cose. Come capo di uno Stato laico, non si inchinava a un altro capo di Stato (il Vaticano) e neanche a un leader spirituale.
Come Presidente della Repubblica, Scalfaro mise al suo posto il premier Berlusconi, appoggiò i giudici della celebre Operazione Mani Pulite (che fece emergere la corruzione nella politica partitica italiana) e partecipò al funerale di Giovanni Falcone, fatto saltare in aria dalla mafia il 23 maggio 1992. Scalfaro fu eletto due giorni dopo la morte di Falcone, al 16° scrutinio.
Una volta l’ex Presidente fece sapere che non avrebbe accettato come ministro della Giustizia del governo di Berlusconi il deputato-avvocato Cesare Previti, cofondatore con Berlusconi e Dell’Utri (condannato per associazione mafiosa dalla Corte d’Appello) del partito Forza Italia.
Alcuni anni dopo, Previti fu condannato definitivamente per aver corrotto dei giudici e per il suo coinvolgimento nell’elaborazione di una perizia falsa a favore della Fininvest, una delle aziende di Berlusconi. La condanna è avvenuta nell’ambito del processo IMI-SIR e Lodo Mondadori.
La stampa italiana ha sempre presentato Scalfaro come un nemico di Berlusconi. Non era proprio così, lui semplicemente non veniva a patti con i tentativi di riforma proposti da Berlusconi, perché erano ad personam. Come per esempio la riduzione dei tempi di prescrizione o l’introduzione del processo penale breve, che prevedeva l’archiviazione di un processo se non si fosse concluso in un breve lasso di tempo.
Scalfaro ha lasciato agli annali un toccante intervento. Fu nel 1993, alla televisione.
Sulla base di una bugia inserita in un falso documento, si tentò di farlo comparire come beneficiario di una “lista di fondi senza un motivo legittimo” ricevuta dai servizi segreti. Nel discorso, pronunciò la frase che divenne famosa: “Non ci sto”.
Di fatto non aveva niente a che fare con il caso, che era stato confezionato secondo il vecchio sistema del “vero-verosimile-falso”. Lo stesso molto usato dai cattivi poliziotti brasiliani, che prima ammazzano e subito dopo mettono una pistola in mano alla vittima come se ci fosse stata resistenza.
Un breve inciso. Dal presidente Scalfaro, che portò il carro funebre di Falcone e si impegnò per l’attuazione di riforme che contrastarono efficacemente il fenomeno della criminalità organizzata, il 2 giugno del 1996 ho ricevuto per la lotta antimafia il titolo di “Cavaliere della Repubblica Italiana”. È l’onoreficenza che più mi ha toccato il cuore.
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Battisti è accolto con una marcetta di Carnevale al Forum del Rio Grande del Sud
- 05/02/2012 08:19Per aver passato anni tra il carcere e la clandestinità, Cesare Battisti sembrava proprio a suo agio di fronte all’accoglienza calorosa di giovedì [26 gennaio, NdT] al Forum Sociale Tematico di Porto Alegre. Dopo essersi fatto fotografare con alcuni militanti, l’ex attivista italiano è stato omaggiato con una marcetta di carnevale dal gruppo Crítica Radical, del Ceará [uno dei 27 Stati brasiliani, NdT].
Maria de Lourdes Negreiro de Paula, 81 anni, ha fatto un viaggio di tre giorni in un minibus da Fortaleza [circa 4.000 km, NdT] per rendere omaggio allo scrittore, condannato in contumacia dalla Giustizia italiana per la presunta partecipazione a quattro omicidi alla fine degli anni 70. “Sicuramente è stato un prigioniero politico. E, con l’età che mi ritrovo, credo molto nella sua innocenza” ha detto la veterana della sinistra, dopo un giro di danza con l’italiano.
Battisti è stato nella capitale del Sud per presentare il suo nuovo libro, il romanzo “Ao pé do muro” (Sotto il muro) ispirato agli anni di carcere in Brasile. L’opera è l’ultima di una trilogia che consiste in “Minha fuga sem fim” (La mia fuga infinita) e “Ser bambu” (Essere una canna di bambù). “Ho conosciuto il Brasile tramite i racconti dei carcerati, tramite le storie personali dei detenuti che morivano di nostalgia per la terra natale. Il detenuto quando si lascia andare parla a cuore aperto, trasmette un materiale incredibile per qualcuno che vuole scrivere fiction”, ha detto l’ex attivista a proprosito della sua ispirazione.
Anche se il lancio è stato annunciato durante il Forum, il nuovo libro di Battisti uscirà solo a marzo. Il seminario di giovedì pomeriggio è stato considerato un “pre-lancio”, preceduto da un’azione del Sindacato dei Petroliferi di Rio de Janeiro che ha pagato il viaggio all’ex attivista. Dietro la tavola rotonda uno striscione annunciava la loro causa: “Il petrolio deve essere nostro”.
Tarso e Lula
Battisti ha di nuovo parlato del suo incontro con il governatore del Rio Grande del Sud, Tarso Genro, che gli aveva concesso lo status di rifugiato politico quando era ministro della Giustizia. “Per me è stato un grande piacere stringergli la mano. Un piacere che vorrei ripetere stringendo la mano a Lula. Purtroppo ora sta passando un momento difficile” [Lula ha un cancro alla laringe, NdT].
L’ex attivista ha allontanato l’ipotesi che Lula avesse negato l’estradizione per affinità politiche. “Era capo di Stato, una responsabilità enorme. Ha preso la decisione solo dopo essersi informato. Ha preso la decisione con cognizione di causa, con ponderazione“, ha detto. Quando gli hanno chiesto se teme che un giorno la decisione di Lula possa venir revocata come è avvenuto in Francia, Battisti ha spiegato che la situazione è diversa. “In Francia si è trattato di un asilo informale. Ero protetto dalla parola del presidente François Mitterrand. Qui è formale, c’è stata una decisione. Dovrebbe succedere qualcosa di straordinario, non immagino cosa, perché venga estradato”.
Il caso Battisti
Ex membro dell’organizzazione di estrema sinistra Proletari Armati per il Comunismo (PAC) Cesare Battisti fu condannato dalla Giustizia italiana all’ergastolo per 4 omicidi avvenuti alla fine degli anni 70. L’italiano nega le accuse. Dopo l’arresto, considerato un terrorista dal governo italiano, Battisti fuggì rifugiandosi in America Latina e in Francia, dove visse in esilio più di 10 anni protetto da una decisione del governo di François Mitterrand. Quando il beneficio fu annullato dall’allora presidente Jacques Chirac, che causò l’estradizione di Battisti in Italia, nel 2004 l’ex attivista fuggì in Brasile. Arrestato, restò in carcere dal 2007.
L’allora ministro della Giustizia Tarso Genro, adducendo il “fondato motivo di persecuzione”, garantì all’italiano lo status di rifugiato politico, fatto che teoricamente avrebbe potuto annullare la richiesta di estradizione che il governo italiano aveva inoltrato alla Corte Suprema brasiliana. Ciononostante il caso venne affrontato dalla Corte Suprema (STF) alla fine del 2009, quando i magistrati decisero che l’italiano avrebbe dovuto essere rispedito al paese d’origine, e che avrebbe dovuto scontare una pena massima di 30 anni e non l’ergastolo come deciso dal governo italiano. Nella stessa sentenza comunque i giudici stabilirono che spettava al presidente della Repubblica la decisione finale, se dare l’estradizione a Battisti o confermargli l’asilo.
Il 31 dicembre 2010, l’ultimo giorno del suo governo, l’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva decise di non concedere l’estradizione a Battisti, basandosi su un parere dell’Avvocatura Generale dell’Unione che avanzava sospetti sul fatto che la vita di Battisti sarebbe stata in pericolo in Italia. Secondo il documento la ripercussione del caso e le proteste popolari avrebbero reso il futuro di Battisti “incerto e molto difficoltoso” in Italia.
Tre giorni dopo la decisione di Lula, la difesa di Battisti avanzò una richiesta di scarcerazione alla Corte Suprema, ma il governo italiano chiese alla Corte l’inammissibilità della richiesta allegando “assoluta mancanza di base legale”. In quella circostanza il presidente della Corte Cesar Peluzo negò la scarcerazione immediata e decise che gli atti fossero mandati al relatore, il giudice Gilmar Mendez. Il 3 febbraio il governo italiano mandò alla Corte una richiesta di annullamento della decisione di Lula, accusandolo di non rispettare i trattati bilaterali tra i due paesi.
I ricorsi passarono in giudizio l’8 giugno 2011. Per prima cosa la Corte decise che il governo italiano non aveva legittimità per contestare la decisione di Lula. In secondo luogo decise per la scarcerazione immediata dell’italiano, ritenendo che non spetta alla Corte contestare la decisione “sovrana” di un presidente della Repubblica. Alla fine della seduta un ordine di scarcerazione per Battisti venne mandato al penitenziario di Papuda, a Brasilia, da dove egli uscì nei primi istanti del 9 giugno, dopo 4 anni di carcere.
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Prendetela per l’orgoglio
- 05/02/2012 08:00L’Italia guida una pericolosa alleanza che chiede solidarietà in moneta sonante. Il premier Mario Monti sa, che la via più semplice non è quella giusta. Tuttavia prosegue per la sua strada. Farsi sfuggire l’occasione non farebbe bene all’Europa.
L’Europa ha un nuovo protagonista. Un distinto signore brizzolato, ben educato e dai polsini inamidati. Si chiama Mario Monti, ha 68 anni ed è presidente del consiglio italiano da ben 70 giorni. In questo periodo ha restituito credibilità al suo ruolo e al paese. Con passi accorti li ha portati entrambi in Europa e nel parlamento italiano ha spazzato via quell’aspetto ridicolo che aveva contraddistinto il suo predecessore.
Porta un insolito effetto di freschezza sullo scenario politico italiano. Mario Monti ha liberato l’Italia dall’incubo di non essere più presa sul serio. Questo lo ha reso uno dei principali partner di Angela Merkel nella crisi europea, ma anche il suo più potente antagonista.
Ma i successi iniziali non appagano Monti che pretende Maggiore solidarietà, più riconoscimenti al suo lavoro, un ampliamento dello scudo monetario – maggiore liquidità. Con l’autorità del suo incarico e della sua persona si fa portavoce di un’alleanza che: per la sua mancanza di fiducia sta mettendo in gioco il salvataggio dell’Europa, che teme i mercati e chiede un definitivo impegno dei potenti. E’ agli sgoccioli, c’è solo un lieve segnale di distensione nei disastrosi piani che hanno messo l’Europa in crisi. L’alleanza non ha fiducia nella forza delle volontà politiche. Non fa alcun affidamento sul fatto che i portoghesi e gli spagnoli stessi siano i principali interessati all’abbattimento del deficit del proprio paese, sul fatto che le riforme strutturali non sono restrittive, ma danno respiro. E non osa dire chiaro in faccia ai cittadini: siete chiamati in causa anche voi.
La cosa sorprendente è che Monti conosce meglio di tutti la strada giusta. Ma anche per lui la via del rigore è la più scomoda. Se si presenta la prospettiva di un aiuto, perché allora non chiederlo? Monti è l’eroe degli oppressi come Mariano Rajoy. A casa sua il premier spagnolo critica l’ostinazione tedesca del rigore nel bilancio. La settimana scorsa a Berlino, in un faccia a faccia con la cancelliera tedesca, non ha avuto il coraggio di ripeterlo. In questa occasione Rajoy si è comportato da scolaro diligente che promette riforme lodando uno stato che non debba finanziarsi a spese delle generazioni future. Viceversa Monti va dritto al sodo, dice apertamente ciò che si propone La sua esperienza (e quella degli altri assieme a lui) lo rende credibile: in qualità di commissario europeo ha dimostrato la forza delle riforme liberali e anche stavolta, assicura, manterrà il compito affidatogli. Il primo della classe diventa capoclasse degli statisti del sud Europa, ma una cosa giudica male: non si tratterà più di offrire un paio di riforme in cambio di contanti a Bruxelles. La salvezza dell’euro non è più un affare da bazar.
L’italiano è allo stesso tempo l’eroe di coloro che desiderano uno stato rigoroso, che vedono in lui e nel danaro dei suoi cittadini un puro e semplice strumento. Uno strumento da utilizzare a proprio piacimento, quando serve, per evitare traumi al sistema economico. Sono gli stessi che considerano un mezzo anche un istituto d’emissione. Mario Monti, questo personaggio signorile della vecchia Europa, è l’insospettabile testimonial in tutta la Dolce Vita di Christine Lagarde, la nuova lady di ferro in Europa. Nei panni di dirigente dell’FMI ripete ciò che chiede quando indossa le vesti di ministro delle finanze francese: più tasse ai ricchi negli stati bisognosi. Monti è anche testimonial del presidente degli Stati Uniti: Obama e Monti presto si vedranno per discutere di “un ampliamento del fronte finanziario europeo”, secondo quanto riferisce la Casa Bianca. Monti gode del sostegno di Obama. Il canto delle sirene ammalia il vertice europeo, il dolce canto dell’emissione di denaro.
