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ByoBlu
La grande colata di cemento
- 06/02/2012 13:55
L'ECOMOSTRO di ARBUS, in Sardegna (guarda il video)
articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
L’importante è chiedersi quale paese vogliamo consegnare ai nostri figli e agire di conseguenza. È scontato: tutti risponderanno di voler consegnare un paese migliore. Ma questo, in concreto, cosa significa? Un paese migliore è soltanto quello con uno spread più basso o con un Pil più alto? Oppure un paese che abbia un’alta competitività industriale? A mio avviso, un paese migliore è banalmente un paese in cui si vive meglio, ovvero in cui si è più felici. Perché in fondo è questo l’obiettivo principale che ogni società persegue: la ricerca della felicità. E la qualità dell’ambiente in cui si vive fa sicuramente parte del percorso.
Eppure non mi sembra che l’Italia si muova in questa direzione. E non è una questione di destra, di sinistra o di sobrietà. Si tratta di cultura: la salvaguardia del nostro straordinario patrimonio ambientale è soprattutto un atteggiamento culturale che dobbiamo assumere e di cui invece continuiamo a infischiarci. Salvo poi indignarci di fronte alle tragedie che puntualmente scaturiscono dalla terra ferita, in seguito alle scelte sbagliate in materia di ecologia e di sviluppo, di sfruttamento del suolo e di speculazione edilizia.
Secondo il Wwf "il cambiamento climatico che influisce sull’intensificarsi dei fenomeni critici è provocato per il 95% dalle attività umane”. Quindi se le notizie di alluvioni, frane, slavine e smottamenti sono sempre più frequenti, la colpa è nostra. Ogni giorno, in Italia, il cemento fagocita qualcosa come 75 ettari di terreno agricolo. Queste sono le cifre (al ribasso) denunciate dal report di FAI e WWF ITALIA: Terra rubata. Settantacinque ettari al giorno significa che ogni anno in Italia scompare una superficie pari a quella di settemila Piazze San Pietro. Ogni giorno, da 60 anni a questa parte, spuntano 207 edifici abusivi: il 17% del totale delle nuove costruzioni. E sono oltre 4,5 milioni gli ecomostri che sono stati costruiti nel nostro paese nella sua storia repubblicana. Tanto poi c’è il condono. Ecco il raffronto visivo tra il suolo urbanizzato degli anni '50 e quello odierno.
Certo, la religione dello sviluppo porta a questo. E noi, in questi anni, ci siamo indiscutibilmente "sviluppati". Ma se invece di ragionare secondo l’ottica dello sviluppo provassimo a ragionare secondo l’ottica del progresso, il discorso cambierebbe? Il progresso, infatti, non è soltanto quello economico e industriale, ma è anche quello culturale, sociale e ambientale. È un concetto molto più vicino a quello della ricerca, infinita ma progressiva, della felicità. Siamo davvero più felici ammassati in quartieri claustrofobici dove spesso anche la luce del sole non si azzarda ad entrare, in città sempre più estese dove la natura è una cartolina racchiusa in piccoli e sporchi francobolli che chiamiamo parchi? La cementificazione senza ritegno non soltanto rende le nostre vite meno sicure, calpestando le più elementari leggi della natura ed aumentando il rischio di dissesto idrogeologico, ma ci condanna anche ad una spesa folle senza alcun vantaggio di ritorno. Continuiamo a dissanguare le nostre casse in una serie infinita di ristrutturazioni, ma non investiamo mai nella prevenzione, attività molto più conveniente.
Secondo uno studio del 2010 del Ministero dell’Ambiente (e non degli ecologisti estremisti o no-global), "il fabbisogno necessario per la realizzazione degli interventi per la sistemazione complessiva delle situazioni di dissesto su tutto il territorio nazionale è stimato in circa 40 miliardi di euro”. Cifra ragguardevole, è vero, e in tempi come questi si potrebbe dire che ci sono ben altre priorità. Ma lo stesso studio, poco più avanti, precisa che la spesa dello Stato “per le attività di emergenza” si aggira “mediamente tra 2 e 3,5 miliardi di euro all'anno. La spesa per la prevenzione, invece, è stata in media di 250 milioni l'anno. Per ogni milione speso per prevenire, ne abbiamo spesi 10 per riparare i danni della mancata prevenzione”. Questo modello, dunque, basato sul miope intervento a posteriori, ci costa infinitamente di più di quanto non ci costerebbe intervenire con anticipo. E soprattutto, non risolve il problema.
Sconcertanti, infine, sono anche i dati che emergono spulciando nel bilancio del 2011 della Protezione Civile. Su 1.897.972.867 di euro (quasi 2 miliardi!), l’81% è stato destinato a interventi di ricostruzione, riparazione e organizzazione di Grandi Eventi, e meno del 13% per la prevenzione e la previsione delle emergenze.
E questa, dunque, l’Italia che vogliamo, la stessa che dipingeva Rino Gaetano oltre trent’anni fa? Ed è questa, per riallacciarsi al nostro discorso iniziale, l’Italia che intendiamo consegnare ai nostri figli?
Valerio Valentini
Categorie: Informazione libera
Quattordici miliardi di cristiani
- 05/02/2012 23:44
Chi segue il blog sa che, di tanto in tanto, mi drogo pesante e mi inoltro sui sentieri allucinatori delle mie curiosità (prima che ci crediate davvero: non è vero che mi drogo. Era solo una licenza poetica). Così, lo scorso 2 novembre 2011, mi chiesi quanti esseri umani avessero mai vissuto sulla Terra.
Dopo avere percorso miglia e miglia digitali, a piedi e sotto il sole cocente delle radiazioni catodiche, raggiunsi un luogo di pazzi scatenati come me che si erano fatti la stessa domanda e avevano effettuato lo stesso calcolo: il Population Reference Bureau. Risultato? 108 miliardi di homini sapiens sapiens, compresi i 7 miliardi attuali. Per la precisione, 107.602.707.791 persone erano nate a far data dalla notte dei tempi. Poco più di cento miliardi, tuttavia, erano già anche morte. Il che gettava una inequivocabile luce sinistra sull'esito finale di tutti i miei affanni.
Ieri (ndr: tre mesi dopo) anche il BBC Magazine si è posto la stessa domanda e ha pubblicato un pezzo con le stesse conclusioni che il Corriere della Sera, oggi, ha immediatamente ripreso a firma del filosofo Giulio Giorello e pubblicato a pagina 23 (qui l'articolo della versione cartacea).
Sogno un'Italia dove, come avviene comunemente in altri paesi, anche i quotidiani più importanti si fidano dei blog e ne riportano le notizie o le riflessioni più interessanti (per ora quello che sa fare il Corriere della Sera è denigrare, citandoti accuratamente per nome e per cognome, oppure approvvigionarsi di notizie senza linkare la fonte).
Anche perché io avevo fornito qualche dato aggiuntivo: incrociando alcune fonti e sviluppando ulteriori calcoli avevo determinato il numero esatto di cristiani che, tra questi 108 miliardi, riferendosi alla nostra Terra avevano calpestato "la sua cruenta polvere", pervenendo alla conclusione che fossero senza ombra di dubbio alcuno esattamente 14.034.561.083, compresa la folgorazione sulla via di Cologno Monzese di Paolo Brosio. Ovvero: quattordici miliardi di "cristiani" battezzati nel senso letterale del termine.
Chissà che il Corriere della Sera non voglia fare un pezzo anche su questo, anche se non l'ha letto sul BBC Magazine.
Categorie: Informazione libera
Il gruppo di potere che possiede l'Italia
- 04/02/2012 17:18
articolo di Roberto Pacella per Byoblu.com
Il 2 giugno 1992 lo Yacht reale inglese Britannia attraccò al porto di Civitavecchia per poi fare rotta lungo la costa dell’Argentario.
A bordo della nave erano presenti alcuni banchieri inglesi. Alcuni manager ed economisti italiani vennero invitati a partecipare ad una riunione. Tra questi: Giovanni Bazoli, Presidente del Banco Antonveneto, Lorenzo Pallesi, Presidente INA Assitalia, Gabriele Cagliari, Presidente dell’Eni, Innocenzo Cipolletta, Direttore Generale di Confindustria, e Mario Draghi, allora Direttore Generale del Ministero del Tesoro. Si discuteva delle privatizzazioni italiane. Per qualcuno si pianificava la svendita dell’Italia.
Con il D.L. 5 dicembre 1991 n. 386, poi convertito nella Legge 29 gennaio 1992 n. 35, venivano dettate disposizioni in materia di trasformazione di enti pubblici economici, nonché di aziende autonome statali, in società per azioni. Con questo primo atto si è dato il via a quella che poi si è rivelata una vera e propria svendita dell’intero sistema industriale italiano.
A presiedere il comitato per le privatizzazioni fu chiamato proprio Mario Draghi, ruolo che ricoprì in qualità di Direttore Generale del Ministero del Tesoro. E’ interessante notare che Draghi proveniva dalla direzione esecutiva della Banca Mondiale e che, dopo quell’incarico, diventò vicepresidente del Management Committee della Goldman Sachs. Dopo aver fatto parte dei consigli di amministrazione di banche ed aziende come ENI, IRI, Banca Nazionale del Lavoro, IMI, nel 2006 fu nominato Governatore della Banca d’Italia. In quella veste diventa anche Presidente del Financial Stability Board, organismo che si occupa di monitorare istituzioni e mercati internazionali.
Come che sia, si cominciò privatizzando il gruppo agro-alimentare SME, azienda pubblica controllata dall’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale presieduto all’epoca da Romani Prodi) e proprietaria tra gli altri di marchi come Motta, Antica gelateria del Corso e Surgela. Ma se da un lato era indispensabile che lo stato smettesse di fare l’imprenditore producendo panettoni o surgelati, dall’altro non si potevano dismettere aziende statali erogatrici di servizi, perché un intero sistema politico si opponeva. D’altra parte, che motivo avevano i politici della cosiddetta prima repubblica di privarsi di aziende che garantivano loro una buona rendita di posizione? Era forse necessario toglierli di mezzo? Se così fosse, sarebbe allora lecito pensare che l’inchiesta Mani Pulite non fosse nata per caso, ma fosse piuttosto un'abile azione pilotata. Ed è altrettanto lecito sospettare che Gabriele Cagliari (Presidente dell’Eni) si fosse “suicidato” perché contrario a tutta l’operazione. E ancora, che il PCI fosse stato appena sfiorato dalle indagini perché non coinvolto nella gestione del potere, se non marginalmente.