Il futuro dell’euro zona dipende dall’Italia. Se non riuscisse il salvataggio della Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna potrebbero andare in fumo. L’Italia è così importante e forte che il paese sarà il fattore determinante per tenere unita l’Unione Monetaria o lasciarla andare a pezzi. Per il momento però non serve il programma di incentivazione al lavoro garantito dai finanziamenti di Bruxelles, nè serve l’aumento di aiuti economici, insufficienti all’Italia con i suoi 1.8 milioni di euro di debito pubblico. Al momento è d’aiuto soltanto la strada che Monti ha cominciato a percorrere a Roma. Peccato che al momento non possa essere certo che conduca allo scopo: mettere in ordine le spese e togliere i benefici ai privilegiati. Monti ha puntato i piedi con forza nelle prime settimane. L’Italia ha deciso di rendere più concorrenziali quei settori che condizionano la vita di tutti i giorni: gli studi legali e le farmacie, i tassisti e i distributori di benzina. Si è fatto dei nemici, ma da da tempo gli italiani non sono tutti reazionari.
Da tempo diminuiscono le spese finanziarie italiane, senza alcun aiuto da parte di Berlino. Nemmeno i mercati riescono a resistere al fascino di Monti. Lo assecondano. E gli accordano anche tempo: Con freddezza Monti tiene testa ai parlamentari, rimasti ancora ai tempi di Silvio Berlusconi, che hanno voluto dimostrargli che il suo incarico di governo dipende solo dalla loro clemenza. Allo stesso tempo il loro destino dipende dal premier ad interim. Secondo i sondaggi la maggioranza di Berlusconi è acqua passata. Non se parla proprio di una caduta di Monti prima delle elezioni politiche del 2013.
L’Italia deve sfruttare l’opportunità, poiché anche se ci si è dati molto da fare, non si è però ottenuto nulla. I ricchi esportano fondi in nero in Svizzera, nonostante la stretta rete con cui l’Italia traccia i flussi di denaro. Ma: la repubblica la sfrutta a malapena. Il paese si disgrega sia al nord che al sud, tra i privilegiati e tra quelli che restano a bocca asciutta. Gli italiani siedono su un patrimonio finanziario, che ammonta a più della metà della situazione debitoria nazionale. E’ comodo far pagare agli altri, ma non è degno di una nazione orgogliosa. L’Italia vuole riconquistarsi il suo posto in Europa. Se Monti dimostra che riuscirà ad avere ragione della crisi economica con le sue misure restrittive, nessuno gli rifiuterà questo ruolo di comando. Il suo ruolo non è solo salvare l’Italia, bensì, e l’Europa è pronta, quello di scendere con con consapevolezza in campo contro le potenze economiche del mondo.
[Articolo originale "Packt sie bei ihrem Stolz" di Florian Eder]
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L’Europa si appoggia sulle spalle di Monti
- 03/02/2012 10:52L’Italia è tornata. La tedesca Angela Merkel è in cima alla lista dei potenti d’Europa. Il francese Nicolas Sarkozy può reclamare lo status di leader più energico del continente. Mario Monti è quello più interessante. Dopo un’assenza durata vent’anni, l’Italia è tornata sulla scena. Il destino di Monti potrebbe essere quello dell’Europa.
L’altro giorno la Casa Bianca ha dichiarato che il primo ministro italiano avrebbe presto incontrato Barack Obama. Dire che l’annuncio è stato caloroso è riduttivo. Monti e il presidente discuteranno “le misure generali che il governo italiano sta prendendo per ristabilire la fiducia sul mercato e rinvigorire la crescita attraverso riforme strutturali, come pure la prospettiva di un’espansione del programma di protezione finanziaria dell’Europa”. Traducete e otterrete: Obama supporta Monti fino in fondo, incluso quando fa pressione sulla Merkel.”
C’è stato un tempo in cui l’Italia aveva qualcosa da dire in Europa. Gli italiani sostennero il grande salto integrazionista negli Anni ‘80. Il summit di Milano diede la spinta per la realizzazione del Mercato unico. Cinque anni dopo un meeting a Roma stabilì il programma per l’euro. Ciò offrì l’occasione, tra l’altro, per la caduta di Margaret Thatcher: i suoi “No, No, No” alla moneta unica fomentarono la ribellione dei Tory. Sembrerà strano, ma i conservatori britannici, un tempo, erano per la maggior parte pro-europei.
L’era di Silvio Berlusconi ha poi messo fine all’influenza italiana. Sebbene gli fosse sempre garantito un caloroso benvenuto da parte di Vladimir Putin, Berlusconi è stato evitato dai suoi colleghi dell’Unione Europea, in quanto considerato causa di irritazione e imbarazzo. Monti, un accademico serio con un piano serio, è diverso sotto ogni punto di vista. Berlusconi ha inventato volgari barzellette sull’aspetto della Merkel. Monti parla con lei di economia.
C’è un secondo Italiano al tavolo dei potenti. Mario Draghi, l’altro Mario, si è messo in luce durante la sua breve presidenza alla Banca Centrale Europea. Per quanto riguarda l’ortodossia economica, Draghi si attribuisce il titolo di tedesco onorario. Eppure una grande operazione di rifinanziamento lanciata sotto la sua dirigenza, alleggerimento quantitativo in altri termini, ha sostenuto il sistema bancario e calmato i mercati finanziari.
Lo schema della BCE non è una soluzione permanente, ma ha dato ai politici lo spazio per negoziare il prezioso accordo fiscale della Merkel. Per la sempre presente ombra della Grecia, ci sono segni che la crisi dell’euro sta passando da una fase acuta ad una cronica.
Monti conta perché sarà in Italia che le prospettive a lungo termine dell’euro si decideranno. Se la Grecia davvero fallirà, Irlanda, Portogallo e Spagna saranno sotto tiro.
L’Italia, tuttavia, è la protagonista cruciale. Se la terza economia più grande della zona Euro non riuscirà a registrare una credibile progressione economica, l’euro non avrà futuro come progetto paneuropeo.
Monti ha un paio di assi nella manica. Le sue misure di austerità si sono già dimostrate impopolari, ma i politici italiani eletti godono ben poco di una forma migliore. Berlusconi fa il cecchino dalle retrovie ma la sua coalizione di centro destra sarebbe annientata in una ipotetica e improvvisa tornata elettorale. Quindi Monti ritiene di avere un altro anno a disposizione, fino alle previste elezioni nella primavera del 2013, per mettere in atto la sua strategia.
La seconda carta a sua disposizione è il fatto che può tener testa alla potenza tedesca. La sua carriera da riformatore liberale nella Commissione Europea non è in discussione. Il suo contegno sfata qualsiasi stereotipo di irresponsabile europeo meridionale. Ah, e Obama lo appoggia del tutto quando dice alla Merkel che misure d’austerità fini a sé stesse trasformerebbero un patto fiscale in un patto suicida.
Sospetto che Sarkozy sia leggermente infastidito dall’intrusione di Monti. Il Presidente francese non è uno che ama condividere il palcoscenico. Finora Parigi ha sostenuto l’apparenza che la guida dell’Europa spetti all’associazione franco-tedesca. In verità, l’alchimia fra il presidente e la cancelliera è tutt’altro che positiva.
Come spesso accade, Sarkozy ha più interessi nel successo di Monti che molti altri. Ogni volta che incontro alti funzionari francesi, come è accaduto all’ultimo Colloque franco-inglese, sono colpito dalla loro insistenza sul fatto che la sopravvivenza dell’euro sia vitale. Quello che intendono, credo, è che il dissolvimento della moneta unica farebbe sì che la Francia venga percepita come un’economia di secondo piano, alla faccia di ogni aspirazione a contare qualcosa a livello internazionale.
Non c’è certezza che Monti avrà successo. Grossi tagli alla spesa e aumento delle imposte sono una cosa. Il vero banco di prova arriverà quando si tratterà di liberalizzare l’economia. Qui si dovrà confrontare con un alveare di negozi chiusi, pratiche corporative e avidi cartelli. Questa settimana le città italiane sono state gettate nel caos da parte di tassisti e camionisti. Avvocati, farmacisti e stazioni di servizio sono pronti a incrociare le braccia al primo accenno da parte del governo di spogliarli dei loro privilegi. Non sarà facile.
Le scelte sono inevitabili. Il dibattito sul futuro della zona Euro è inevitabilmente polarizzato. Da una parte tutti coloro che dicono che l’avventura Europa può essere salvata solo se gli stati Cattolici del sud assorbono la cultura protestante settentrionale fatta di parsimonia e duro lavoro. Dall’altra parte ci sono coloro che ritengono che si starebbe tutti meglio se solo i tedeschi fossero disponibili a spendere e prestare di più, sottoscrivendo il debito dei vicini del sud Europa. Entrambe le posizioni sono terribilmente ingenue.
La sfida che affronta l’Europa, cristallizzata dalla crisi della sua moneta, è quella di adattarsi ad un mondo in cui non è più possibile dettare le condizioni di scambio. Legislatori ed economisti possono discutere quanto vogliono sui meriti e i demeriti della svalutazione monetaria o tarare sottilmente il bilancio a metà tra rettitudine fiscale e stimolo alla domanda. La grande domanda è se l’Europa potrà competere in un mondo di cui l’Occidente ha perso il controllo.
Questo è il motivo per cui ciò che Monti sta facendo in Italia è fondamentale.
[Articolo originale "Europe rests on Monti’s shoulders" di Philip Stephens]
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Crisi del debito. Tutta un’altra musica tra Germania e Italia
- 03/02/2012 08:30Il premier italiano Mario Monti ha presentato il suo piano di riforme a Berlino. Per prima cosa intende dimostrare all’Europa che può fidarsi dell’Italia.
“Quando al governo c’era Berlusconi, tutto era molto più semplice”, si è lamentato un giornalista italiano durante la conferenza stampa congiunta tra Angela Merkel e Mario Monti, svoltasi presso la cancelleria federale.” Prima c’era sempre qualche divertente esternazione, su cui si poteva scrivere. Ora si parla solo di argomenti seri”.
Misure di risparmio, provvedimenti per la crescita economica, imposte sulle transazioni bancarie. In ogni caso durante l’incontro tra la cancelliera e il successore di Silvio Berlusconi non sono mancati argomenti seri. I due capi di governo si sono persino concessi 45 minuti di colloquio riservato non programmato, cosa impensabile con il precedente capo del governo.
L’andamento dei colloqui mostra un radicale cambiamento nel modo di comunicare tra Roma e Berlino. Mentre l’ Italia di qualche tempo fa si comportava come un discolo che rispetta malvolentieri le direttive dei genitori, la nuova Italia di Mario Monti si sta dimostrando una partner degna di fiducia, in grado di dare un fondamentale contributo alla stabilizzazione dell’ Europa.
La Merkel elogia Monti per le riforme in atto in Italia
In questo senso la Merkel ha avuto parole di elogio per la “straordinaria velocità” con cui il governo Monti ha varato severe misure di risparmio. Dal canto suo il professore varesino ha lodato la Germania per la sua disciplina nel bilancio e l’efficienza di un’economia di mercato sociale come base per una crescita economica durevole. La Merkel ha apprezzato il fatto che l’Italia abbia fatto i compiti a casa. Le misure di risparmio entrate in vigore in gennaio, dovrebbero ridurre il debito pubblico di 33 miliardi di euro e allo stesso tempo risolvere alcuni problemi strutturali – quali per esempio l’eccesso di baby pensionati e la massiccia evasione fiscale – che il paese finora non è stato capace di tenere sotto controllo.
Inoltre sembra davvero strano che gli Italiani siano piuttosto soddisfatti della nuova linea di ristrettezze. Da quando Monti è in carica, ci sono state solo tre ore di sciopero generale: un record. “A dire il vero io stesso resto meravigliato di quest’ampia popolarità di cui godo nel paese” ha dichiarato Monti al quotidiano francese Le Figaro. “Considerata la severità delle riforme che ho realizzato, dovrebbe essere praticamente a zero”.
Nell’intervista con il quotidiano Die Welt, Monti ha detto che gli italiani a tal riguardo hanno dimostrato “una maturità politica, che molti non avrebbero creduto possibile”. Tuttavia il clima potrebbe cambiare molto rapidamente. Come Monti ha spiegato nell’intervista, i risultati dei sacrifici di oggi potrebbero essere visibili solo tra cinque dieci anni. Se l’UE non interverrà presto per proteggere l’Italia dal pericolo di nuove speculazioni finanziarie, le tendenze anti europee che serpeggiano, potrebbero prendere il sopravvento sia tra la popolazione che in seno al parlamento.