Tant'è che le cose procedono speditamente: vengono “privatizzate” l’IRI, l’ENI, l’INA, l’ENEL, i Monopoli di Stato finchè, nel 1998, è la volta di Poste Italiane. Romano Prodi, appena divenuto Presidente del Consiglio, nomina Corrado Passera amministratore delegato delle Poste, al fine di risanare una società in forte passivo. Il piano industriale di Passera si realizza con un taglio del personale di ben 22.000 unità e con l’assunzione di giovani sotto i 24 anni con contratti triennali di apprendistato. Ora finalmente può farlo, dato che le Poste Italiane non sono più un’azienda dello stato, ma una normale società per azioni che può agire con ogni mezzo, dovendo sottostare alle sole "leggi del mercato". Sotto la gestione Passera viene costituita BancoPosta, una banca a tutti gli effetti ma con i vantaggi che la posizione dominante di Poste Italiane gli procura e con una distribuzione capillare sul territorio italiano da oltre 14.000 sportelli. Come mai le banche, sempre pronte a difendere i loro interessi, non sollevano la benché minima obiezione contro un'operazione avvenuta in regime di palese concorrenza sleale?
Fatto sta che Corrado Passera, dopo il suo incarico alle Poste, viene chiamato da Banca Intesa, nata dall’integrazione di Cariplo e Banco Ambrosiano Veneto. Anche qui è interessante notare come sia avvvenuta la composizione del mosaico. L’Ambrosiano Veneto nasce dalle ceneri del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, fortemente legato allo IOR (Istituto di Opere Religiose con sede in Vaticano). Dopo la liquidazione del Banco Ambrosiano un gruppo di banche pubbliche e private (tra cui BNL, IMI e Istituto San Paolo di Torino) accetta di partecipare al salvataggio dell’istituto, La presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano viene affidata a Giovanni Bazoli (sì, quello del Britannia). Quindi, grazie alla fusione con la Banca Cattolica del Veneto, l'istituto diventa poi il Banco Ambrosiano Veneto. Banca Intesa, invece, diventa Intesa San Paolo, dopo la fusione di IMI con il San Paolo di Torino che origina il San Paolo Imi grazie all'acquisizione del Banco di Napoli e di una serie di banche locali. Corrado Passera è uno degli artefici di questa catena complessa di integrazioni.
Nel 2008, appena eletto, Berlusconi lo chiama al salvataggio di Alitalia e si pone nella cordata di imprenditori che rileveranno la compagnia ed oggi, come sappiamo, è Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti nel governo presieduto da Mario Monti. Nel frattempo Mario Draghi (dopo l’uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn) è stato nominato Presidente della Banca Centrale Europea. Questo gruppo di potere ha illuso il PCI-PDS-DS, ora PD, di esserne parte, ma quando si è trattato di cedergli le briciole (vedi l’acquisizione di Unipol di Giovanni Consorte) ha mostrato il suo vero volto.
La verità sfugge, oleosamente mimetizzata nell'avvicendarsi dei fatti, ma vi sono dubbi significativi che questa girandola di eventi e persone, sempre le stesse, non sia frutto di coincidenze. Si tratta in ogni caso di una ristretta élite che pianifica le sorti di un intero popolo, attraverso la persecuzione di strategie affaristiche le quali si intrecciano saldamente alla politica. Una volta i re venivano investiti dell’autorità divina (abbiamo avuto anche un “politico” che si diceva unto dal Signore) ma quelli erano altri tempi. Ciò che risalta è la genuflessione della nostra classe dirigente al potere economico.
Per questo, ogni volta che sentite parlare di privatizzazioni, è bene che vi facciate più di una domanda.
Roberto Pacella
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3 miliardi all'anno per 5 anni. Altro che Lusi
- 03/02/2012 15:40
Oggi non so da che parte incominciare. Dai 13 milioni che Lusi, tesoriere della Margherita, ha alienato in Canada e fatto rientrare dalla sua controllata "TTT" con lo scudo fiscale? O dal blitz di Pdl, Lega + franchi tiratori del PDmenoELLE che introducono, con una norma inesistente ovunque in Europa, il diritto per gli imputati a rivalersi direttamente sui magistrati che li hanno accusati e magari condannati? E perché non dalla Fornero, che lavora per smembrare l'articolo 18 entro 2/3 settimane al massimo perchè, si sa, il posto fisso è una noia mortale, quando sua figlia lavora nell'Ateneo dove lei e il marito insegnano e - come se non bastasse - fa la ricercatrice finanziata dalla fondazione HuGeF, a sua volta controllata dalla Compagnia di San Paolo, della quale la Fornero è stata vice-presidente fino al 2010? O vogliamo parlare del MES, questo sconosciuto e innocuo Meccanismo Europeo di Stabilità che ieri è stato cristallizzato nella sua nuova versione e firmato dai paesi dell'area euro?
Sono in uno stato di prostrazione e di imbarazzo profondo. Dovrei avere dieci blog che pubblicano dieci post e dieci video al giorno, ma anche 20 mani, 10 paia di occhi, 20 orecchie, 10 televisori e 10 cervelli in parallelo, con conseguente espansione della scatola cranica e consumo extra di suolo pubblico, solo per elaborare tutta questa serie di informazioni e darvene conto. Oppure basterebbero dei soldi. Tanti soldi, ma molto meno di quelli che ogni giorno spariscono nelle casse dei partiti sotto forma di finanziamento pubblico, per poi prendere le strade della Tanzania o del Canada.
Visto che ci stracciamo le vesti - giustamente - per 13 milioni di euro, ma nessuno parla dei 14,32 miliardi che - è ufficiale - pagheremo in un massimo di 5 anni, cominciamo dall'ultimo punto: il MES. Ecco il trafiletto che la cosa si merita sul Corriere della Sera.
Poche righe a pagina 11. Vuoi mettere le inchieste sulle etichette "salva privacy" per le ricette mediche, che hanno sprecato qualche milione di euro di fondi destinati alla Sanità? Se facciamo prime pagine per cifre a 6 zeri, mi aspetterei un mega paginone colossale affisso sulla facciata del Pirellone di Milano per quelle a 9 zeri, quantomeno per dibatterne l'opportunità. Ma così vanno le cose del mondo.
Aprite il pdf del Trattato che è stato approvato ieri (la ratifica entro luglio). Andate al primo allegato. Vedrete una tabella con le percentuali di contribuzione dei singoli paesi, che per l'Italia è del 17,9137%. Siamo i terzi maggiori contribuenti in assoluto. Poi andate al secondo allegato, ottava riga. Abbiamo un milione e duecentocinquantamila quote (1.253.959, per la precisione) e contribuiremo con la bellezza di 125.395.900.000 €. Dicasi 125 miliardi, come vado ripetendo dalla notte dei tempi. Ma non fa niente: continuiamo pure a fare le prime pagine su Rutelli, se proprio Martone non ne dice una delle sue.
Ora, se non volete leggervi tutto il trattato, andate al resoconto di quanto è stato deciso ieri al Consiglio d'Europa. Scoprirete che il capitale del MES ammonta a 700 miliardi e che, di questi, 80 andranno saldati subito. Bontà loro, in cinque anni. Ma ci fanno anche sapere che se facciamo prima è meglio. Il resto bisognerà corrisponderli non appena i 17 super governatori (tra cui Mario Monti) lo decideranno, insieme ad ogni altro aumento di capitale (quindi ben oltre i 125 della nostra quota parte) che verrà decisa a insindacabile giudizio dal MES. Cui nessuno potrà chiedere conto, essendo le sue sedi e i documenti personali di tutti i governatori assolutamente inviolabili e immuni a qualsiasi istituzione giustizia.
Facendo due conti, il 17,9137% di 80 fa 14,32. Il che significa che dovremo conferire (suona meglio che pagare) 14,32 miliardi cash in cinque anni. Fanno quasi tre miliardi all'anno.
Ora continuate a preoccuparvi dei vitalizi e delle auto blu. E mentre restate in apnea, ovvero confinati ai margini del dibattito che conta, concentrati su questioni secondarie come le battute di Monti e quelle di Martone, in Europa ci appendono per il collo senza che a nessuno di noi venga neppure l'idea di parlarne, come si converrebbe in una piena democrazia.
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Monti dica da che parte sta
- 02/02/2012 16:39
Il 29 gennaio in Europa tutto bene. Bruxelles approva il Fiscal Compact e Monti trionfalmente dichiara: «I tassi di interesse scenderanno. Siamo confortati dall'andamento dei mercati e dai giudizi sulla politica economica italiana». I mercati non hanno dunque più alcun motivo di dubitare dei nostri sacrifici durissimi. Ma i mercati sono come gli scorpioni che attraversano il fiume a dorso di rana: pungono. Pungono la rana proprio dove l'acqua è alta, anche se sanno che moriranno annegati entrambi.
E così, il giorno dopo lo spread sale. Sale vertiginosamente. Perché? Perché l'Italia va all'asta con un bel po' di titoli di stato, i btp a medio e lungo termine. Dunque c'è da alzare i tassi di interesse, alla faccia di Monti, delle sue dichiarazioni e dei nostri sacrifici. E così il rendimento aumenta, i bot vengono acquistati in cambio di interessi salatissimi e qualcuno fa i salti di gioia. E il giorno dopo? Il giorno dopo i mercati premiano il grande lavoro di Monti e fanno scendere nuovamente lo spread, tanto dove dovevano speculare hanno speculato. Che gli frega? E il Corriere della Sera titola con soddisfazione: spread sotto i 390 punti. Ma non dicono, in mezzo a tanto incenso, che il giorno prima lo spread si era innalzato improvvisamente, come una febbre sospetta, in concomitanza con le nostre aste. Del resto, Monti ce lo hanno messo loro. Cosa vuoi che ti vengano a raccontare, adesso?