Per evitare questa previsione, l’Italia si aspetta subito dall’UE due provvedimenti: un ulteriore allargamento del piano di salvataggio dell’Euro e una maggiore partecipazione della BCE alla stabilizzazione dei mercati, eventualmente attraverso l’emissione di Eurobond. L’Italia non è l’unico paese che ha espresso questo desiderio. Come ha fatto capire il presidente francese durante i colloqui della settimana scorsa con Monti, anche la Francia spera in una maggiore partecipazione della BCE al piano di salvataggio.
L’atmosfera conciliante inganna
“Ora inizieremo la seconda fase del nostro piano di stabilizzazione e metteremo in moto misure per una crescita strutturale” ha detto Monti a Berlino “ce la possiamo fare solo in un contesto economico europeo favorevole. L’Europa deve mostrare ai mercati che l’Italia non è più un pericolo per la stabilità dell’euro.” Finora la Germania si è mantenuta molto cauta nei confronti di queste richieste. Oggi però la cancelliera si è mostrata sorprendetemente disponibilie: “Ognuno deve dare il proprio contributo alla stabilizzazione dell’eurozona” ha dichiarato la Merkel. Sebbene la leva sul fondo salva stati resti come prima una faccenda delicata, si sta già pensando alla possibilità di creare nuovi strumenti e nuovi capitali.
L’atmosfera conciliante non deve ingannare. Nonostante i colloqui amichevoli la partnership italo-tedesca sembra essere ancora ben lungi dalla realtà. Sia La Merkel che Monti sono fortemente sotto pressione, dato che in entrambi i paesi nel 2013 avranno luogo le elezioni del parlamento.
La lobby economica potrebbe essere decisiva per l’Italia
La Cancelliera è a capo di una coalizione in crisi, che secondo i pessimi sondaggi, non sembrerebbe favorevole in nessun caso a una maggiore partecipazione della Germania al piano di salvataggio dell’euro. Il successo del programma di Monti dipende da una coalizione ancor più litigiosa, fortemente infiltrata da potenti lobby economiche.
Proprio queste lobby economiche potrebbero giocare un ruolo decisivo nella seconda parte del piano di riforme proposto da Monti. Farmacisti e tassisti per esempio hanno già annunciato la loro ferma opposizione alle privatizzazioni in programma. Inoltre Monti nei prossimi giorni dovrà discutere con i sindacati delle liberalizzazioni del mercato del lavoro. I risultati saranno illustrati il 20 gennaio in occasione dell’incontro trilaterale a Roma con la Merkel e Sarkozy.
[Articolo originale "Die neue deutsch-italienische Harmonie" di Fabio Ghelli]
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L’Italia ostacola il rimpatrio dei richiedenti asilo politico
- 03/02/2012 08:00Grazie agli accordi di Dublino nel 2011 sono stati espulsi dalla Svizzera un numero di richiedenti asilo maggiore dell’anno precedente. Nonostante ciò molte pratiche sono ancora in attesa di definizione, a causa delle limitazioni dei rimpatri da parte dell’Italia.
Il numero delle richieste di asilo nel 2011 è aumentato drasticamente, non era mai stato così alto dal 2002. Secondo l’Ufficio Federale della Migrazione (BFM), il forte incremento sarebbe dovuto alla primavera araba e alla apertura dal mese di marzo delle rotte migratorie dalla Tunisia e dalla Libia verso l’Italia meridionale. L’ufficio ha rilevato che la Svizzera rispetto all’anno scorso ha potuto rimpatriare un numero sostanzialmente maggiore di richiedenti asilo, tra coloro che avrebbero presentato domanda già in un altro paese. Il numero di questi rimpatri effettuati secondo gli accordi di Dublino è cresciuto da 2711 a 3621.
Tuttavia la Svizzera avrebbe potuto rimpatriare il doppio dei richiedenti asilo, tenendo conto che, in ben 7000 casi la richiesta di asilo era stata accolta dai paesi di prima accoglienza. Questa differenza di dati sarebbe normale, afferma il portavoce della BFM Joachim Gross, poiché tra l’approvazione e il rimpatrio ci vogliono “da due a tre mesi, per l’espletamento di tutte le formalità”. A questo si aggiunge che l’Italia accetta indietro i profughi solo per via aerea e non consente più di 250 rimpatri mensili. Poiché attualmente i due terzi di tutti i casi riconosciuti dal trattato di Dublino riguarda l’Italia, il ristagno sarebbe causato quasi esclusivamente dall’atteggiamento del nostro confinante meridionale.
Soprattutto Tunisia e Nigeria
Tra i paesi di origine dei richiedenti asilo, le cui domande d’asilo sono state evase dalla Svizzera nel 2011 come riconducibili agli accordi di Dublino, dominano la Nigeria e la Tunisia rispettivamente con 1388 e 1507 rimpatri riconosciuti. Tuttavia sono stati scortati nel paese di primo asilo solo 940 nigeriani e 502 tunisini. Siccome recentemente numerosi profughi che hanno lasciato Maghreb per motivi economici sono stati oggetto di articoli giornalistici dai toni negativi, la bassa percentuale di rimpatri dei tunisini potrebbe creare ulteriore malcontento un po’ dappertutto.
Nel giugno scorso i cantoni avevano criticato le lungaggini dei procedimenti amministrativi per le richieste di asilo politico. In particolare nei casi evidentemente riconducibili agli accordi di Dublino, la confederazione sarebbe dovuta essere più veloce nell’evasione delle richieste e non limitarsi a distribuire i richiedenti nei cantoni svizzeri. La BFM ha accelerato i procedimenti, dichiara Roger Schneeberger, segretario generale della Conferenza dei direttori di Giustizia e Polizia. Dichiara che l’obiettivo di risolvere i casi di Dublino direttamente nei centri di accoglienza della confederazione, è stato chiaramente un fallimento dovuto alla mancanza di posti in questi centri, in cui i richiedenti asilo potrebbero restare in media solo venti giorni.
Nulla è cambiato dalla passata estate secondo David Keller, capo dell’ufficio migrazione svizzero e presidente dell’associazione delle autorità cantonali per le migrazioni. Come prima vi sarebbe un “collo di bottiglia verso l’Italia”. I nostri vicini del sud applicano Dublino sicuramente con correttezza, però rallentano i rimpatri.
Uno su dieci torna a casa
Un altro problema, secondo Keller, è che il 10 percento dei richiedenti asilo politico riconducibili agli accordi di Dublino ritorna in Svizzera e inoltra una nuova richiesta di asilo. Il ministro per la giustizia Simonetta Sommaruga aveva già evidenziato lo stesso problema, quando nel mese di settembre era stata ospite dell’allora ministro degli interni Roberto Maroni. La questione controversa é se queste domande di asilo possano essere presentate. Le autorità per le migrazioni dicono di no, mentre il tribunale amministrativo federale è di parere contrario. Secondo la Sommaruga si tratta spesso di persone, che la Svizzera non può respingere nel proprio paese di origine.
[Articolo originale "Italien behindert die Rückführung von Asylbewerbern" di René Lenzin]
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Rifiuti italiani a Rotterdam
- 02/02/2012 13:38L’Olanda non ha rifiuti a sufficienza mentre a Napoli marciscono sei milioni di tonnellate di spazzatura. La soluzione: da questa settimana una centrale per il trattamento dei rifiuti di Rotterdam trasforma la spazzatura italiana in energia. “Napoli vuole liberarsene, noi ne abbiamo bisogno.
Opuscoli pubblicitari, imballaggi in plastica, avanzi di cibo. Duemila tonnellate di poltiglia grigiastra sono state scaricate lunedì nel porto di Rotterdam. Si tratta di rifiuti domestici, importati dalla città di Napoli. Qui in Olanda vengono smaltiti nello stabilimento di trattamento dei rifiuti della AVR a Rozenburg.
Napoli è alle prese con i suoi rifiuti da anni. La città e la provincia non riuscivano nemmeno a raccogliere la spazzatura domestica negli ultimi anni. Montagne di rifiuti si sono accumulate persino nel centro di Napoli. Una combinazione di malgoverno e corruzione, infiltrazioni mafiose e decisioni di investimento sbagliate hanno fatto sì che in città meno del 20 per cento dei rifiuti vengano differenziati e che sei milioni di tonnellate di rifiuti di dubbia natura e parzialmente tossici siano stati impacchettati in discariche all’aperto, in attesa di smaltimento definitivo.
L’unico inceneritore della regione – quello di Acerra – ha funzionato male per anni e bruciava anche materiali tossici mischiati ai rifiuti domestici. La ristrutturazione dell’installazione è durata così a lungo che l’impianto era già obsoleto prima che i forni venissero accesi e tuttora l’inceneritore è più spento che funzionante.
I cittadini delusi e diffidenti non accettano più le discariche accanto alle loro case. Sembra che per anni in molte discariche i rifiuti domestici siano stati mischiati a rifiuti industriali, e sostanze tossiche sono penetrate nelle falde acquifere.
Da maggio dello scorso anno il comune di Napoli ha un nuovo sindaco, che vuole affrontare i problemi in modo strutturale. Luigi De Magistris è costretto a farlo anche perché il commissario europeo per l’ambiente, Janez Potocnik, tiene il fiato sul collo a Napoli e all’Italia e minaccia multe milionarie, a causa della mancanza di soluzioni per l’emergenza rifiuti che si protrae in Campania da anni.
Per dare un po’ di respiro alla città e al circondario, De Magistris, in collaborazione con il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, ha stretto un accordo con gli olandesi. Spera di poter spedire settimanalmente tra le 4000 e le 5000 tonnellate di rifiuti a Rotterdam. Per farlo, Napoli paga quasi la metà di quello che la città avrebbe dovuto pagare nel proprio Paese. Inoltre, gli olandesi sono meno riluttanti a farsi carico dei rifiuti napoletani, mentre molte regioni italiane del Nord non vogliono più nemmeno accettarli.
Gli impianti olandesi per lo smaltimento dei rifiuti invece sono alla disperata ricerca di spazzatura dall’estero. Poichè sempre più olandesi differenziano i loro rifiuti, gli inceneritori hanno problemi di eccessiva capacità. Insieme, gli impianti possono trattare sette milioni di tonnellate di rifiuti. Ma la quantità annua di rifiuti in l’Olanda è di ‘appena’ sei milioni di tonnellate.
I gestori degli inceneritori vanno quindi a cercare rifiuti all’estero. Il leader di mercato Van Gansewinkel importa già rifiuti dall’Inghilterra e dall’Irlanda. E, da questa settimana, ora anche dall’Italia. “Una soluzione vantaggiosa per tutti”, spiega il direttore Pim de Vries. “Napoli vuole liberarsene, noi ne abbiamo bisogno.” Per De Vries i rifiuti urbani significano energia. Prendiamo per esempio il carico dall’Italia. Nelle prossime settimane verranno spedite 25.000 tonnellate di rifiuti. Secondo De Vries, dopo l’elaborazione verrà prodotta sufficiente energia per 17 milioni di docce. Questa energia viene venduta alle aziende della zona di Botlek (una zona industriale di Rotterdam, N.d.T).
Anche il calore rilasciato durante l’incenerimento presto si tradurrà in profitti. La scorsa settimana è stato dato il via alla costruzione di una tubatura di 26 metri [sic, ‘26 km’, N.d.T.] di lunghezza tra Rozenburg e Rotterdam Sud. La costruzione verrà completata nel 2013 e l’impianto di trattamento dei rifiuti sarà collegato alla rete di teleriscaldamento di Rotterdam. Acqua bollente fluirà attraverso i tubi, permettendo di riscaldare circa 50.000 case. “Diventeremo la stufa di Rotterdam”, afferma De Vries. Secondo il direttore, il piano rientra nella filosofia aziendale di Van Gansewinkel, che è quella di gestire i rifiuti in modo sostenibile. “Siamo alla ricerca di nuovi modi per integrare i rifiuti con un ambiente più pulito.”
Bendiks Jan Boersma, professore di tecniche energetiche presso la Technische Universiteit di Delft, ha dei dubbi sulla sostenibilità come motivazione dell’azienda. “È semplicemente un business molto redditizio”, spiega. “Anche se nei Paesi Bassi abbiamo già troppi impianti, si continua a costruirne di nuovi. Recentemente se ne è aggiunto un altro, ad Harlingen. Perché permettono di guadagnare un sacco di soldi.”
Boersma è critico riguardo all’importazione di rifiuti da altri paesi. Il professore mette in dubbio la ‘qualità’ dei rifiuti, e teme che l’Italia spedisca in Olanda spazzatura vecchia, a volte stoccata nelle discariche da anni.”Poiché si tratta di quantità talmente grandi di rifiuti, è difficile controllarli.”
Boersma rileva inoltre che così si dà “un impulso sbagliato”. “Stiamo risolvendo un problema italiano. La combustione dei rifiuti non è pulita. Da quel tubo fuoriesce aria sporca, lo sanno tutti, e l’inquinamento ce lo sorbiamo qui. E in un Paese così densamente popolato come l’Olanda non ne abbiamo proprio bisogno.”
Secondo De Vries, la sua azienda invece aiuta l’ambiente. “Se noi non li bruciassimo, i rifiuti marcirebbero in una conca nei pressi di Napoli, quindi per l’ambiente è meglio che noi ne ricaviamo energia.”
E la qualità dei rifiuti? Il direttore non ha preoccupazioni al riguardo. “Controlliamo accuratamente”, assicura lui. “I rifiuti italiani sono semplicemente la stessa spazzatura che anch’io butto nella pattumiera tutti i giorni. L’unica differenza è che ci sarà qualche scatola di pizza in più.”
[Articolo originale "Italiaans huisvuil in Rotterdam" di Andreas Kouwenhoven e Bas Mesters]
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In pericolo il restauro del Colosseo di Roma
- 02/02/2012 09:00L’imprenditore che ha in mano l’incarico potrebbe ritirarsi in seguito a dubbi sulla gara di appalto.
Come molti monumenti, simboli e certezze culturali in questi tempi di crisi, il Colosseo di Roma si sta deteriorando e necessita di lavori di restauro urgenti. Secondo il giornale inglese The Guardian l’edificio, che che fu scenario di crudeli spettacoli durante l’Impero Romano, presenta per lo meno 3.000 “lesioni”. E sta avendo cedimenti in molte sue parti per mancanza di interventi di manutenzione.
La proposta di ripristino più recente è venuta dal fabbricante di scarpe di lusso Diego Della Valle, il quale ha offerto 25 milioni di euro per le riparazioni in cambio dei diritti esclusivi sull’edificio vecchio di quasi 2000 anni.
Una pazzia? Per Della Valle no: nel 2010 il governo di Silvio Berlusconi decise di passare il restauro al settore privato. Della Valle fu l’unico offerente in una gara d’appalto per il restauro del Colosseo, lavoro che include la pulizia della struttura della facciata annerita dallo smog.
Tuttavia ora un’indagine fa emergere dubbi sulla trasparenza della gara d’appalto e il multimilionario minaccia di rompere l’accordo.
Della Valle ha manifestato l’intenzione di rescindere il contratto durante un incontro con il ministro della Cultura italiano, Lorenzo Ornaghi, secondo quanto ha dichiarato il Ministero. Ornaghi ha chiesto a Della Valle – padrone dell’impresa che produce le scarpe Tod’s – un po’ di tempo per riflettere prima di prendere una decisione definitiva, ha aggiunto il comunicato.
Gli investigatori a Roma e il massimo tribunale amministrativo italiano stanno analizzando la richiesta di un sindacato, secondo il quale l’appalto per i lavori di restauro dell’anfiteatro manca di trasparenza. L’indagine è ancora all’inizio e secondo la stampa ancora non sono emerse prove di illegalità.
Tra le condizioni dell’accordo figurava la possibilità per Della Valle di includere il suo logo sui biglietti per entrare nel monumento, che è visitato da più di sei milioni di persone l’anno. I lavori, che dovevano durare due anni, sarebbero iniziati a dicembre, ma ora inizieranno a marzo.
A parte questo problema specifico, vari gruppi sono contro il finanziamento privato del restauro perché si verrebbe a creare un precedente. La UIL (Unione Italiana del Lavoro), il terzo sindacato più grande d’Italia e un bastione del socialismo, è radicalmente contraria al piano. Avvertono, tra le altre cose, che l’emblema della romanità potrebbe coprirsi di pubblicità delle Tod’s. A suo tempo Gianfranco Cerasoli, segretario generale della UIL Cultur, aveva dichiarato che l’accordo era stato firmato “a gran velocità dopo che il concorso ufficiale era stato dichiarato deserto” e che avrebbe impedito “per almeno 15 anni al ministero, e per tanto allo Stato – che secondo la Costituzione è responsabile dell’anfiteatro – di decidere liberamente sull’uso e l’immagine del monumento”.
In conferenza stampa Della Valle di è difeso: “ Per il restauro del Colosseo non abbiamo chiesto niente in cambio. Non c’è scambio commerciale. Ho sentito e letto stupidaggini e cose ridicole. Non esiste la possibilità di utilizzare il logo del Colosseo, non esiste nessuna contropartita. Però pensiamo che sarebbe stata una buona cosa che un gruppo italiano facesse qualcosa per l’immagine e il bene del Paese”.
[Articolo originale "Peligran las reparaciones del Coliseo de Roma"]
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Il ritorno dell’Italia
- 01/02/2012 23:33Monti vara misure per sbloccare il paese e recuperare influenza nell’Unione Europea
Rafforzato da una fama di riformista e liberalizzatore conquistata quando rivestaiva il ruolo di potente commissario europeo per la concorrenza, l’attuale Presidente del Consiglio italiano Mario Monti può riuscire in qualcosa che nessuno dei suoi predecessori, di destra o di sinistra, ha mai ottenuto: sbloccare l’Italia. Benché quello che è successo con il naufragio della nave da crociera Costa Concordia abbia messo in luce il lato oscuro di un’Italia che Monti vuole cambiare.
Non si tratta solo di far quadrare i conti pubblici tramite tagli, aumenti delle tasse o riforme delle pensioni. Le sue proposte in proposito sono già state approvate dal Parlamento. Adesso Monti si propone di farla finita con i privilegi e i corporativismi di tanti settori dell’economia e della società italiana, introducendo un maggiore grado di concorrenza: orari di apertura degli esercizi commerciali, liberalizzazione delle tariffe di avvocati, architetti e notai, ampliamento delle licenze delle farmacie, eccetera. Con questo obiettivo, che dovrà essere seguito da una riforma della pubblica amministrazione, si propone di dinamizzare l’economia italiana ormai fossilizzata.
Non gli sarà facile. Stanno esplodendo scioperi e manifestazioni per evitare che si tocchino gli interessi di parte. Quello dei camionisti, che protestano per l’aumento del prezzo della benzina e per la concorrenza sleale degli autisti dell’Est; quello dei tassisti, che non vogliono che si moltiplichi il numero delle licenze; o quello del settore ferroviario che Monti vuole liberalizzare: gli scioperi cominciano a farsi sentire sulla vita quotidiana degli italiani. Questi ultimi, tuttavia, sembrano appoggiare ampiamente l’impulso riformista di ciò che si era presentato come un governo “tecnocrate”, benchè con una data di scadenza: la primavera del 2013.
Monti ha ricevuto l’appoggio esplicito della Merkel e di Sarkozy, consapevoli che – molto più che in Grecia – il futuro dell’Euro si gioca in Italia, la terza economia dell’eurozona. Resta da vedere se si sia creato un triumvirato tra i governi dei tre paesi fondatori dell’UE. Se fosse così, entrare in questo direttorio sarà una sfida per la Spagna e Rajoy.
In ogni caso, con Mario Monti, che viene ascoltato con attenzione, e con l’altro Mario, Draghi, Presidente della BCE, l’Italia è tornata in Europa. Ma se Monti oggi ricopre la carica di Presidente del Consiglio è anche grazie al fatto che la cancelliera tedesca l’ha avuta vinta su un ineffabile Berlusconi che prometteva sempre riforme e poi non faceva nulla, salvo mettere il pericolo la validità dell’Euro.
[Articolo originale "El regreso de Italia"]
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Perché l’Italia dovrebbe assomigliare di più alla Germania
- 01/02/2012 17:53Il nuovo capo del governo italiano Mario Monti non è soltanto un politico, ma soprattutto un esperto di economia. Nella Germania Monti vede un esempio per l’Italia.
Welt Online: Presidente, il suo mestiere principale, a cui ha detto di voler tornare, è quello di economista. Cosa dice il Professor Monti dell’attuale crisi finanziare e della crisi dell’Euro?
Mario Monti: Posso soltanto ribadire ciò che il Professor Monti ripete da tempo. E cioè che innanzitutto la crisi dell’Euro non esiste. L’Euro è ancora molto forte – grazie soprattutto alla Banca Centrale Europea e all’indipendenza di quest’ultima. Sicuramente anche per l’Euro ci sono alti e bassi, ma tutto sommato è una moneta estremamente stabile. Naturalmente molti stati dell’Eurozona stanno vivendo una crisi finanziaria legata in buona misura all’indebitamento degli Stati membri. Entità e drammaticità dell’indebitamento variano molto tra i singoli stati, lo sappiamo bene. E una delle sfide per i prossimi mesi sarà trovare una via per governare e guidare un’Europa caratterizzata da disuguaglianze così forti.
Welt Online: Questa crisi quanto è legata all’Europa?
Monti: Dobbiamo finalmente imparare che questa crisi non è la conseguenza di un difetto del modello europeo, ma che viene dagli Stati Uniti. In Europa – e questo fa parte della nostra storia di successo – questa crisi non avrebbe potuto nascere. Virtualmente l’Europa si trova in una situazione eccellente. Dobbiamo soltanto comprendere e accettare questo fatto.
Welt Online: Oggi è il suo 57esimo giorno da Presidente del Consiglio italiano. Professore, aveva sottovalutato la montagna di problemi che deve affrontare?
Monti: Non credo. Conosco la mia Italia. Mi è sempre stato chiaro che il nostro Paese si trova davanti a problemi molto gravi, che si tratta di risolvere. Ma allo stesso tempo so che questi problemi sono risolvibili. E questi 57 giorni hanno rafforzato la mia convinzione che effettivamente sono risolvibili – l’Italia non è così renitente alle riforme quanto altrove talvolta si tende a considerarla.
Welt Online: E gli italiani sostengono il suo programma di dolorose riforme?
Monti: Lo sostengono eccome! La grande maggioranza degli italiani sta dimostrando una maturità politica che molti non avrebbero creduto possibile. E mi fa piacere dirlo ai lettori tedeschi: gli italiani sono molto meno lontani da quello che in Germania si chiama cultura della stabilità di quanto in tanti sospettino. Il mio governo in breve tempo ha presentato agli italiani una serie di decisioni – senza le procedure e i riti politici a cui finora si era abituati in Italia. Le decisioni sono state prese più rapidamente anche di quanto succeda in Germania. Anche da voi i processi sono lunghi e ci sono molte istanze, vengono consultati tanti gruppi d’interesse e parti sociali.
Welt Online: Che cosa avete deciso precisamente?
Monti: Solo 16 giorni dopo il giuramento del governo abbiamo elaborato e fatto approvare da un’ampia maggioranza parlamentare una legge che prevede misure rigide per il consolidamento delle finanze pubbliche. La legge è entrata in vigore il primo gennaio. Le racconto un aneddoto simpatico: poco fa ho incontrato a Parigi prima il Primo Ministro Fillon e poi il Presidente Sarkozy. Fillon mi disse: “Ho visto che ha portato avanti una riforma delle pensioni decisiva”. E poi mi ha chiesto: “Ma è una proposta del suo governo o soltanto un progetto? Perché il Presidente Sarkozy mi ha detto: ‘Sì, sì, gli italiani portano avanti un sacco di cose – ma non le concludono mai’.” E io allora ho potuto rispondergli: “No, no, non è un progetto, è una legge che è già entrata in vigore.” E pensi che contro questa legge – molto dolorosa – i sindacati hanno indetto uno sciopero di appena tre ore. Questa è una straordinaria prova di maturità da parte degli italiani
Welt Online: E come riesce a far approvare in parlamento progetti così rivoluzionari per l’Italia?
Monti: Difatti al momento in Italia c’è una sorta di grande coalizione – non dovrei dirlo in realtà, non lo si sente dire volentieri in Italia. In Italia ci sono tre partiti e gruppi politici rilevanti, che si combattono molto aspramente. Non si parlano neanche. Ma tutti e tre sostengono le misure impopolari che ha deciso il mio governo. Questo è quasi un miracolo!
Welt Online: E gli italiani sostengono la sua politica di tagli dolorosi?
Monti: I sondaggi mostrano chiaramente che questo governo insolito, che non può offrire regali di nessun tipo, gode di uno straordinario sostegno da parte dei cittadini. Sebbene nulla di ciò che facciamo sia gradevole, ai cittadini interessano serietà e sincerità – poi sono anche disposti a fare sacrifici.
Welt Online: Lei chiede sacrifici agli italiani perché costretto dall’Unione Europea?