Pensate che siano questioni lontane? Pensate che ci sia altro di cui interessarvi? Sbagliate di grosso. Lo sapete quanti miliardi di interessi pagheremo per queste micro-speculazioni innescate con precisione chirurgica, esattamente quando serve? Lo sapete che "più interessi da pagare" equivale a "più sacrifici in arrivo", "più pensioni tagliate", "più articolo 18 che se ne va", "più tasse per tutti"? Questa è la questione! Questo è il furto, la guerra, il saccheggio barbarico in atto nella sua nuova edizione rilegata in stile XXI secolo. Ci stanno derubando giorno dopo giorno. Ci stanno impoverendo. Stanno riducendo un intero popolo sul lastrico, in condizioni di miseria, per poi avere più manodopera a costi bassi, più tecnologia da arraffare, più territorio da sfruttare, più edifici da saccheggiare. Calano sulle borse, rubano, devastano e sottomettono le popolazioni locali che, mute, si autoflagellano, credendosi colpevoli di "debito pubblico", quando è tutta la nostra economia che si basa sul debito, perché la creazione di moneta non può che avvenire a fronte di un segno meno che tuttavia è un'operazione virtuosa, quando è finalizzata al corretto funzionamento di un'economia. I soldi sono un servizio, sono un bene pubblico a disposizione di tutti, non una proprietà privata da accumulare, un supplizio da infliggere, una necessità da cui far dipendere la vita stessa. L'unica cosa da cui vale la pena dipendere è l'aria, è l'acqua, è l'ecosistema. Tutto il resto è truffa.
Monti li conosce tutti, uno per uno, questi vandali, questi assassini, questi usurpatori, questi eserciti di usurai becchini. Li conosce perché ci ha lavorato insieme, dalla Goldman Sachs alle agenzie di rating alla commissione Trilaterale. Sta davvero facendo il bene dell'Italia? Allora dichiari pubblicamente che si dissocia dalla materia che insegna, così come viene declinata nel mondo dell'alta finanza e della speculazione internazionale. Dichiari pubblicamente da che parte sta. Faccia i nomi. Denunci lo stato di guerra. Non se la prenda con i tassisti, con i pensionati, con le famiglie, con chi ancora ha la fortuna di avere un posto fisso, no: nonno Mario se la prenda con Londra, con New York, con Francoforte. Dica chi sono i nostri nemici. E se l'Europa politicamente Unita serve a difendersi da questi assassini di democrazie, allora che venga a spiegarlo in televisione. Ci lasci decidere se mandare affanculo i mercati e fare come l'Argentina e come l'Islanda, che crescono all'8% e al 4% annuo, oppure se stringerci a coorte insieme ai 25 del Fiscal Compact, sotto lo scudo della BCE che deve però fungere anche da prestatore di ultima istanza, dopo che i tedeschi abbiano però abbassato le loro alucce un po' presuntuose e quel ciglio strafottente da ingiustificata aria di superiorità.
Monti parli al Paese e dica chiaramente da che parte sta, se da quella dei suoi ex colleghi di pianificazione geopolitica mondiale o se della parte degli italiani che non ce la fanno più e vogliono la riscossa. Venga a dirlo a L'Ultima Parola, dove la politica si lancia senza rete tra gli interventi privi di filtro degli italiani seduti tutti intorno. Monti dimostri che non è capace di destreggiarsi abilmente solo dietro ad una cattedra, seppure internazionale, o davanti ai suoi studenti devoti, ma anche di fronte al Paese reale che ha l'ambizione di voler governare.
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Berlusconi e Sgarbi saldano il debito con Razzi
- 02/02/2012 13:28
Se siamo in questa situazione lo dobbiamo alla prima e alla seconda repubblica. Ma c'è qualcuno a cui lo dobbiamo un po' di più. Sono i Razzi e gli Scilipoti di quei "responsabili" che hanno allungato di un anno l'agonia, che hanno permesso a Berlusconi di occuparsi del DDL Intercettazioni invece di intervenire sulla crisi negata. Sono quei Razzi e quegli Scilipoti che solo tre mesi prima di passare in quota maggioranza militavano nell'Italia dei Valori e giuravano e spergiuravano (questo video parla più di mille parole) di rimanerci finché Antonio Di Pietro li avesse tenuti.
Sei mesi dopo il salto della quaglia, Razzi ottenne il posto di consigliere personale del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Per uno che ha delle difficoltà con la lingua (quella parlata), un incarico inusuale. Ma il patto non scritto viene saldato dopo un anno. Ieri alla Camera Antonio Razzi ha presentato il suo libro "Le mie mani pulite", pubblicato da "pagine", che non sembra voler dare molta pubblicità alla cosa, visto che nel suo sito dell'opera di Razzi non c'è traccia. La prefazione è stata scritta nientepopodimeno che da Silvio Berlusconi in persona, il quale ne è stato anche relatore, ieri, insieme (udite udite) a Vittorio Sgarbi.
Passi per Berlusconi che, da uomo d'onore quale non si può negare egli sia, è prima andato al congresso nazionale del nuovo partito di Scilipoti e ora si spende per il libro di Antonio Razzi. Ma vogliamo parlare di Sgarbi? Un critico d'arte che presenta il libro di un illetterato? Evidentemente avrà avuto i suoi buoni motivi...
Apprendiamo poi, direttamente dalla voce di Mr. Gogol, che "sulla rete ci sono, mi sembra, un milione e novecentomila file, la maggior parte sono contro di lui. [ndr. contro Razzi]". A parte che da oggi ce ne sono un milione e novecentomila e uno (questo qui), ovviamente nessuno dei presenti (né di tutti quei giornalisti che credono che l'agenda digitale sia un tablet) ha fatto notare che parlare di "file contro Razzi" in rete non ha senso. Avesse detto articoli, post, video, magari "pagine web" ancora ancora... ma ogni pagina web, in rete, è generalmente formata da decine, se non centinaia di file diversi. C'è un file per ogni immagine, almeno due per ogni video (l'oggetto che lo esegue e il flusso di dati in flash), ci sono i fogli di stile, tutti gli script, i banner pubblicitari, per non parlare di tutti i componenti separati che vengono inviati come fossero uno solo ma vengono assemblati dinamicamente in tempo reale sulla base delle singole richieste... Insomma, apprendiamo che esisterebbero interi script o file css scritti contra-personam?
E vabeh, come dice Razzi: "anche questo è stato parlato".
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Adesso basta!
- 01/02/2012 19:08
articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
L’atro giorno il presidente Napolitano, infagottato nella sua tonaca nera e blu, mentre riceveva una laurea in un’aula magna blindata dalle forze dell’ordine (già questo avrebbe dovrebbe indurlo in vive e vibranti riflessioni), rampognava gli Italiani a togliersi dalla testa l’idea frivola di una politica senza i partiti. “L’unica soluzione – ha detto – è il rinnovamento dall’interno dei partiti stessi”.
A me le sue parole hanno ricordato quelle di Giancarlo Pajetta, ex deputato del PCI: “Le dimissioni di Cicchitto provano che i partiti si possono riformare dal loro interno. Non c’è bisogno di alcun terremoto politico”. Era il 22 maggio del 1981, ed erano state da pochi giorni rese pubbliche le liste della loggia massonica P2, al cui interno, con la tessera 2232, figurava Fabrizio Cicchitto, allora parlamentare del PSI. Ora, trent’anni dopo quelle parole, Cicchito è capogruppo alla Camera del Pdl.
E allora, dopo tutti questi anni trascorsi invano e dopo aver letto del furto dei 13 milioni dalle casse della Margherita, viene da chiedersi quante altre umiliazioni ancora dovremo subire per realizzare che i partiti non si convertiranno mai ai principi dell’onestà e della legalità? E quand’è che basta? Quando vi deciderete a farla finita, cari politicanti? Quanto ancora dovremo sopportare la vostra attitudine alla corruzione e la strafottenza con la quale ripetete in TV che non ne sapete mai niente?
La notizia dei 13 milioni sottratti da Lusi è l’ennesimo schiaffo che i partiti danno al Paese. Ormai non ci sorprende più niente. Siamo rotti a tutto. Il vero abominio è che un referendum ha già abolito i finanziamenti pubblici ai partiti e loro l'hanno ribattezzati rimborsi elettorali. Ogni partito che abbia ottenuto almeno l’1% dei voti – dunque anche molti di quelli che non hanno avuto accesso al parlamento – ricevono ad ogni tornata elettorale i rimborsi calcolati su cinque anni. E se poi la legislatura dura meno, pazienza: intanto si sono intascati dieci euro da ciascuno di voi, cui si aggiungeranno, sovrapponendosi, i dieci euro della nuova legislatura. Altro che austerity, Monti poteva cominciare da lì! E, dal momento che la quasi totalità (dall’80 al 99%) delle casse dei partiti si riempie grazie ai rimborsi elettorali, è evidente che alla base di ogni iniziativa che propongono, ogni cartello che affiggono, ogni manifestazione che organizzano c'è un peccato originale che rende tutto intrinsecamente antidemocratico.
Poi c’è la questione dei bilanci: gli unici a controllarli sono gli stessi rappresentanti dei partiti. Quindi accade che soldi rubati agli Italiani scompaiano dapprima nelle casse dei partiti, e poi nelle tasche dei politici che li sottraggono ai loro stessi partiti. Non c'è scampo! Quand’è, allora, che si porrà fine a questa macchina infernale? E quale diavolo di istanza di cambiamento pretendono di incarnare, i partiti che Napolitano definisce a tal punto fondamentali che non esiste democrazia senza di essi, se poi l’unica cosa a cui sono davvero interessati è la salvaguardia dei loro privilegi illiberali e la reiterazione di truffe e appropriazioni illecite?