Monti: Assolutamente no. Non ho mai detto agli italiani che questi sacrifici sono necessari perché li vuole l’UE. Ho detto loro che dobbiamo realizzare queste riforme per un motivo completamente diverso: nell’interesse dei nostri figli e dei nostri nipoti. In ballo non c’è il nostro benessere, ma il futuro dell’Italia. Facciamo queste riforme non perché sono volute da fuori, ma perché decidiamo di farle noi. E i cittadini evidentemente la vedono allo stesso modo.
Welt Online: Lei sta dando l’idea di tanta armonia. Ma c’è un problema: lei è a capo di un governo “tecnico”, che vuole mettere in atto riforme al di là delle solite linee dei partiti. In quanto eletto, però, lei dipende da un parlamento che è responsabile dell’emergenza italiana. Crede davvero di poter ottenere l’appoggio necessario proprio da questo parlamento?
Monti: Ci troviamo in una situazione strana, ma molto interessante. È vero, i deputati potrebbero togliere il consenso a questo governo in qualsiasi momento.
Welt Online: E la Lega Nord è all’opposizione!
Monti: È vero. Eppure al momento disponiamo della maggioranza più larga di tutti i parlamenti del dopoguerra. Non condivido la sua espressione secondo cui tutti i partiti presenti in parlamento sono responsabili dell’emergenza italiana. Noto invece che i partiti per la maggior parte – da destra a sinistra – sostengono il mio programma, un programma che richiede agli italiani sacrifici significativi. Si potrebbe pensare che questi partiti facciano come la Lega e si oppongano al mio governo nella speranza di guadagnare voti. Ma non lo stanno facendo. E per me questo è un segno del fatto che alla fine si prendono le loro responsabilità, senza guardare a successi populistici. I partiti – mi scusi per la formula altisonante – tengono al bene dell’Italia.
Welt Online: Come mai questa svolta sorprendente?
Monti: In Italia c’è un abisso tra il mondo politico e l’opinione del popolo. Quando ho presentato il mio programma di governo in parlamento ho detto in modo molto gentile: noi vogliamo conquistare la fiducia dei deputati. Ma il vostro compito sarà riconquistare la fiducia dei cittadini. Dovete dimostrare che per voi gli interessi della nazione vengono prima degli interessi del vostro partito. Sono convinto che i rischi per il mio governo non vengano dall’Italia.
Welt Online: E da dove, invece?
Monti: Dall’Europa.
Welt Online: Ah sì? Io avevo capito che i problemi italiani fossero fatti in casa!
Monti: Quello che noi proponiamo agli italiani e pretendiamo da loro sono sacrifici pesanti. Sono necessari per portare avanti riforme che portano a una nuova e maggiore crescita. Per questo scopo sono necessarie le liberalizzazioni, tra cui quella del mercato del lavoro, che richiederanno sacrifici a molti cittadini. Tutto questo gli italiani lo hanno nettamente accettato, stando ai sondaggi. Ma il problema è che nonostante questi sacrifici l’Unione Europea non ci viene incontro, ad esempio abbassando i tassi d’interesse. I sacrifici che gli italiani stanno facendo oggi porteranno i loro frutti tra tre, cinque o dieci anni, per i nostri figli. E purtroppo constatiamo che questa politica in Europa non gode del riconoscimento e della stima che obiettivamente meriterebbe. Se per gli italiani in un futuro prevedibile non ci saranno successi tangibili della loro volontà di risparmiare e di fare riforme, in Italia ci sarà una protesta – che si sta delineando già oggi – contro l’Europa e anche contro la Germania, che viene considerata a capo dell’intolleranza dell’Unione Europea. Io chiedo grossi sacrifici agli italiani, ma li posso pretendere solo se per loro si prospettano vantaggi concreti.
Welt Online: Questi vantaggi potrebbero non arrivare subito. Il suo governo è in una condizione difficile: è condannato al successo, che gli italiani vogliono. Ma se avrete successo, questo – a causa dei sacrifici di cui Lei ha parlato – sarà molto doloroso per gli italiani.
Monti: Se gli italiani accettassero che i sacrifici sono necessari, non vedrei in questo un successo del mio governo. Noi imporremo misure drastiche agli albi, alle corporazioni, e al mercato del lavoro incrostato. Ma posso vendere queste misure ai cittadini che ne soffriranno solo se portano a una nuova crescita. Ma non posso avere successo con la mia politica se non cambia la politica dell’UE. E se questo non avviene, l’Italia – che è sempre stata un paese molto filoeuropeo – potrebbe finire in mano ai populisti.
Welt Online: Oggi l’Unione Europea viene guidata dall’asse Berlino-Parigi. È un bene, visti gli equilibri del potere? Oppure bisogna cambiare questo dominio germano-gallico?
Monti: Una buona cooperazione del tandem franco-tedesco, che oggi è un tandem tedesco-francese, è un presupposto necessario dello sviluppo dell’Europa. Ma questo non basta, specie in un’Europa di 27 nazioni. Penso che questo si sappia a Berlino e Parigi. Penso che tutta l’Europa approfitti dell’armonia tedesco-francese.
Welt Online: Da questa armonia è però escluso tutto il resto dell’Europa. E questo dovrebbe essere un buon equilibrio?
Monti: Se Germania e Francia svolgessero un ruolo di impulso, questo sarebbe un bene. Tutta l’Europa ne approfitterebbe. Ma in questo caso entrambi i paesi dovrebbero comportarsi in modo tale da includere anziché escludere altri stati, come hanno fatto in passato. C’è il rischio che si verifichi quest’ultima ipotesi. Ovviamente i due paesi alla guida dell’Europa non dovrebbero presentarsi in modo troppo autoritario. Infatti, qual è stato il peggior errore commesso nell’UE negli ultimi dieci anni? È stato commesso nel 2003, quando Germania e Francia non rispettarono i criteri di Maastricht: è stato un errore madornale! Questi due paesi non dovrebbero quindi scandalizzarsi più di tanto. Per questo ho gradito molto l’invito della Signora Merkel e del Signor Sarkozy di iniziare un nuovo dialogo sistematico. In effetti un’Europa bipolare sarebbe una cattiva Europa. I due commetterebbero un’errore gravissimo se credessero di poter gestire da soli l’UE. L’Europa deve avere più centri. E l’Italia è uno di questi.
Welt Online: Allora devo essere più chiaro: l’Italia vuole e deve tornare a essere attore centrale nell’UE?
Monti: Vogliamo proprio questo. E credo che molti in Europa pensino che l’Italia oggi in Europa non sta giocando il ruolo che le spetterebbe. Siamo un paese forte e orgoglioso, con un’economia fondamentalmente efficace. Ho sempre avuto un rapporto di stima reciproca con la Signora Merkel e un rapporto eccellente con il vostro ministro delle finanze Schäuble. Vede, io ho sempre lavorato per un’Italia che assomigliasse il più possibile alla Germania. Ho sempre voluto un’Europa della competizione, che fosse il più possibile legata all’idea dell’economia sociale di mercato pensata da Ludwig Erhard. Come vede, i miei sentimenti sono molto tedeschi. Posto ciò, dico che l’Italia può tornare e tornerà a giocare un ruolo più importante.
Welt Online: Lei ha detto che chiede alla grande Germania più rispetto nei confronti delle istituzioni europee. Che cosa intende?
Monti: Prenda il famoso incontro di Deauville tra la Signora Merkel e il Signor Sarkozy. È stato sicuramente molto creativo. Ma quello di cui si è parlato lì non era sicuramente in accordo con le regole dell’Unione Europea. Si è trattato di un’azione individualista e incoerente. È di fondamentale importanza per l’Europa il rispetto incondizionato delle regole. E questo vale in modo particolare per i grandi Paesi. Se i grandi paesi violano le regole – come ha fatto la Germania nel 2003 – non possono aspettare che le rispettino quelli piccoli. I grandi Paesi hanno una grande responsabilità, di cui in Europa non sempre sono stati all’altezza. Noi lo rivendicheremo.
Welt Online: Di quali temi parlerà oggi a Berlino con la Signora Merkel?
Monti: Voglio informarla in modo dettagliato sulle riforme complesse e dolorose che in Italia non abbiamo discusso, ma deciso. Inoltre voglio informarla di quello che deciderà il mio governo nelle prossime settimane. Voglio portare a sua conoscenza quanto siamo disposti a portare avanti le riforme. Voglio mostrarle quanto siamo consapevoli che il rigore nei conti pubblici è indispensabile. Voglio presentarle un’Italia sicura di sé e orgogliosa.
Welt Online: Quindi informerà solo sui progressi dell’Italia.
Monti: Niente affatto. Voglio parlare con lei delle iniziative dei nostri tre paesi di portare avanti la crescita. Sappiamo perfettamente che se in Europa solo pochi paesi presentano una crescita significativa, questo non basta.
Welt Online: Lei è a favore degli Eurobond, la Signora Merkel è contraria. Cambierà la sua opinione, a breve o a lungo termine?
Monti: Questo tema non sarà al centro delle nostre consultazioni.
Welt Online: Ma sarà sicuramente un argomento importante nel corso dei colloqui con lei e gli altri che si terranno nelle settimane e nei mesi a venire.
Monti: Ha ragione. Ma gli Eurobond non devono essere uno strumento per evitare o mettere a repentaglio la disciplina nei conti pubblici.
Welt Online: Per tornare alla politica interna dell’Italia: uno dei tanti problemi del suo paese sono le retribuzioni estremamente alte dei parlamentari. Il capo degli stenografi del parlamento italiano guadagna poco meno del Re di Spagna. In che modo vuole riuscire a tagliare questi privilegi?
Monti: Un momento, lo stenografo non è un deputato, ma un impiegato..
Welt Online: …lo so. Lo prendo solo come esempio per dimostrare che l’apparato politico in Italia costa troppo.
Monti: È vero. Le spese per i parlamentari in Italia, come negli altri paesi europei, vengono stabilite dal parlamento. Il governo ha solo un’influenza limitata su questo. Ci occuperemo di questo argomento. Lo Stato e l’amministrazione pubblica devono essere più modesti in futuro – ma devono anche prendere le decisioni giuste perché in futuro persone con una buona formazione e grande talento siano disposte ad andare nell’amministrazione pubblica. Questo comporterà costi. Ma è vero che anche in questo settore dobbiamo risparmiare. Io ho fatto la mia minuscola parte rinunciando al mio stipendio di Presidente del Consiglio. Scherzi a parte: so bene che questo è solo una goccia nell’oceano.
Welt Online: Come vuole risolvere il problema più grande dell’Italia, la corruzione?
Monti: La corruzione non è solo un problema italiano – anche se è vero che da noi rappresenta un problema particolarmente grave. Sono convinto che il miglior modo di combattere la corruzione sia favorire la competizione. La corruzione cresce rigogliosa laddove ci sono i monopoli e manca la concorrenza. Più competizione significa meno spazio per la corruzione. Più coerentemente seguiamo gli standard europei nelle gare di appalto, più riduciamo lo spazio che rimane alla corruzione.
Welt Online: Di questo complesso di problemi fa parte anche l’evasione fiscale, che in Italia è di dimensioni spaventose.
Monti: Infatti. Abbiamo preso misure per combatterla, anche contro le resistenze dell’opposizione – per esempio di Silvio Berlusconi, che vede nascere un regime di controllo illegittimo. Ma ripeto: si tratta soprattutto di rendere impossibile la corruzione – e il modo migliore per ottenere questo è rafforzare la competizione. Ma questo non basta. Dobbiamo anche creare maggiore senso civico in questo paese. I cittadini, ciascuno per se stesso, devono rendersi consapevoli della loro responsabilità per la cosa pubblica. Anche questo sarebbe un contributo per favorire competizione, trasparenza e coesione nella società.
Welt Online: Recentemente ha detto che il suo è “un governo strano”. Come mai?
Monti: Sì, in effetti è strano. Già solo perché, per il modo in cui è nato e composto e per gli obiettivi che persegue, è completamente diverso dagli altri governi del dopoguerra. Nessun membro del governo, me compreso, si è candidato per un mandato, nessuno di noi è stato eletto. E allo stesso tempo abbiamo un sostegno largo quanto nessun governo prima di noi. Eppure nessuno dei partiti presenti in parlamento può dire che questo governo persegua i suoi obiettivi specifici. E infine le assicuro che mai e poi mai sarei stato disposto a entrare in un governo che non fosse strano.
Welt Online: Lei governa con il sostegno del Parlamento. Ma poiché nessuno dei partiti presenti in Parlamento è presente nel suo governo, in qualche modo governa aggirando il Parlamento.
Monti: Niente affatto. Molti parlamentari mi hanno detto: il suo governo riconosce il lavoro di noi deputati molto più dei governi precedenti, lei stima molto di più il nostro lavoro. Perché adesso non sono più i partiti a decidere le singole leggi tramite il vincolo di voto del gruppo parlamentare. Il governo deve cercare il consenso del Parlamento legge per legge. Questo attribuisce ai deputati maggiore competenza decisionale, ma allo stesso tempo hanno più responsabilità – ciascuno per sé. Non sono più legati così fortemente come in passato alla disciplina di partito. Come vede, non si può parlare di svalutazione del Parlamento.