E non serve, caro Bersani, che parli col dito alzato e la voce indignata all'invettiva di “Che nessuno si permetta di fare illazioni o di paragonarci a quegli altri…”, se poi continui a dichiararti all'oscuro delle furbate perpetrate dai tuoi compagni, specialmente se si tratta del capo della tua segreteria, accusato di avere preso mazzette per vent’anni. Così come è difficile credere che dalle casse della Margherita si siano volatilizzati 13 milioni di euro senza che nessuno dicesse bah. E se poi non ne sapevi realmente niente, allora dovresti andartene per la sola manifesta incompetenza gestionale.
13 milioni è una cifra che la maggior parte degli Italiani farebbe fatica soltanto a immaginare. E voi andate davanti alle telecamere per dire a un laureato che non trova lavoro (la disoccupazione giovanile ha sfondato il 30%), a un imprenditore sul lastrico che prende psicofarmaci o valuta l’idea di impiccarsi, a un impiegato statale che non arriva alla fine del mese, ad un’operaia della Fiat o della Omsa in cassa integrazione, che vi siete lasciati sfilare da sotto il naso una cifra tale senza battere ciglio, ma che non avete soldi per migliorare le loro vite? Voi offendete la dignità degli Italiani, oltreché la loro intelligenza!
Cos'altro deve succedere prima che voi vi rendiate conto della vostra inadeguatezza, della responsabilità di aver fatto scempio di etica, solidarietà e democrazia? Diteci come possiamo insegnare ai nostri bambini a non rubare la merendina al loro compagno e a rispettare le istituzioni scolastiche, se poi vengono bombardati da notizie di rappresentati del popolo che organizzano società fittizie per portare soldi all’estero. E diteci cos’altro deve succedere prima che avvertiate anche voi il senso di nausea che provano gli Italiani nel sentire le vostre giustificazioni incredibili e le vostre promesse ridicole. La misura è colma, ed è bene che voi facciate l’unico atto di apprezzabile onestà che vi resta: chiedere scusa e farvi da parte. Siete sordi al rantolo e alle grida di un intero popolo, né più né meno di un qualsiasi dittatore nordafricano. Perchè mai lodate le primavere democratiche solo quando si verificano a migliaia di chilometri dai vostri palazzi lussuosi?
Di fronte ai frantumi di questo Paese, che voi stessi avete ridotto in macerie, cercate almeno di vergognarvi e di non pretendere che si affidi a voi il compito di avviare la ricostruzione. C’è un limite a tutto, ed è inutile e vile condannare la violenza e la rabbia senza se e senza ma, se si gioca col fuoco e la si fomenta. Adesso basta.
per byoblu.com: Valerio Valentini
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A noi Schettino, a voi il Cermis
- 31/01/2012 19:04
Il 3 febbraio 1998, esattamente 14 anni fa, un aereo militare statunitense, decollato dalla base aerea di Aviano, tranciò di netto il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme. Una cabina con 20 persone a bordo precipitò al suolo da un'altezza di 110 metri. La neve si riempì di lamiere contorte e di sangue. Morirono tutti.
Gli Stati Uniti cercarono dapprima di sostenere che la cabina di trasporto fosse caduta da sola. Solo grazie al tempestivo sequestro del velivolo incriminato, ad opera della magistratura trentina, fu possibile provare la responsabilità dell'aviazione americana. Il pilota, durante il volo, aveva con sè una videocamera. Riprendeva la sua faccia sorridente. Il giorno dopo distrusse immediatamente il nastro ed ogni prova circa i reali motivi del disastro.
Nonostante il superamento dei limiti di velocità e nonostante l'aereo volasse a 110 metri di altezza dal suolo contro un minimo obbligatorio di 609 metri, il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer vennero dapprima prosciolti, e poi condannati dalla Corte Marziale con la sola accusa di intralcio alla giustizia, per aver bruciato il nastro della videocamera. Il pilota prese 6 mesi. Dopo 4 mesi e mezzo era fuori. Nel 2008 entrambi hanno fatto ricorso per ottenere la reintegrazione e i tutti i benefici del trattamento finanziario destinato ai militari.
Noi, è vero, abbiamo Schettino, responsabile di un "inchino" mal riuscito che noi stessi abbiamo messo alla gogna per primi. Forse perfino troppo presto, perché la Costa Crociere e la Capitaneria del Porto di Livorno al processo dovranno spiegare tante cose. Ma il paese di David Letterman, che chiede al suo pubblico quanti di loro fossero inciampati e caduti nel teatro, ha sulla coscienza la strage del Cermis, che ha cercato di coprire in tutti i modi e per la quale oggi, a distanza di 14 anni, non ha pagato nessuno. Non fu anche quello, in fondo, un tragico "inchino"?
Ci sono tanti modi di non "salire a bordo" delle proprie responsabilità. Ma se proprio dobbiamo sceglierne uno, preferiamo lo stato confusionario e la paura di un uomo solo rispetto alla codardia di un'intero corpo militare, alla compiacenza di una intera classe giudicante ed alla scorrettezza di un intero Governo, quello degli Stati Uniti, che ha pagato i risarcimenti alle vittime solo quando vi si è trovato costretto dai trattati Nato, e solo per il 75% degli importi, liquidati dallo Stato italiano nella misura di 2 milioni di euro circa per ogni vittima.
Almeno, noi, un De Falco l'abbiamo mostrato al mondo. Sarà poco, ma è sempre meglio di niente.
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La penisola dei penosi
- 30/01/2012 11:02
La Stampa ci informa con entusiasmo che forse, se non piove e se la famosa farfalla di Pechino non sbatte le fatidiche ali, entro primavera si libereranno 7,9 miliardi di fondi strutturali UE che potremo utilizzare per lavoro e sviluppo. Lo chiamano il Jolly Europeo. Io lo chiamo il gioco delle tre carte. Ti fanno vedere 8 miliardi, ma devi puntarne 90, che alla fine della prestidigitazione regolarmente perdi.
I 90 miliardi sono la nostra quota parte (17,9%) nel nuovo fondo salva-stati permanente, il cosiddetto MES (in inglese ESM), che partirà con una dotazione di 500 miliardi. Il MES sarà firmato entro luglio e i suoi 17 governatori supremi (tra cui Mario Monti) potranno chiedere aumenti di capitale in qualsiasi momento e a loro insindacabile discrezione (godendo di immunità totale e di inviolabilità giudiziaria delle loro sedi e dei documenti personali), che dovranno essere corrisposti dagli stati membri con le modalità e con i tempi che loro riterranno opportuni. Tanto che stanno già discutendo di portare la dotazione iniziale a 700 miliardi. Il che, per l’Italia, significa sganciare pressoché sull’unghia circa 125 miliardi di euro.
Questo, però, sui giornali è un dato che non esce mai. Parlano di MES (ESM) come se si trattasse di una partita a tombola con i fagioli. Se dicessero che ci costerà subito 125 miliardi, che potranno diventare 150, 200 o anche di più senza che l’Italia, una volta firmato il trattato, possa minimamente opporsi, questo "fondo salva stati" suonerebbe in maniera altrettanto neutrale? Probabilmente no. Per questo il giornalista servo tace. Ti spiegano solo quello che la tua struttura psicologica può sopportare senza farsi tante domande. Il resto non si dice, ma si fa.
Anche se ce ne danno 8 siamo sempre e comunque in credito di 117 miliardi. Quindi dovete spiegarmi cosa c’è da saltellare di gioia. Con 117 miliardi ci ristrutturavamo casa tanto che la bella Svizzera al confronto sarebbe sembrata una via periferica di Nairobi.
Sempre in tema di referendum, invece, l’Irlanda sta pensando di indirne uno sul Fiscal Compact, la disciplina che obbliga alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, imponendo pesanti sanzioni ai trasgressori, che secondo molti economisti sarà un suicidio collettivo. Ci sono paesi dove i cittadini sono affetti dal letale morbo della democrazia, una malattia spesso letale che costringe a ficcare il naso continuamente nella cosa pubblica. Ma non vi preoccupate, noi siamo immuni: ratifichiamo qualsiasi cosa e senza scocciare il popolo, dal Trattato di Lisbona al Mes al Fiscal Compact. Siamo ratificatori di professione.
Ma forse, in fondo, facciamo bene. La Grecia voleva fare un referendum ma la Merkel non gliel’ha permesso: fregata! Francia e Olanda hanno fatto un referendum contro la Costituzione Europea, che hanno orgogliosamente bocciato, ma la UE gliel’ha reintrodotta tale e quale nel Trattato di Lisbona: fregate! L’Irlanda ha bocciato con il primo referendum il Trattato di Lisbona, ma gliel’hanno fatto rifare indi ratificare, secondo alcuni non senza qualche broglietto: fregata! I croati sono appena andati al referendum per entrare in Europa, hanno detto sì ma con l’affluenza storicamente più bassa di tutte le tornate elettorali, il 43,5%. Il che secondo i croati pone seri dubbi sulla legittimità della consultazione al punto che molti vorrebbero farla ripetere. Ma entro luglio 2013, ormai, saranno dei nostri: fregati?
Dunque ecco svelato il motivo per cui il nostro Parlamento ratifica senza neppure scomodarsi a dircelo, non c’è nessun complotto: è solo che gli italiani, che saranno anche un popolo di pasticcioni confusionari ma sanno benissimo come impegnare le loro energie solo su ciò che può garantirgli un reale tornaconto. Non perdono neppure tempo in cose che tanto non servono a niente. E un qualsiasi referendum sull’Europa sarebbe una di queste: una inutile formalità da ripetere fino a quando l’esito non è quello voluto.
Abbiamo di meglio da fare. Per esempio, ora è ricominciata L’Isola dei Famosi! Anzi, la Penisola dei penosi.
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No Tav, una truffa politica
- 29/01/2012 13:50
Ieri a Torino faceva freddo. Molto. Fin dalle prime ore del pomeriggio nevicava. In queste condizioni, portare fuori la gente dalle case non è semplice. Ci vuole una motivazione forte. Ci vuole la forza della disperazione. Erano in 5 mila. Un numero elevatissimo, considerate le avversità. Lo ha riconosciuto anche il Corriere della Sera.
Erano tutti pericolosi brigatisti, feroci reietti dell'umanità, quelli che sono stati sbattuti dentro? O dietro le sbarre ci sono anche normali cittadini che manifestavano legalmente, senza mitra e senza fionde né oggetti balistici di varia natura, dopo avere richiesto e ottenuto regolare autorizzazione ad occupare il suolo pubblico? Il tempo e il processo diranno se si è trattato di una operazione legale o di una forzatura ad uso e consumo della stampa. Per il momento restano i fatti. La linea ad alta velocità che si vuole scavare in una montagna piena di amianto e di uranio, per sostituire una linea ferroviaria che attualmente è utilizzata per un terzo della sua capacità, costerà una ventina di miliardi di euro. In un momento di crisi non c'è male: una genialata.
Inoltre resta sempre un problema non da poco: una forma di governo che schiaccia minoranze composte da decine di migliaia di persone per modificare il loro stesso territorio contro la loro esplicità, dichiarata, ferrea volontà, ricorrendo all'uso della forza, dei lacrimogeni, dei manganelli e delle carceri, si può ancora chiamare democrazia? Qualcuno dirà di sì, che in una democrazia i pochi devono soccombere alle decisioni dei molti. Ma siamo sicuri che siano i molti ad avere preso quelle decisioni? Siamo sicuri che quei molti siano stati correttamente informati? Siamo sicuri che non siano, viceversa, i pochi a volere un'opera inutile per distribuire appalti e far lievitare dividendi illeciti, magari alle solite società ad alta compartecipazione criminale? In fin dei conti, e mi rivolgo a tutti i sostenitori della Tav: cosa ne sapete davvero, a parte le generiche dichiarazioni apodittiche e autoreferenziali del tipo: "la Tav serve"?
Massimo Rossi è andato alla manifestazione di Torino, ieri, e ha intervistato Davide Bono, consigliere regionale piemontese del Movimento Cinque Stelle.
LA TAV? UNA GROSSA TRUFFA POLITICA
Intervista a Davide Bono, consigliere regionale Regione Piemonte per il Movimento Cinque Stelle
Buongiorno a tutti,
siamo qui a Torino alla manifestazione NO TAV, sotto la neve, manifestazione per ricordare e solidalizzare con i trenta arrestati attivisti NO TAV in tutta Italia che nella notte di giovedì scorso sono stati arrestati e portati in dieci nel carcere de Le Vallette di Torino.
Solidarizziamo contro questi arresti, che per noi sono arresti politici, arresti la cui spettacolarizzazione fa veramente pensare a un fine politico più che al mero fine giudiziario. Infatti non c'è né la possibilità di inquinamento delle prove, né riteniamo di fuga all'estero. Quindi assolutamente riteniamo che come minimo devono essere concessi loro gli arresti domiciliari.
Ovviamente la lotta, la resistenza degli attivisti No Tav continua e continuerà, anche oggi l'abbiamo dimostrato, in migliaia a Torino, per dire no a un'opera inutile che costerà un sacco di soldi, circa 17 miliardi almeno secondo il progetto. Progetto che ancora manca, e quindi andiamo già a dire come secondo noi ci sia un vizio formale alla base degli arresti degli attivisti, perché nelle manifestazioni incriminate del 27 giugno e del 3 luglio, quelle autorizzazioni allo sgombero dell'aerea in cui c'era la manifestazione, a Chiomonte, erano formalmente sbagliate. Infatti era stato chiesto il plateatico, cioè la possibilità di insistere sul suolo al Comune ed era stato regolarmente autorizzato. Quindi gli arresti che seguono alla resistenza allo sgombero hanno un vizio formale di base.
Tante altre irregolarità potremmo narrare della vicenda No Tav, che spiegano veramente come la politica stia cercando di passare lei sopra le leggi, per far sì che quest'opera vada avanti. Quindi penso che comunque ci sia un grosso problema di democrazia in Italia, un grosso problema di legalità. E purtroppo come abbiamo visto anche con le maxi retate sulla 'ndrangheta, le 'ndrine calabresi e la loro collusione con i partiti, in Piemonte come in Lombardia, dimostrano come le grandi opere siano sempre più un modo per ricettare i soldi sporchi della criminalità organizzata e un modo per spendere le nostre tasse in qualche cosa che assolutamente di lecito ha ben poco.
L'opera è inutile e noi riteniamo che non si farà perché non ci sono i soldi. E l'Europa, speriamo presto, si accorgerà che dietro c'è una grossa truffa da parte dei politici dei principali partiti italiani.
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Monti a Londra? Non se lo fila nessuno
- 28/01/2012 20:43
Qui sopra: L'intervista di Byoblu.com del 25 novembre scorso a Nigel Farage, subito dopo il discorso al Parlamento Europeo nel quale accusava il furto della democrazia in Grecia e in Italia
Nel suo discorso alla Camera di mercoledì scorso, Mario Monti (tra le altre cose) ha detto:
" Noi vediamo una stretta associazione tra le due azioni politico-diplomatiche che stiamo conducendo in Europa, al di fuori dell’Eurozona, ossia l’avvicinamento con il Regno Unito – nel senso che cerchiamo di avvicinare loro all’Unione europea, anche perché li troviamo un pochino privi di orientamento in questo momento –, e l’avvicinamento ai Paesi futuri membri della zona euro come, ad esempio, la Polonia. "
Ecco quello che mi ha appena scritto Nigel Farage, europarlamentare britannico che avevo recentemente intervistato: "The arrogance of Mr. Monti knows no bounds. His appointment was a disgrace in democratic terms and the idea that anyone in the UK will listen to him is laughable. "
Tradotto:
" L'arroganza del signor Monti non conosce limiti. La sua nomina è stata una disgrazia in termini democratici e la sola idea che esista qualcuno nel Regno Unito che stia ad ascoltarlo è risibile. "
It was love at first sight!
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Ci sono cose che voi umani...
- 28/01/2012 16:14
Dopo le mozioni presentate all'unisono da tutti i gruppi parlamentari, che conferiscono a Mario Monti il mandato di lavorare alla costruzione di una vera e propria Unione Politica Europea, ho chiamato Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera e firmatario relatore di una delle mozioni.
Una cosa mi ha colpito. Ci sarebbero cose complesse, troppo complesse perché possano essere comprese da tutti, e dunque è giusto che a farsene carico siano pochi. Esonerando i molti, che la loro ignoranza consegnerebbe alla strumentalizzazione demagogica. Un po' come dire: ci sono cose che voi umani non potete comprendere.
Ma neppure sapere? Perché se è vero che l'ignoranza deriva specularmente dalla mancanza di conoscenza, forse la maniera migliore di combatterla non è "far restare la maggior parte della popolazione in apnea", come scriveva un ormai celebre rapporto della Trilaterale, ma al contrario ridestarla dal sonno, grazie ad un'informazione approfondita, seria e puntuale che si ponga l'obiettivo di formare cittadini consapevoli.
Ma certo, questo implicherebbe non riempire le prime pagine con una singola frase di tale Michel Martone. Infelice quanto vi pare, ma importante quanto un granello di sabbia nell'oceano tempestoso dei nostri guai.
CI SONO COSE CHE VOI UMANI
Intervista a Massimo Donadi, capogruppo Italia dei Valori alla Camera
DONADI – pronto?
MESSORA - Massimo Donadi, buongiorno. Capogruppo alla Camera Italia dei Valori.
DONADI – buongiorno.
MESSORA - Massimo, volevo commentare con te le mozioni che sono state presentate ieri dai vari partiti alla Camera, che riguardano l'orientamento politico europeo del governo Monti. Corretto?
DONADI - è corretto. È esattamente così.
MESSORA - da quello che ho letto, in pratica tutti i partiti o quasi, tranne forse la Lega, si sono espressi chiedendo al Governo Monti di stringere i rapporti comunitari all'interno dell'Europa, con accordi via via più determinanti dal punto di vista sia fiscale che economico che anche politico. Quindi il Governo Monti ha ricevuto un imprinting chiaro e un'autorizzazione a procedere forte da parte del Parlamento italiano per costruire un'Europa unita anche dal punto di vista politico. E' corretto?
DONADI - è così ed è una cosa sulla quale sarebbe stato folle dividersi perché le lotte politiche non c'entravano proprio niente e ha potuto distinguersi solo chi, come la Lega, non ha minimamente a cuore l'interesse del Paese. Anzi, tutto sommato, se il paese va a rotoli e riesce a realizzare una “padanietta” sulle sue macerie è meglio. Ma le ragioni, invece, di questo sostegno sono chiare. Abbiamo vissuto in questi anni una crisi nella crisi, nel senso che c'è una crisi innegabile del debito pubblico italiano, ma su questa crisi si sono potuti inserire, in quantità straordinaria, speculatori proprio perché su questa si è innescata un'altra crisi e cioè la crisi dell'Euro e della mancanza di un governo dell'Euro. In pratica ci si è resi conto che una moneta che non è sorretta da una banca centrale vera e propria, cioè pronta a difendere la sua moneta, dove c'è, sì, un'unione monetaria ma manca un'unione politica, un'unione fiscale, un'unione economica, è davvero un progetto incompleto. Ecco, su questo tutto il Parlamento, tranne la Lega, ha dato un mandato chiaro a Monti perché in Europa faccia valere queste buone ragioni, di più Europa e non meno Europa, di un'Europa politica, di un'Europa che sappia anche, per esempio attraverso gli eurobond, trovare una coesione e difendere tutti insieme i propri interessi.
MESSORA - quello che io sul mio blog ho sempre contestato a Monti è quello di essere espressione di alcune organizzazioni private, come per esempio la Trilaterale, dove la sua mission specifica, in quanto relatore dell'area Europa, era quella di costruire l'Europa Unita; lui era proprio committed su questo punto. Quindi il punto è sempre stato: va bene, ma lo vogliamo decidere noi come cittadini se vogliamo costruire un'Europa unita o lo decidete voi in America e dopodiché ci mandate qualcuno a farlo? Però mi sembra che dopo il mandato esplicito del Parlamento italiano ieri, finalmente abbiamo perlomeno chiarito questo punto, cioè i cittadini italiani rappresentati dai partiti hanno espresso la loro volontà di costruire, di avviarsi su questo percorso stringente di piccole cessioni di sovranità nazionali, come le chiama lui stesso e come le chiama anche Mario Draghi.