Welt Online: Il suo governo, come ha dichiarato lei, non si occuperà in alcun caso della riforma del diritto elettorale. Non capisco perché, visto che l’attuale legge elettorale ha causato l’emergenza politica che lei ora, come governo di emergenza, deve affrontare. Per raggiungere successi stabili dovrebbe cambiare al più presto la legge elettorale.
Monti: Per rispondere con un po’ di ironia: dobbiamo lasciare qualcosa da fare anche ai partiti. Ammetto che questa non è una risposta troppo seria. La questione della legge elettorale è di così grande e fondamentale importanza che non vedo in che modo proprio questo governo tecnico, dichiaratamente non politico, potrebbe contribuire alla sua soluzione. Ovviamente possiamo elaborare una proposta – ma per fare questo non siamo di certo più qualificati dei partiti esistenti. Noi siamo al governo per risolvere urgenti problemi economici e di politica finanziaria, siamo al governo per dare un impulso di liberalizzazione alle strutture incrostate del mercato del lavoro italiano e per eliminare o almeno ridurre i vecchi privilegi a diversi livelli. E questo lo possiamo fare – spero meglio dei partiti.
Welt Online: Lei ha detto di voler essere Presidente del Consiglio solo fino alle elezioni politiche del 2013. Forse adesso ci ha preso gusto e potrebbe immaginarsi di continuare a governare dopo?
Monti: Assolutamente no. Non sono un politico e non ho intenzione di diventarlo. Assolvo a questo compito, dopodiché tornerò a dedicarmi alle cose che per me hanno maggior valore.
Welt Online: Nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, Altiero Spinelli hanno scritto un manifesto per un’Europa unita a Ventotene, sull’isola dei confinati. E dopo la guerra gli italiani sono stati a lungo europeisti entusiasti. Questa ormai è acqua passata. Che fine ha fatto l’utopia di Ventotene?
Monti: Un anno fa è stato fondato il Gruppo Spinelli, dedito al rilancio proprio di questo spirito. Io ne faccio parte. Che non si parli più tanto di questa utopia è dovuto anche al fatto che essa in buona parte è da tempo diventata realtà. L’Unione Europea esiste – le manca solo una struttura politica solida. Ma costruirla non è più una questione di utopie.
Welt Online: La struttura che lei chiede porterebbe agli Stati Uniti d’Europa?
Monti: Sono convinto che non avremo mai gli Stati Uniti d’Europa. Anche perché non ne abbiamo bisogno. Il grande tema europeo è la sussidiarietà, in due direzioni. Determinati compiti che prima erano di competenza nazionale devono passare alla comunità europea, e in parte ci sono già passate. E quelle competenze che non ha senso passare all’Europa devono restare agli Stati nazionali o addirittura passare a livelli più bassi.
Welt Online: In Italia, così come in Germania, i cittadini per molto tempo sono stati convinti dell’Europa unita perché era in chiaro contrasto con gli anni di guerra e distruzione che l’hanno preceduta. Ai giovani oggi questo non basta più come motivazione per l’UE. L’Europa ha bisogno di un nuovo modo di essere raccontata?
Monti: Sì. E non si può più parlare solo di guerra e pace – anche se penso che senza il processo di unificazione europea non si potrebbero escludere confrontazioni e guerre. Oggi ci sono in gioco soprattutto questioni di identità e di benessere. Per dirla chiaramente: l’Unione Europea è l’unica risposta pensabile e sostenibile ai problemi che pone la globalizzazione.
Welt Online: Come valuta il ruolo della Germania in Europa? Cosa pensa della Germania?
Monti: Mi piace molto la Germania. Soprattutto per la sua conquista più grande, l’economia sociale di mercato. È un modello meraviglioso. La Germania l’ha sviluppata e poi esportata in Europa, in tre tappe: i contratti di Roma del 1957, il contratto di Maastricht e infine il contratto di Lisbona. La Germania è il paese che ha dato di più all’Europa – ossia un modello di società funzionante e ben equilibrato.
Welt Online: Durante la lunga era Berlusconi l’Italia era un paese ideologicamente diviso in modo netto e inconciliabile. Il suo governo riuscirà a riunificare e riconciliare l’Italia?
Monti: Al momento in Italia c’è un sentimento di unità forte come non lo era da molto tempo. Il mio governo dispone, come già detto, della più ampia maggioranza parlamentare nella storia di questa Repubblica. I conduttori dei talk show televisivi iniziano a lamentarsi perché non riescono più a organizzare dibattiti che vengano condotti con ostilità appassionata. Se così vuole, abbiamo unito un po’ l’Italia. Ma la politica continuerà anche a dividere le persone. Il mio ideale sarebbe ritornare a una politica in cui ci sono sì le divergenze su cui bisogna poi confrontarsi e litigare. Ma deve anche esserci – e questo sarebbe una novità – un forte senso del bene comune, degli interessi comuni. Spero fortemente che l’Italia dopo le elezioni del 2013 ritorni a una dialettica politica normale – e a uno stile politico moderato, senza inimicizie a prescindere.
[Articolo originale "Warum Italien mehr wie Deutschland sein sollte " di Thomas Schmid]
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Volgari provocazioni contro l’Euro
- 01/02/2012 08:00Il giornalista dello Spiegel Jan Fleischhauer indigna l’Italia con il suo articolo. Dalle fila di Berlusconi arriva pronta la reazione con paragoni al nazismo. Entrambi se la prendono con l’Euro.
“Odio i tedeschi: arroganti e saccenti! “E odio gli italiani: spacconi e rumorosi! Più di ogni altra cosa però… odio le generalizzazioni”, così ha scritto su Twitter venerdì scorso un utente italiano.
Il detonatore della rabbia espressa tramite Tweets è stata la polemica che ha recentemente riacceso l’eterno odio-amore tra Germania e Italia. Stavolta a dare fuoco alle polveri è stato il giornalista dello Spiegel Jan Fleischhauer e dopo di lui ci ha pensato il caporedattore de Il Giornale Alessandro Sallusti a condurre la polemica a degli eccessi ripugnanti.
“Ha forse sorpreso qualcuno che il capitano della sventurata Costa Concordia fosse un italiano?”, ha scritto Fleischhauer nel suo articolo dal titolo “Fuga all’italiana del capitano”. “Qualcuno riuscirebbe forse a immaginare un capitano tedesco, o diciamo inglese, compiere quella stessa manovra, fuga inclusa?” Leggendo meglio si capisce subito che l’autore non parla dell’incidente della nave da crociera, ma di qualcosa di molto diverso: degli errori alla nascita dell’Euro.
È vero anche che Fleischhauer precisa che sarebbe scorretto prendere il capitano della sventurata Costa Concordia, Francesco Schettino, come stereotipo dell’italiano tipico. Tuttavia, prosegue dicendo che gli stereotipi servono per capire meglio il mondo in cui viviamo. La crisi monetaria per esempio ci mostra “cosa può succedere se trascuriamo la psicologia dei popoli per ragioni politiche.” L’errore alla nascita dell’Euro, secondo l’opinione di Fleischhauer, è stato “costringere culture economiche molto diverse nella camicia di forza di una moneta comune”. E questo dice già tutto.
Titolo shock “Noi abbiamo Schettino, voi avete Auschwitz”
Fleischhauer non è di certo l’unico in Germania a sostenere questa tesi. E non è neanche l’unico a sottolineare la necessità di parlare chiaramente, superando le generalizzazioni della sinistra. Anzi è in buona compagnia. E non solo in Germania. Per esempio a dargli man forte arriva il caporedattore del quotidiano della famiglia Berlusconi, Il Giornale, Alessandro Sallusti.
Due giorni dopo l’articolo di Fleischhauer Il Giornale apriva in prima pagina con il titolo shock “Noi abbiamo Schettino, voi avete Auschwitz”. “Il settimanale Der Spiegel” scrive Sallusti nel suo editoriale “rimprovera agli italiani di essere dei vigliacchi. Inoltre non sono una razza. I tedeschi invece lo sono e come. E lo hanno dimostrato. Con Hitler.”
Aprire con un titolo del genere proprio il giorno della commemorazione della liberazione di Auschwitz è a dir poco raccapricciante. Sallusti non è un giornalista inesperto. Dietro la volgare provocazione si cela calcolo politico.
Nelle ultime settimane in Italia il malumore verso il programma di riforme di Monti è cresciuto drasticamente. E contemporaneamente riscuote sempre più consensi quella frangia populista che ritiene l’Europa, specie la Germania, responsabile delle disgrazie italiane.
Pochi giorni fa la Lega Nord ha esortato Berlusconi a “staccare la spina” e far finalmente cadere il governo di Monti. Berlusconi ha risposto all’ex-alleato, dicendo che in questa fase sarebbe “irresponsabile” far cadere il governo. Infatti, se si dovesse andare alle urne, sarebbe il suo partito, il PDL, a essere condannato alla sconfitta secondo i sondaggi.
Fleischhauer e Sallusti fanno lo stesso gioco
Tuttavia l’appoggio al governo Monti non aiuta a ottenere popolarità. “Al momento Berlusconi esita tra una riluttante fedeltà al governo e la tentazione di cedere agli istinti populistici del suo partito”, scrive il caporedattore de La Repubblica Ezio Mauro.
La soluzione è semplice: Mentre il capo recita la parte del fedele europeista, i suoi organi di stampa fomentano il risentimento antieuropeo. Quando per esempio un mese fa è stato reso noto che Angela Merkel si era espressa in favore delle dimissioni di Berlusconi, Il Giornale scriveva in prima pagina “È stata la culona”. Dal canto suo, Libero, anch’esso molto vicino al PDL, ha pubblicato pochi giorni fa una caricatura in cui la cancelliera, nei panni di Schettino, abbandona a bordo di una scialuppa un’Europa che affonda.
Quindi a uno sguardo più attento, appare chiaro che Fleischhauer e Sallusti fanno lo stesso gioco. L’EU come comunità di culture e di interessi, secondo loro, è fallita. Tuttavia esattamente nella stessa settimana in cui i due lanciavano le loro provocazioni, sei quotidiani europei pubblicavano un’intervista allo scrittore italiano Umberto Eco con il titolo “Solo la cultura ci unisce”. “Di fronte alla crisi economica non dobbiamo dimenticare che oltre alle guerre solo la cultura ci unisce” dice Eco. In questo momento la nostra priorità assoluta – spiega più avanti il professore di Alessandria – è quella di rafforzare l’identità europea. A questo scopo si potrebbe pensare a stampare sulle banconote dell’euro i volti di importanti figure della nostra storia culturale comune. Thomas Mann, Roberto Rossellini, Claude Chabrol. Certo non Adolf Hitler. O Francesco Schettino.
[Articolo originale "Geschmacklose Provokationen gegen den Euro" di Fabio Ghelli]
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Gli italiani hanno pensato che bastasse far parte dell’UE per essere al riparo da crisi economiche
- 31/01/2012 05:17Salvatore Cantale, docente di finanza alla IMD [International Institut for Management Development, N.d.T.] di Losanna, fa un’analisi obiettiva e super partes della crisi economica e sociale che sta colpendo l’Italia
L’Italia è in pieno fermento. Il governo di transizione si sta dando da fare per portare a termine la ristrutturazione economica ed il risanamento del bilancio statale. Sommerso da un gravoso indebitamento, lo Stato cerca gli strumenti per ridurre le spese ed aumentare le entrate con un nuovo piano di riforme che doveva essere varato venerdì scorso. Salvatore Cantale, docente alla IMD, fa un’analisi dei fatti.
Lei è stato in Italia di recente? Che atmosfera si respira laggiù, tre mesi dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi e l’insediamento al vertice del paese di un governo ad interim?
Sono stato in Sicilia a Natale, dove ho trascorso due settimane con la mia famiglia. Laggiu’ la gente è arrabbiata ma allo stesso tempo rassegnata, è preoccupata di quello che sta accadendo in Italia e sa che sarà difficile rimettere in carreggiata il paese. Si rende conto che la recessione sta prendendo piede. Ho anche notato un sentimento di abbandono al proprio destino, lo stesso che ho rilevato recentemente in Grecia. Ma allo stesso tempo, gli italiani si aspettano che i responsabili politici indichino la via da seguire. Ciò non vuol dire che abbiano fiducia in loro, ma sono coscienti che non possono fare nulla in prima persona. Questo comportamento è ben diverso da quello che prevale negli Stati Uniti, dove la gente si domanda cosa può fare per uscire da questa difficile situazione. In Italia, come in Europa, le persone si affidano ai politi, anche se questi non godono di alcun credito. In Sicilia un giovane diplomato su due è disoccupato.