DONADI – certo.
MESSORA - ma non ti sembra che su queste tematiche così importanti, che esulano dalla normale routine politica quotidiana, i popoli europei dovrebbero essere, forse, innanzitutto più informati e secondariamente chiamati ad esprimersi? Quando hanno cercato di farlo in Irlanda si sono inizialmente espressi per il no sul Trattato di Lisbona, poi sono stati costretti a rivotare e ad esprimersi per il sì. La Francia ha fatto un referendum e ha votato no sulla Costituzione Europea; alla Grecia non glielo hanno fatto fare. Noi invece, gli italiani su questo tema non ci sentono, cioè non si sono mai posti il problema e nessuno gli chiede di verificare. Tra l'altro Angelino Alfano ieri nel suo discorso ha fatto... Te lo voglio leggere, guarda, se mi dai quindici secondi.
DONADI - come no!
MESSORA - perché spiega bene, paradossalmente, quello che sto dicendo io. Dice “Presidente del Consiglio, se chiediamo a un nostro concittadino se per lui l'Europa ha un mercato, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che un mercato lo ha. Se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l'Europa ha una moneta, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che ha una moneta: l'Euro. Se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l'Europa ha un popolo, ed è un popolo, credo che qualunque nostro concittadino ci risponderebbe di no, che l'Europa non ha ancora un popolo. E' questo l'insegnamento di questo decennio, l'idea, cioè, che il mercato e la moneta non sono in grado di costruire un popolo, un sentimento che forse può aiutare a far sentire i cittadini europei partecipi di un comune destino, scrittori di una storia comune, e forse anche per questo quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i Parlamenti, i Trattati sono stati ratificati immediatamente. Ma quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i popoli europei con i referendum confermativi, l'Europa ha preso e ha subito gran dispiaceri”.
Cioè sta dicendo proprio questo, che i Parlamenti vanno in una certa direzione nella realizzazione dell'unificazione, ma quando sono i popoli ad esprimersi, vuoi perché non sono informati, vuoi perché la pensano diversamente e comunque prendono delle gran batoste anche i popoli perché poi devono tornare sui loro passi – non è così per la Francia, ché è stato diverso – allora poi gli orientamenti sono diametralmente opposti. Come mai questa dicotomia e come mai in Italia non riusciamo mai ad esprimerci su questi punti? O non c'è sensibilità o i partiti fanno un po' quello che vogliono senza chiedere?
DONADI - è un discorso davvero straordinariamente complesso e avremmo bisogno di tanto, tanto tempo per dare risposte all'altezza dell'importanza delle domande su tutti gli aspetti. Ma proviamo un attimo ad essere il più possibile sintetici. Innanzitutto sono temi di una tale complessità che a mio avviso è verissimo quello che dicevi tu prima, l'informazione data ai cittadini dovrebbe essere costantemente, non ora che c'è un'emergenza, ma dovrebbe essere costantemente molto più precisa, molto più puntuale, molto più costante e continuativa. Sull'ipotesi poi di chiamare i popoli attraverso referendum confermativi ad esprimersi sui vari passaggi della progressiva unificazione europea, credo che le esperienze che abbiamo avuto fino a qui ci dicano che non sempre questo esercizio è in grado poi, su una materia così poco conosciuta e dove è sentita anche a volte come distante, è facile spesso che l'opinione popolare si formi non intorno a una conoscenza corretta e approfondita ma venga strumentalizzata da logiche o di politica interna a quel paese in quel momento oppure a pulsioni che c'entrano poco con una razionale costruzione di un percorso di realizzazione di un soggetto economico e politico, oltre che monetario europeo. Quindi io credo che, in linea di massima, in una democrazia rappresentativa le forze politiche, i parlamenti debbano assumersi la responsabilità, però almeno quando non ci sono questioni assolutamente decisive e determinanti da mettere in gioco, allora è evidente che in quel caso non può che essere il popolo direttamente ad esprimersi. Però credo che questa sia l'essenza di una democrazia rappresentativa. Ci sono questioni che hanno intrinseca anche una complessità tecnica, che coinvolgono valutazioni che tengono conto di tanti aspetti, politici, economici, fiscali, di concorrenza sempre più difficile in un mondo globalizzato, e credo che il ruolo delle forze politiche come rappresentanti costituzionali dei cittadini debba essere anche questo. Poi c'è in Italia una cosa strana, per tanti anni gli italiani sono stati i più filoeuropei d'Europa, forse perché tentavano in questo modo di scappare da una politica nazionale che ritenevano assolutamente inadeguata e della quale non avevano grande stima, oggi però ci si è resi conto che l'Europa è una costruzione squilibrata, è una costruzione che sta in piedi... è un grande palazzo che sta in piedi su una gamba sola ed è la gamba monetaria, la gamba del mercato; manca tutto il resto senza il quale la costruzione, appena tira un po' di vento, anzi un vento forte, come in questo momento, rischia di non stare in piedi ed è quella comunione di obiettivi di fondo, economici, culturali, sociali, che poi non significa necessariamente... Io credo che ci siano passaggi ulteriori tra la creazione, a fianco di un mercato e di una moneta, anche di una politica comune, quindi di una governance, di uno strumento di governo più politico e unitario dell'Europa e quella vera e propria integrazione europea, la creazione di un popolo europeo che penso sarà un percorso lunghissimo e che probabilmente vedranno compiuto, se mai lo vedranno compiuto, i nostri figli piuttosto che noi.
MESSORA - anche perché abbiamo un handicap mostruoso, cioè non abbiamo una lingua comune.
DONADI - non abbiamo una lingua comune e soprattutto, o comunque non meno, abbiamo alle spalle le storie nazionali più lunghe del mondo. Quindi i paesi che hanno storie millenarie, lingue millenarie, culture millenarie, pensare che riescano a rinunciare a tutto questo per confonderlo in una vaga identità nazionale europea credo che non sarà cosa, probabilmente, neanche di questo secolo. Ma non serve arrivare a quello, si può mantenere le identità nazionali, ma creare un passo intermedio tra un semplice mercato comune e il popolo comune d'Europa, che è quello di un'Europa che mette insieme quelle piccole cessioni di sovranità che le consentono, anche nelle sue singole unità statuali, di essere però un competitore agguerrito e vincente nei mercati internazionali, altrimenti rischiamo tutti, noi europei, di diventare un po' il fanalino di coda del mondo.
MESSORA - io so che tu ti interessi molto, ti appassiona l'economia, no? Volevo chiederti se per caso hai avuto modo di informarti sul “fiscal compact” e ci puoi spiegare per sommi capi in che cosa consiste poi.
DONADI - non è niente di eccezionale. Di fatto è un impegno che tra l'altro nei suoi sommi capi già esisteva, già era stato assunto in passato a livello di decisione di capi di governo e che si può molto semplicisticamente, nel tempo che abbiamo a disposizione, riassumere nell'impegno di tutti i Paesi dell'Unione Europea a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio, della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e di sanzioni immediate e anche importanti e molto dolorose e incisive, per gli Stati che non la rispettano, in caso di deficit di bilancio o di mancato rispetto dei piani e dei tempi di rientro non del deficit ma del debito. Come sai il deficit è quello che si forma anno per anno, in un certo anno l'Italia spende più di quello che incassa dalle proprie entrate, che sono sostanzialmente quelle fiscali, quello è il deficit annuale; il debito è l'insieme dei vari deficit che ho accumulato nella storia del paese. Quindi l'Italia ha un duplice impegno da questo punto di vista: azzerare il deficit annuale e cominciare a ripagare un po' alla volta e quindi a ridurre il debito arretrato.
MESSORA - l'ultima domanda che ti faccio è relativa alla mozione che avete presentato proprio voi ieri come Italia dei Valori alla Camera, proprio sulle nuove politiche di Unione Europea. La vostra mozione, presentata proprio da te, iniziava così, ti leggo il paragrafetto: “La crisi sistemica iniziata il 7 luglio 2007 con la bolla dei mutui subprime, è stata indubbiamente generata anche dall'emissione massiccia di derivati, di prodotti finanziari ad alto rischio. Per il salvataggio degli istituti di credito dal 2008 ad oggi sono stati impegnati, a spese degli Stati, più di 6 mila miliardi di dollari. Il salvataggio degli istituti finanziari privati, senza che si riuscisse a mettere in funzione un sistema regolatorio più stringente, ha fornito loro un'enorme liquidità a spese degli Stati sovrani che sono massicciamente intervenuti con soldi pubblici. Rimpinguati dai flussi di denaro pubblico, stimolati da tassi di interesse quasi nulli, banche e fondi di investimenti hanno ripreso i loro affari come di consueto. Molti di loro hanno riposizionato i loro capitali trasferendoli dal mercato delle partecipazioni azionarie a quello dei titoli pubblici ritenuti più sicuri ma, essendo i tassi pagati dagli Stati molto bassi, si è pensato di operare un attacco speculativo sui debiti sovrani dei Paesi dell'Unione Europa ritenuti più deboli, obbligando questi ultimi ad alzare i loro tassi di interesse”. Cioè, se non ho capito male, voi dite: dopo la crisi, che era una crisi del debito privato, sostanzialmente, le banche e i fondi di investimento hanno pensato di riposizionarsi sul debito pubblico, ma i debiti pubblici rendevano poco, non erano molto convenienti, allora qualcuno ha pensato bene di lanciare una bolla speculativa in maniera tale da rendere i titoli di Stato più convenienti per poi farne incetta e fare guadagni lucrosi. E' così o l'interpretazione è diversa?