Quale eredità ha lasciato all’Italia Silvio Berlusconi?
Tutti gli indicatori economici – crescita, disoccupazione, deficit statale, debito pubblico – sono in uno stato peggiore rispetto a venti anni fa. Non siamo neanche più competitivi. Le piccole e medie imprese, motore dell’economia italiana, non hanno più la stessa vitalità. Il mondo degli affari non si identificava più in lui, si è sentito tradito. Quando è entrato in politica, Silvio Berlusconi, a capo di un impero immobiliare e mediatico, veniva considerato come l’esempio dell’uomo di successo. Aveva posto fine a decenni di governi precari. Sul piano politico però, l’epoca Berlusconi ci hanno fatto perdere la fiducia nella classe politica.
In queste circostanze, Mario Monti, il primo ministro a capo del governo in attesa delle elezioni politiche del 2013, è arrivato come un salvatore …
Certamente dà speranza. Gli italiani pensano che Mario Monti e il suo governo di professori non siano al potere per trarre vantaggi personali. L’ho gia’ conosciuto: è una persona che ispira fiducia. Temo però che la speranza venga delusa. Gli italiani non hanno ancora idea delle sofferenze che dovranno subire nei prossimi tre-cinque anni. La cura a base di tagli adottata dal governo è senza precedenti. Il suo obiettivo è di risparmiare 20 miliardi di euro e raggiungere il pareggio in bilancio nel 2013. Sarà difficile, ma se vogliamo meritarci il posto all’interno del G7, questa è la via da seguire.
Dobbiamo temere crisi sociali a causa del programma di austerità?
Gli italiani dovranno tirare la cinghia e fare sacrifici. Guardate ad esempio le manifestazioni dei liberi professionisti (tassisti, avvocati, notai) che si oppongono all’apertura del loro settore alla libera concorrenza. La liberalizzazione permetterà l’accesso [nel mondo del lavoro] a più persone, ma ridurrà i loro profitti. Quando si tratta della teoria tutti sono d’accordo a prendere provvedimenti, ma quando vengono toccati personalmente, non ci stanno. In Italia, lo Stato e i sindacati hanno sempre protetto le professioni per scopi elettorali. La crisi economica e sociale che ci sta colpendo è il risultato di una politica conservatrice vecchia di cinquant’anni. La mancanza di concorrenza ha ucciso gli investimenti, lo spirito d’impresa e l’innovazione. Molti italiani hanno creduto che bastasse far parte dell’UE per sentirsi al riparo da crisi economicche e sociali. Ma non abbiamo fatto nulla per adattarci. Per esempio, gli italiani non conoscono le lingue straniere. Oggi non sono in grado di approfittare dell’apertura del mercato del lavoro all’interno dell’UE, ma criticano quelli che vengono a lavorare a casa nostra. Il lavoro, come fattore di produzione è fermo. Gli italiani pensano che saranno sempre al centro del mondo.
Qual è il margine di manovra di cui dispone il governo Monti?
Ha fatto approvare alcune leggi che mirano a riassestare il bilancio statale, in particolare aumentando le imposte e tagliando le spese. Per il futuro, propone di liberalizzare alcune professioni. Vorrebbe anche privatizzare alcune aziende statali, per esempio il servizio bancario delle Poste, l’energia e le autostrade. Personalmente penso che non abbia alcun margine di manovra nei confronti dell’UE. Non ha alcun potere di trattativa con Angela Merkel e Sarkozy, che sono i pezzi massimi dell’economia europea. Chiede inutilmente che la Germania s’impegni maggiormente per fare abbassare i tassi di interesse che l’Italia deve pagare per rifinanziarsi sul mercato. Molti italiani, ma anche molti greci, hanno l’impressione che la Francia e la Germania vogliano soprattutto salvare le proprie banche, molto esposte al debito italiano e greco.
Mario Monti avrebbe potuto usare questa leva per spingere la Germania a una maggiore solidarietà. Avrebbe dovuto utilizzare lo spettro della caduta dell’euro e spingere i governanti europei ad agire, per esempio emettendo degli euro bond e aiutando i paesi in difficoltà. Mario Monti avrebbe potuto anche chiedere alla Germania di ammorbidire la propria posizione sul ruolo della BCE nella crisi del debito. Berlino si oppone all’acquisto da parte della BCE del debito sovrano dei paesi della zona euro. In base alla dichiarazione stessa dei dirigenti, l’Europa poteva fare a meno della Grecia, ma non dell’Italia.
Non c’è alternativa all’austerità?
Non dico di essere d’accordo su tutte le misure che obbligano la popolazione a continuare a tirare la cinghia, ma abbiamo bisogno di crescita. Non solo, bisogna che sia solida. Un tasso di crescita del 2% nei prossimi due anni non risolve nulla. Si può anche usare l’arma dell’inflazione per fare abbassare l’indebitamento, ma questa soluzione è inaccettabile per la Germania. È anche contraria al primo compito della BCE, che è il controllo dell’inflazione. In realtà non credo che le misure prese dal governo Monti condurranno ad una sferzata al consumo, a creare posti di lavoro e rilanciare l’economia e, senza crescita, le entrate statali diminuiscono. In breve, la prospettiva è un circolo vizioso. È desolante vedere che i rimedi che vengono applicati all’Italia sono già stati sperimentati senza risultato in Grecia. Non abbiamo imparato nulla da quello che è accaduto nella penisola ellenica.
Mario Monti non può aspettare una solidarietà europea per uscire da questa difficile situazione?
E’ stupendo avere una persona rispettabile a capo del governo; ma è più importante avere un capo che possa decidere in prima persona se la situazione lo esige, e Mario Monti non lo è. Lui mira a nuovi finanziamenti a tassi accettabili, ma così non va. La settimana scorsa abbiamo festeggiato troppo il fatto che l’Italia ha incassato 4 miliardi di euro, visto che gli interessi erano arrivati a quasi l’8 percento annuo. A questi tassi i finanziatori si faranno avanti senza tanti problemi, tanto più perché sanno che i buoni emessi sono garantiti dallo Stato o dal Fondo Europeo di Stabilità Economica. Sappiamo che la sola idea che un paese come l’Italia possa fallire fa tremare le istituzioni finanziarie europee. A titolo d’esempio, la compagnia assicuratrice tedesca Allianz possiede 28,6 miliardi di crediti italiani.
Come può L’Italia rilanciare la propria crescita?
Non abbiamo bisogno di investimenti per pagare stipendi di lavori inutili. Tali stipendi devono essere piuttosto indirizzati alla produzione di ciò che i consumatori vogliono e chiedono. Tuttavia il clima non è favorevole. La burocrazia ha ucciso l’imprenditoria italiana. Negli Stati Uniti un’azienda impiega sette anni per entrare in borsa, da noi ce ne vogliono 40! Abbiamo bisogno di spinte alla crescita come [è stato fatto] in Cina, in India e negli altri paesi emergenti. Da noi, quando un giovane prende un’iniziativa, che non va a buon fine, tutti lo prendono in giro. Negli Stati Uniti non c’è da vergognarsi se non si fa centro al primo colpo. Da questo punto di vista la cultura italiana è intollerabile.
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Torturata, uccisa e sciolta nell’acido
- 30/01/2012 08:50Lea Garofalo ha ripudiato la mafia e ha pagato con la vita. Sarebbe stato il suo ex-convivente a dare l’ordine di ucciderla in modo bestiale. Ora la figlia dei due si è rivolta al tribunale affinché l’uomo venga condannato. Il tempo stringe: se entro luglio non si arriverà a una sentenza i presunti killer potrebbero tornare in libertà.
Quando Vincenza Rando entra nella sala delle udienze del Tribunale di Milano, la stanno già aspettando. “Buongiorno avvocatessa!”, risuona malignamente dalla “gabbia”, una cella di sicurezza completamente munita di sbarre, in cui cinque presunti mafiosi dagli sguardi foschi attendono le dichiarazioni dei testimoni.
La Rando è esperta di minacce. Troppo spesso ha dovuto sperimentare come siano diventate una sanguinosa realtà. Lavora da molti anni per l’organizzazione antimafia Libera, gode della fiducia di pentiti e vittime della criminalità. Nel processo per l’omicidio della trentacinquenne Lea Garofalo rappresenta la figlia di lei, Denise Cosco, che si presenta come parte lesa. Gli uomini in gabbia non sono killer su commissione qualunque, tra loro vi sono lo zio di Denise, il suo ex fidanzato e il padre.
Massimo Sabatino è uno dei non parenti, un viso butterato, un naso troppo lungo e grande, baffetti corti. Passeggia nervosamente su e giù dietro alle sbarre. Sabatino avrebbe già tentato di uccidere Lea Garofalo nel maggio 2008, la traditrice che lasciò il suo convivente portandosi via la figlia avuta da lui e che già dal 2002 cominciò a collaborare con la giustizia. Aveva deciso “di troncare ogni rapporto con la famiglia e il convivente, per condurre una vita nel rispetto della legge e onesta”, come scrisse in una disperata lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sabatino entrò in casa travestito da idraulico e aggredì la Garofalo. Solo l’improvvisa comparsa della figlia le salvò la vita. “La sola persona che sapeva della lavatrice guasta era il mio fidanzato”, confidò poi all’avvocato Rando. In quel momento presagiva già che non si sarebbe trattato solo di un’aggressione.
“Non avrei mai dovuto lasciarla sola”
Nel novembre 2009 la Garofalo si incontrò un’ultima volta, secondo la procura di Milano, con il suo ex-fidanzato, per discutere del futuro della loro figlia Denise. Immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano Lea e la figlia allora diciassettenne in prossimità del cimitero vicino a via Montello. Dopodiché la madre scompare senza lasciare traccia. “Non avrei mai dovuto lasciarla sola”, si sfoga poi Denise. Suo padre, Carlo Cosco, avrebbe poi denunciato la scomparsa della madre. “Non ha guardato neanche una volta verso di me, ha detto solo che mia madre non è più riapparsa perché voleva sbarazzarsi di me. Era impassibile.”
Anche in aula si mostra così Carlo Cosco, un omone col naso da pugile e le lunghe sopracciglia diseguali. Saluta contento con la mano i suoi parenti che hanno preso posto dietro alla ringhiera in legno.
A quanto risulta Cosco avrebbe affittato un furgone tramite un intermediario e si sarebbe procurato una pistola già quattro giorni prima della scomparsa di Lea. Oltre ai 50 litri di acido. Massimo Sabatino e un altro accusato, il fidanzato di Denise Carmine Venturino, avrebbero poi rapito la Garofalo. Secondo l’accusa la vittima sarebbe stata torturata e uccisa con un colpo alla nuca. Il cadavere sarebbe stato portato nei pressi di San Fruttuoso e là sciolto nell’acido.
Se così è stato, gli autori hanno fatto un lavoro perfetto. Infatti è stato trovato il contenitore dell’acido, ma senza alcuna impronta o traccia di dna. I difensori degli accusati, in tutto sei, sostengono la teoria che Lea Garofalo non sia affatto morta.
Un omicidio senza cadavere, il caso è un tipico processo indiziario. E siccome è in corso in Italia, il fattore tempo è determinante. La giustizia è oberata in maniera cronica. Per arrivare all’emanazione della sentenza spesso ci vogliono molti anni. Gli accusati nel processo Garofalo resteranno sottoposti alla carcerazione preventiva fino a luglio, dopodiché saranno rimessi in libertà.
Dopo le prime sei udienze nel 2011, quando l’interrogatorio dei testimoni era già in pieno svolgimento, il giudice Filippo Grisolia, che presiedeva il processo, è stato chiamato al Ministero di Giustizia. La sua collega Anna Introini lo ha sostituito, ma ora tutti i testimoni devono essere riascoltati.
Anche Denise Cosco, testimone-chiave, dovrà esprimersi nuovamente contro suo padre, nascosta da un paravento, proprio accanto alla gabbia. Un peso enorme per la ragazza, che è stata ammessa al programma di protezione e che dalla rottura con la famiglia vive con una nuova identità. “Denise è una ragazza intelligente e decisa, che ha tagliato gli ultimi legami di sangue e sta affrontando una vita nell’isolamento, perché venga fuori la verità.”, dice il suo avvocato. Denise ha il sostegno di sua zia e della nonna, che figurano anch’esse in qualità di parti lese.
“Lea è stata uccisa due volte”
In un’intervista televisiva di novembre Marisa, sorella della Garofalo, lancia accuse pesanti allo stato italiano. “Mia sorella non è stata adeguatamente protetta”, dice. La Garofalo in effetti non ricevette una totale protezione e questo nonostante avesse fornito alla giustizia numerose informazioni sui clan della ‘Ndrangheta di Petilia Policastro e dovesse nascondersi dalla sua famiglia. Lea possedeva informazioni delicate in merito alle faide tra le famiglie Garofalo e Mirabelli. Riferì agli inquirenti di diversi omicidi di mafia che avevano avuto luogo negli anni Novanta in Lombardia, come quello a Antonimi Comperati (Antonino Comberiati, n.d.t.) nel 1995, al quale avrebbe partecipato anche suo fratello.