DONADI - è sostanzialmente così. Se mi dai un paio di minuti, il punto è questo. La crisi nasce nel 2007 perché dei mascalzoni, perché io non saprei come altro definirli, che hanno gestito per anni i mercati finanziari, soprattutto nel mondo anglosassone ma in particolare negli Stati Uniti, concedevano mutui per comprare la casa o mutui, anche per pagarsi le vacanze o comprarsi la macchina, sulla casa a gente che non aveva assolutamente la capacità di reddito per poter poi pagare questi mutui, confidando soltanto nel fatto che i prezzi delle case avrebbero continuato in eterno a salire e che quindi se anche il debitore non pagava poi si vendeva all'asta la casa e si recuperavano i soldi. Improvvisamente la bolla immobiliare, il prezzo degli immobili ha cominciato a scendere, decine di migliaia, centinaia di migliaia, alla fine milioni di americani, in particolare, non sono più stati in grado di pagare i mutui, quindi le case, una tale massa di case immediatamente messa su mercato non è stata più vendibile e così le banche che nel frattempo avevano avuto una bella trovata, cioè non di tenersi i mutui in casa e di rischiare loro...
MESSORA - ...ma di cartolarizzare e poi vendere...
DONADI - … ma di trasformare quei mutui in titoli di credito da vendere ai risparmiatori privati, hanno trasferito il rischio in giro per il mondo. Quindi improvvisamente nessuno sapeva più quali titoli erano buoni, quali non erano buoni e quante banche o quanti privati avevano questi titoli cosiddetti tossici. La conseguenza è stata che in pochi giorni, in poche ore, nessuno si fidava più di nessuno, nessuno prestava più i soldi a nessuno e le banche di mezzo mondo rischiavano di fallire. E' fallita in questo modo Lehman Brothers, ma molte altre altrettanto. Quindi alla fine gli Stati, per non far fallire l'intero sistema bancario, che significava far fallire l'economia mondiale, hanno dovuto loro cacciare soldi freschi per salvare le banche, con il risultato che le banche hanno continuato a fare più o meno i comodi loro esattamente come prima e che gli Stati si sono riempiti di debiti. A quel punto, siccome il mercato... diciamoci chiaramente, non c'è un uomo nero, non c'è una regia, non c'è un cattivo che se l'è presa con qualcuno, certo è che a quel punto i rendimenti erano bassissimi un po' dappertutto, le banche prestavano denaro a tassi bassissimi, i titoli del debito pubblico erano bassissimi, gli immobili erano crollati di valore, il mercato azionario era crollato di valore, sicuramente tanti milioni di operatori economici o grandi operatori finanziari, ma che poi a loro volta gestivano i soldi di milioni di lavoratori, i fondi pensione o altre cose hanno, da un lato per mancanza di fiducia, dall'altro lato sicuramente anche per trarne profitto, cominciato a guardare quali erano i debiti pubblici degli Stati che si erano molto esposti finanziariamente, meno sicuri, meno garantiti, e hanno cominciato a chiedere, per continuare a sopportare il rischio di comprare il debito pubblico di questi paesi, tassi di interesse via via più alti. E lì è cominciato il problema italiano. L'altra cosa che però vorrei dire, in dieci secondi, che era nella nostra mozione, infatti è passata con il voto del centrosinistra e del terzo polo, con il voto contrario del PDL e della Lega, che nella nostra mozione noi abbiamo detto chiaramente quella che in tutto il mondo è una verità assodata, cioè che l'Italia mai sarebbe finita nelle condizioni in cui si trova oggi se le misure che sono state prese negli ultimi sei mesi, in modo assolutamente tardivo, fossero state prese due anni fa invece di continuare scioccamente e irresponsabilmente a dire che la crisi non c'era e che l'Italia stava meglio degli altri paesi. Quindi c'è un'enorme storica responsabilità del governo Berlusconi e davvero chi si è macchiato di questa colpa prima o poi dovrà risponderne davanti alla storia per il danno che ha arrecato al paese.
MESSORA - ma che c'è una responsabilità politica è indubbio ed è altrettanto indubbio che se l'Italia avesse pesato di più politicamente a livello europeo la decisione dell'EBA di valutare le capitalizzazioni delle banche sulla base della valutazione dei titoli sul mercato secondario, anziché sulla valutazione nominale dei titoli di debiti sovrani, non sarebbe mai stata presa. Perché questo favorisce la Germania e tutti i forti e sfavorisce quelli che purtroppo invece dovrebbero essere aiutati, come l'Italia, la Grecia, la Spagna.
DONADI - non c'è dubbio.
MESSORA - era una delle cose che chiedeva la Lega anche nella sua mozione, che ieri invece è stata respinta in toto. Però prima di lasciarti, non ti vorrei far svicolare così su questa frase, perché proprio questa frasettina qui me la spieghi un po' meglio. “Ma essendo i tassi pagati dagli Stati molto bassi, si è pensato di operare un attacco speculativo sui debiti sovrani, su quelli più deboli”.
DONADI - sì. Mi rendo conto che la frase scritta così può far pensare a un dolo, in realtà non è così. In realtà il concetto è chiarissimo. A quel punto, per capirci, soltanto in Europa, negli ultimi due anni, per salvare le banche e i mercati finanziari gli Stati hanno creato circa 600 miliardi di euro di debito pubblico in più, quindi 600 miliardi che Italia, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra ogni anno dovevano trasformare in BOT, in BTP, in CCT da vendere al pubblico. Con un'offerta di titoli del debito pubblico di vari paesi così enorme come mai c'era stata prima nella storia mondiale, a quel punto i mercati hanno cominciato a dirsi “ma è il caso di mettere indistintamente i soldi in tutti questi debiti pubblici a tassi così bassi o c'è qualcuno che potrebbe anche rischiare un giorno di non ripagarci i soldi?”. Si è andati ad approfondire questo e c'erano alcuni paesi, Grecia per primo ma purtroppo l'Italia subito dopo, che queste garanzie, questa tranquillità non la davano, quindi semplicemente non con una strategia ma con calcolo di rischio e di rapporto rischi-vantaggi, i mercati hanno cominciato a presentare ai paesi più deboli un conto più salato.
MESSORA - che si traduce...
DONADI - sicuramente è stato anche uno strumento per guadagnare. Ma il guadagno non è semplicemente il frutto di una specie di truffa ma è il frutto di un calcolo. che fino a quel momento non erano emerse le condizioni per farlo, sul rischio legato al rinnovo del debito pubblico italiano, alla fine, di non veder ripagati i soldi.
MESSORA - si traduce nella vendita massiccia di titoli di Stato italiani sul mercato secondario che fa lievitare i prezzi degli interessi, sostanzialmente.
DONADI - esattamente.
MESSORA - senti, un'ultima cosa. Lì alla Camera Mario Monti lo hai incrociato qualche volta? Ci hai parlato?
DONADI - l'ho incrociato diverse volte, ci ho scambiato un paio di battute ma molto molto rapide su questioni tecniche e operative legate ai vari voti che abbiamo avuto in queste settimane.
MESSORA - posso chiederti che impressione ti ha fatto?
DONADI - sicuramente di una persona di grandissima competenza, di grandissima levatura. Devo dire che non solo lui ma un po' tutto questo governo mi trasmette un solo limite, quello di essere depositari di una straordinaria scienza nei loro vari campi di esperienza, ma di avere poca consapevolezza delle vite vissute, reali, di milioni di italiani. Cioè vivono, come forse è tipico dei professori universitari, le loro idee più come teorie da sperimentare che non come scelte che poi ognuna incide sul futuro, sul destino, sulla vita di singole persone, di loro speranze, aspettative, di sacrifici magari di una vita. Ecco, tendono forse a passare un po' troppo sopra questa umanità, forse anche un po' talora disordinata, caotica nell'esprimere le sue istanze, ma che alla fine è la vera Italia, la vera gente che ha non solo un bisogno ma anche un diritto di essere governata con rispetto.
MESSORA - secondo l'Italia dei Valori quando sarà il momento di tornare alle urne e restituire la parola finalmente al popolo sovrano?
DONADI - noi lo abbiamo sempre detto, abbiamo votato la fiducia perché questo governo nascesse, perché eravamo e siamo ancora oggi convinti che se restava Berlusconi per l'Italia era una tragedia. Oggi abbiamo una diversa credibilità e anche l'apprezzamento internazionale e anche l'apprezzamento dei marcati sono una conferma di questo. Crediamo però che questo governo, conclusa la fase delle riforme strutturali ed emergenziali, cioè di quello che serviva le precise richieste dell'Europa sui punti principali, gran parte dei quali sono già stati realizzati, per riportare credibilità al paese, poi debba cedere la parola alle urne e alla democrazia. Perché se dovesse passare il concetto che questo governo deve riformare tutti i nodi irrisolti del paese, non solo dovremmo farlo andare a fine legislatura ma dovremmo anche cambiare la Costituzione e dire che per i prossimi dieci anni non si vota, perché forse dieci anni gli basterebbero appena appena.
MESSORA - un ultimissimo flash. Credi che dopo le liberalizzazioni sui taxi, sulle farmacie, i tagli alle pensioni, eccetera, nei confronti di banche e assicurazioni questo governo abbia fatto qualche cosa di significativo?
DONADI - no, di significativo praticamente nulla. Questa è la nostra grande critica mossa da parte di un partito che nelle liberalizzazioni ci crede. Perché questo è un paese eccessivamente corporativo, sembra sotto alcuni aspetti di essere ancora fermi all'Italia rinascimentale delle arti e dei mestieri. Tutto in Italia è corporazione, lobby, difesa di interessi particolari. Il problema è che se immaginiamo l'Italia come un grande Titanic che ha urtato lo scoglio...
MESSORA - o come un Concordia forse...