Le informazioni fornite da sua sorella non hanno mai portato ad alcun processo, dice la Marisa. Lea Garofalo nel frattempo era senza lavoro e senza dimora, cosa che alla fine la costrinse a uscire dal programma di protezione dei testimoni. “Mia sorella è stata uccisa due volte, una volta dall’autorità penale e la seconda dalla mafia.”
“Faremo tutto il possibile per evitare inutili sofferenze e guai alle persone coinvolte”, ha promesso il Presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro. Per i prossimi mesi sono previsti alcuni interrogatori, entro maggio tutti i testimoni saranno sentiti per arrivare a una sentenza entro luglio.
La conversione dell’impianto accusatorio da omicidio con matrice mafiosa a omicidio passionale è stata uno scandalo. Un trauma per Denise, non si è affatto trattato di omicidio per gelosia, come suggerisce la difesa con riferimento a una relazione della Garofalo con un altro uomo, ma di un atto di vendetta della mafia con un risultato chiaramente calcolato.
Martedì a Milano sarà collegato in videoconferenza l’ex-mafioso Angelo Cortese, che collabora dal 2008 con le autorità e che ha conosciuto Carlo Cosco nel carcere di Catanzaro. “Mi ha raccontato di sua moglie, che lo aveva lasciato e stava con un altro uomo. Mi chiese di uccidere Lea Garofalo” , riferisce Cortese. Ma lui prima avrebbe dovuto chiedere il permesso al suo boss. La cosa però si arenò, perché al tempo una faida tra clan avrebbe fatto troppo clamore.
La ‘Ndrangehta calabrese è l’organizzazione mafiosa più potente in Italia e dispone di una rete internazionale ampiamente diffusa. Da decenni è saldamente radicata anche in Lombardia il cui capoluogo Milano è considerato la roccaforte del traffico di cocaina del paese. Se negli anni Settanta i calabresi facevano denaro al nord principalmente con i rapimenti, l’attenzione si spostò rapidamente sul traffico di droga. Nel 2009 l’Istituto delle Ricerce Farmaceutiche a seguito di un’analisi delle acque di scarico di Milano ha calcolato che nella città vengono consumate giornalmente almeno 10.000 dosi di cocaina, percentuale che sale del 50% nel fine settimana.
Da un nuovo rapporto del gruppo S.O.S. Impresa risulta che con la crisi economica la mafia è diventata la principale finanziatrice delle piccole imprese che non ricevono più prestiti dalle banche. Con disponibilità liquide stimate in 65 miliardi di euro è la “Banca numero 1″ in Italia, spiega un portavoce dell’organizzazione. Con un giro d’affari di 140 miliardi di euro la criminalità organizzata italiana farebbe circa 100 miliardi di profitto, che sono il 7% della capacità economica del paese.
Considerata la modernità della mafia, il destino di Lea Garofalo suona quasi anacronistico. E tuttavia è un risvolto della stessa medaglia. “Voleva essere libera, voleva che sua figlia crescesse dall’altra parte dell’angusto microcosmo dei clan e che ricevesse una buona formazione scolastica.”, ricorda l’avvocatessa Rando. “Ha sentito la sua morte vicina, ma ha cercato con tutte le sue forze di venir fuori dalla situazione.” Inutilmente. L’attivista antimafia confida in un giudizio severo e in tempi certi. “Per Denise, per il paese e per la giustizia.”
[Articolo originale "Gefoltert, erschossen, in Säure aufgelöst" di Annette Langer]
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Diverse scosse di terremoto fanno tremare il nord Italia
- 30/01/2012 07:30Una serie di piccole scosse spaventa l’Italia: nel Nord del paese i geofisici hanno registrato diverse scosse di terremoto. La giustizia nel frattempo é impegnata con il disastroso terremoto de L’Aquila di tre anni fa. Sono in corso accertamenti sull’ex capo della Protezione Civile.
Una serie di piccole scosse di terremoto ha spaventato, mercoledì mattina, i cittadini dell’Italia del Nord. L’Istituto nazionale di geofisica ha registrato poco dopo le 9 una scossa di intensità pari a 4,9 gradi che é stata avvertita a Milano e Torino.
L’epicentro dell’evento sismico é stato localizzato in Emilia Romagna. Il terremoto, durato alcuni secondi, ha fatto tremare i palazzi di Milano. Prima della scossa erano già stati registrati due eventi nel Nord Est del paese. Nella tarda mattinata di mercoledì (Ndt: 25/01/2012) é stata rilevata un’ulteriore scossa di 2,9 gradi. La Protezione Civile afferma che non ci sarebbero feriti e neppure grossi danni.
In Italia, anche se sono ormai passati 3 anni, i ricordi del tremendo terremoto de L’Aquila sono ancora vivi. Allora, nella cittá dell’Italia centrale morirono più di 300 persone. Circa 80.000 persone persero la casa.
Da settembre é in corso un processo per omicidio colposo nei confronti dei membri di una commissione che era stata incaricata di valutare il rischio e che avrebbe esitato eccessivamente nell’informare la popolazione dell’imminente terremoto. Martedì la giustizia ha effettuato degli accertamenti anche nei confronti dell’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Il capo di imputazione nei suoi confronti è di aver sottovalutato il rischio di un terremoto.
[Articolo originale "Mehrere Erdbeben erschüttern Norden Italiens"]
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La vera voce dell’Italia
- 29/01/2012 04:59“Schettino” suonava come un insulto italiano prima ancora che lo sventurato capitano della tragica Costa Concordia giungesse alla nostra attenzione. Soffermandoci a notare l’improbabilità che egli riceva un processo giusto, essendo stato già condannato sia dai media sia dai dirigenti della Costa, bisognerebbe anche ricordare che alle famiglie delle numerose vittime è stata distrutta la vita. Non essendo inglesi, qui sono state dimenticate tutte.
I media del Regno Unito sono infatti caduti nella stereotipizzazione di uno di quei pochi gruppi etnici che sembra sia ancora consentito deridere: gli italiani. Dopo giorni di “Capitan Codardo” e l’atteggiamento “da macho mediterraneo” di questo “Lotario”, il titolo in prima pagina sul sito del Mail nel momento in cui scrivo è: “Schettino è un millantatore, uno spaccone, e ha guidato la Costa Concordia come una Ferrari”, afferma l’ex-capitano. Una Ferrari!
Eppure… c’è qualcosa di tipicamente italiano nei (ricordiamolo) presunti retroscena dell’incidente. Il fatto che il capitano di una nave gigante possa allontanarsi dalla propria rotta per navigare più vicino alla costa così da consentire al capo cameriere di salutare parenti e amici a terra concorre alla nostra idea di italiani esibizionisti e ossessionati con amici e famiglia.
Naturalmente, lo Schettino accusato di aver presumibilmente abbandonato la nave prima dei suoi passeggeri coincide con una nozione di italiano codardo che io non condivido, sapendo dell’indescrivibile coraggio dimostrato dai miei parenti durante l’invasione dei tedeschi in guerra. Si veda anche la nostra storia sul coraggio dei sommozzatori che hanno rischiato la loro vita alla ricerca dei sopravvissuti.
Per me, la vera voce dell’Italia si percepiva nel rimprovero fatto a Schettino dalla guardia costiera inorridita. Ora è immortalata su una T-shirt con quella dose di umorismo nero tipicamente italiano: “Vada a bordo, cazzo” (in italiano nel testo, N.d.T.). Lascio a voi tradurlo come meglio credete. Auguri. (in italiano nel testo, N.d.T).
[Articolo originale "The True Voice of Italy" di Stefano Hatfield]
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Omissione di soccorso all’italiana
- 28/01/2012 12:03Già a scuola impariamo che il carattere nazionale è un’invenzione del passato e che gli stereotipi sulle nazioni sono un’idea antiquata. Ma è davvero così? Riflessioni anacronistiche sull’odissea di un capitano italiano.
Siamo sinceri: qualcuno si è meravigliato che il capitano coinvolto nella tragedia della Costa Concordia fosse italiano? Qualcuno riesce ad immaginare che un capitano tedesco o, meglio ancora, uno britannico avrebbero potuto compiere una tale manovra, comprensiva di omissione di soccorso?
Un personaggio così lo si conosce in vacanza al mare. E’ un uomo dalle azioni plateali e che gesticola mentre parla. In linea di massima si dimostra innocuo, ma non lo si dovrebbe fare avvicinare troppo ai macchinari pesanti. Fare “bella figura” si chiama lo sport nazionale italiano che consiste nel dare una buona impressione di sé. Anche Francesco Schettino voleva fare bella figura, ma si è trovato in mezzo uno scoglio.
D’accordo, questa era una mossa davvero scorretta. Abbiamo da tempo perso l’abitudine di mobilitare stereotipi culturali nei giudizi espressi nei confronti dei nostri vicini. E’ considerato un modo retrogrado o, peggio ancora, razzista (anche se, tanto per rimanere in tema, non è del tutto chiaro fino a che punto l’italianità possa già di per sé costituire una razza).
Il carattere nazionale è un po’ come le disparità fra i sessi. Anche se sono state abolite da tempo, nella vita quotidiana ci andiamo a sbattere continuamente contro. Basta trascorrere un solo pomeriggio all’asilo per mettere in discussione tutto ciò che la pedagogia illuminata ci ha insegnato sulla costruzione sociale del genere maschile e femminile. Effettivamente c’è tutto un mercato clandestino che campa in maniera più che discreta sulla differenza tra Marte e Venere e su come affrontarla. A tale istruzione per l’uso fa da pendant la guida turistica che ci introduce nelle caratteristiche proprie, e quindi nella tipicità, di una cultura straniera.
In qualche modo, almeno mediaticamente, continua a nascondersi in noi l’unno
Sono soprattutto i tedeschi ad avere un problema con le attribuzioni culturali. Per esempio gli inglesi ci considerano da sempre non particolarmente dotati di senso dell’umorismo, nonostante anni di satira e cabaret di artisti importanti come Mario Barth, o Achtung Kabarett, Hagen Rether. I francesi, invece, prendono in giro la cucina britannica e i belgi la presunta avarizia degli olandesi.
Noi conosciamo il carattere nazionale solo in senso negativo, come autoaccusa. Appena saltano fuori da qualche parte un paio di ragazzi che sbraitano stupidità, imperversa sulla stampa il sociologo ed esperto in conflitti Wilhelm Heitmeyer, e spiega perchè la pace sociale sia in pericolo (“situazione esplosiva”) e che incombe una ricaduta.
In un modo o nell’altro, fino ad oggi è rimasto in noi l’unno che aspetta solo di tornare a battersi. E stranamente funziona sempre.
Non occorre scomodare la genetica, per arrivare alla conclusione che le nazioni si distinguono tra loro. Esistono infatti motivi climatici e anche la lingua ha la sua importanza. Normalmente questo è secondario, ma nessuna politica dovrebbe basarsi sulla considerazione che le frontiere conservano il loro significato solo in senso figurato. Cosa può succedere quando per motivi politici si trascura la psicologia dei popoli, lo evidenzia la crisi monetaria, che in questi giorni abbiamo perso di vista solo perchè “l’uomo nel castello” ha accentrato tutta l’attenzione su di sé. Lo scoglio davanti alla nave qui sono i tassi d’interesse del mercato.
Difetto congenito dell’euro? La camicia di forza per culture diverse
Se ora dappertutto si parla delle diverse capacità di prestazione dei paesi, allora questo è un modo pulito per affermare che alcuni stereotipi hanno, invece, la loro fondatezza. Il difetto congenito dell’euro è stato racchiudere così tante diverse culture economiche nella camicia di forza di un’unica moneta. Per riconoscere che la cosa non poteva funzionare non era necessario aver studiato economia politica, sarebbe bastata una visita a Napoli o nel Peloponneso. Adesso si cerca disperatamente una soluzione. La risposta della cancelliera è che tutti diventino come noi. Si vedrà come andrà a finire.
Le nazioni possono cambiare. Questa, volendo, è la consolazione. Gli italiani duemila anni fa dominavano su un impero che si estendeva dall’Inghilterra all’Africa. I tedeschi, nel frattempo, hanno difficoltà a garantire il traffico ferroviario quando c’è troppa neve e ghiaccio. Talvolta ci vuole, infatti, molto tempo per sfatare alcuni stereotipi. A volte più di una generazione.
[Articolo originale "Italienische Fahrerflucht" di Jan Fleischhauer]
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