DONADI - non è che se i passeggeri di un ponte riescono, che ne so, ad accaparrarsi un vantaggio alla fine si trovano da un'altra parte. Siamo tutti nel Titanic. Allora o ci salviamo tutti tappando la falla e rimettendo la nave in condizioni di navigare, oppure non è che la lotta degli uni contro gli altri, l'affermare interessi particolari degli uni contro gli altri ci porta da qualche parte. Purtroppo però si sta un po' vendendo il fumo al posto dell'arrosto, nel senso che siamo arrivati alla situazione paradossale che pare che la tragedia di questo paese siano i tassisti. Addirittura ho visto un articolo qualche giorno fa sul Corriere della Sera che diceva che dalla liberalizzazione dei tassisti ogni famiglia italiana risparmierà in media cento euro l'anno. Io credo che il 95% delle famiglie italiane il taxi manco lo veda, quindi figuriamoci da lì a risparmiare cento euro a famiglia. Il punto è che i nodi veri sono quelli dove ci sono i grandi interessi economici: concessioni autostradali, banche, assicurazioni, mercato dell'energia, del gas. Ecco, si è fatto qualcosa di significativo sul mercato del gas ma non basta. Ci sono ancora tante, troppe cose che potevano essere affrontate da subito e che non lo sono. Noi nei prossimi giorni cercheremo con i nostri emendamenti di migliorare il decreto, ma se ti devo dire la verità vedo aria da parte di molti gruppi parlamentari, non di migliorare il decreto nel senso di aumentare le liberalizzazioni, ma di attuare la riscossa delle varie corporazioni e di togliere anche quel po' di liberalizzazioni che ci sono.
MESSORA - quindi è il governo dei poteri forti?
DONADI - è un governo che risponde a troppi interessi. È un governo che risponde, purtroppo ma necessariamente, agli interessi del PDL e di Berlusconi che gli garantisce la maggioranza e questo ricatto si vede ogni giorno, basti pensare che anche sul beauty contest dell'assegnazione delle frequenze sul digitale il governo ha dovuto adottare una mezza misura, che è quella di congelare per alcuni mesi il beauty contest, si sarebbe invece dovuto e potuto fare immediatamente la gara, l'asta. È un governo che ha dovuto cedere alle pressioni del PDL in materia di giustizia, sicché tante norme che il Ministro della giustizia rispetto alla mozione da noi presentata ci disse addirittura in aula “caspita, questa mozione è un programma di governo. La condivido dalla prima all'ultima riga”, eppure poi ha dovuto dare parere negativo dietro minaccia del PDL di ritirare la fiducia. Quindi è un governo che prima di tutto è sottoposto a ricatto quotidiano del PDL, poi è un governo che sicuramente ha tanti – qualcuno direbbe troppi – interessi e relazioni con il mondo della grande economia, della grande finanza.
MESSORA - grazie.
DONADI - grazie a te e ciao a tutti gli amici del blog.
Trascrizione dell'intervista telefonica a cura di Maria Laura Borruso
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Pari sono
- 28/01/2012 13:56
Mentre l'italietta delle sottili analisi linguistiche è impegnata a valutare se rimuovere la pagliuzza dall'occhio di Michel Martone, e mentre si sprecano grandi energie investigative per scoprire tutti i segreti del suo cv, le travi oscillano paurosamente sulle nostre teste. Non siate superficiali e non scambiatemi per un anti-europeista. Io sono solo uno dei tanti cittadini presi in giro dalla leggenda delle grandi democrazie liberali. Sono solo uno stanco di ascoltare favole e in ognuna delle tante sere ormai piovose mi metto intorno al fuoco della rete per raccontarvi un'altra storia: quella delle oligarchie che lasciano il popolo ad azzuffarsi sull'opportunità o meno di avere il pane anche la domenica, ma sulle cose da grandi decidono loro. In silenzio.
Intendiamoci: può anche starvi bene così. Può essere che la responsabilità di decidere quello che un giorno i libri di storia scriveranno, se dopo di noi resterà ancora una storia, sia un peso eccessivo che non volete sopportare. Può essere che la tentazione di lasciare ad altri il compito di scegliere al vostro posto, con tutto il peso e la fatica che questo comporta, sia tutto sommato irresistibile. Può anche darsi che in fondo sia legittimo decidere che non siamo tartarughe e che non possiamo reggere il peso del mondo sulle nostre spalle. Ma allora lo dobbiamo dire forte e chiaro. Basta non prendersi in giro. Una democrazia come quella in cui viviamo è forse un passo avanti rispetto alle forme di governo nelle quali è negato perfino il diritto di parola, ma volendo grattare via un po' di vernice dalla carrozzeria potremmo anche domandarci a cosa serve avere il diritto di parlare se a fargli da contraltare poi non esiste anche un diritto ad ascoltarle, queste parole. Perché di parole siamo sommersi, comprese le mie, ma quelle che possono essere ascoltate lo decidono i giornali, le radio e soprattutto le televisioni. E sono sempre le stesse.
Ma potremmo anche domandarci quante differenze reali ci siano fra il periodo delle aristocrazie nobiliari e quello delle élite affaristico-intellettuali che decidono di cambiare un governo in due giorni e non solo hanno il potere di farlo, ma anche quello di convincere il contadino che lo hanno fatto per il suo bene. Credete forse che al tempo dei faraoni si vivesse in un'era fatta di soprusi quotidiani, dove la vita valeva sempre e comunque meno di zero? Sbagliate: nell'antico Egitto gli schiavi che lavoravano alle piramidi avevano garanzie, protezioni e diritti che rivendicavano in maniera organizzata. Forse non avevano molte altre scelte rispetto al loro ruolo sociale se non costruire piramidi, è vero. Ma perché, scusate: oggi un operaio della Fiat, al quale Marchionne sta togliendo perfino il diritto di contrattare condizioni di lavoro meno sfavorevoli, cosa può fare se non andare in fabbrica e sperare di non perdere il lavoro? E andate a dirlo a tutti i giovani e gli anziani morti sotto le presse, nelle cisterne, negli incendi, in quelle che chiamano morti bianche e che ogni anno presentano un conto da guerra civile: chiedetelo a loro quali alternative avevano rispetto all'accettazione supina di condizioni di sicurezza precarie. Oltre il 90% dei cittadini di una "grande democrazia liberale", compresi quelli che vivono nel "grande sogno americano" dove chiunque può diventare milionario, non hanno alcuna chance di abbandonare la loro classe sociale: nasci operaio e ci muori; nasci contadino e ci muori, con una precisione da orologio svizzero. Puoi anche provare a fare l'avvocato, se vuoi, ma le probabilità di farlo con un certo grado di successo anziché soccombere di fronte agli studi professionali di tutti i Martone d'Italia, continuando a fare lo schiavo in un settore diverso, sono estremamente basse.
Credete che la guerra in Iraq e in Afghanistan l'abbiano decisa forse i cittadini americani? Pensate forse che abbiano esplicitamente votato, per andare ad esportare la democrazia in tutto il mondo? O pensate invece che possano essere stati indotti ad accettare l'inevitabilità di una sceltra politicamente trasversale, indipendente dal risultato elettorale e quindi fuori da ogni garanzia di controllo democratico? Allo stesso modo, chi di voi crede realmente di avere mai votato per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, a fronte di un dibattito pubblico approfondito che ne illustra vantaggi e svantaggi, mettendo in grado un popolo di scegliere se cedere o meno la propria sovranità nazionale?
No, non l'avete scelto. Lo sapete bene. Siete talmente poco "informati" che credete perfino che "informarsi" non valga la pena, che la costruzione di organismi indipendenti da tutto e da tutti come il MES, così come la nascita di un apparato militare unico o della Forza di Gendarmeria Europea o l'introduzione di una sostanziale licenza di uccidere durante le sommosse, contenuta nel Trattato di Lisbona votato segretamente a Ferragosto 2008, siano temi poco interessanti, quisquilie, o viceversa temi troppo complessi, da demandare a chi ne sa di più.
Ecco: nel momento esatto in cui pensate di non capirne abbastanza per rivendicare il vostro diritto ad essere informati, nel momento preciso in cui nella vostra testa prende forma il fatidico pensiero: "Ma sì, se lo dicono loro, in fin dei conti, sarà una cosa buona. Lasciamoli fare, che ne sanno di più...". Ecco, in quel momento lì la vostra grande democrazia liberale e una qualsiasi altra organizzazione sociale dall'antico Egitto fino all'ottocento, più o meno, pari sono.
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Eccovi gli Stati Uniti d'Europa
- 27/01/2012 15:54Mario Monti è lì per costruire l’Europa unita. Politicamente unita, sfruttando le condizioni propizie per la cessione della nostra sovranità. La persegue lui, la persegue Draghi, la persegue la Merkel, Papademos, la perseguono tutti tranne i popoli, che ogni volta cui è stato concesso di esprimersi sul tema hanno bocciato il progetto. Un referendum in Irlanda ha bocciato il Trattato di Lisbona. I referendum francesi e olandesi hanno bocciato la nuova Costituzione Europea. Ogni volta che questo accade, la UE trova un modo nuovo per aggirare la volontà popolare. La Costituzione Europea, gettata dalla finestra, è rientrata dalla porta dentro al Trattato di Lisbona. L’Irlanda è stata costretta a ripetere il referendum e a votare sì. In Grecia, il referendum sull’austerity è stato impedito dalle banche prima ancora di riuscire ad essere indetto. Come dice Nigel Farage: l’Europa conosce solo due risposte possibili alle consultazioni popolari: “Sì” e “Sì, per favore!”.
In Italia un referendum sulla questione è tabù. Nessuno lo chiede. Nessuno lo concede. Il Trattato di Lisbona è stato ratificato dal Parlamento a Ferragosto del 2008, quando la gente era ebbra di vino. Una questione di mera precauzione, quasi inutile. Se lo avessero ratificato in qualsiasi altro giorno sarebbe stato lo stesso: i media avrebbero parlato della Champions o degli acquisti di Natale in forte calo.
Mercoledì scorso, nel silenzio generale, il Parlamento italiano all’unisono ha conferito a Mario Monti il mandato ufficiale di costruire Gli Stati Uniti d’Europa. Un passaggio di consegne dopo le dimissioni del professore dalla Commissione Trilaterale, che lo impegnava allo stesso obiettivo. Nessuno vi ha chiesto niente. Siamo una democrazia rappresentativa, è vero, ma sulle questioni di grande interesse – e questa non può che esserlo – una vera democrazia consulta il popolo. Noi invece siamo considerati incapaci di comprendere. Forse per questo nessun dibattito pubblico è stato alimentato sul tema. Meglio Schettino e i plastici della Concordia.
Le mozioni presentate sono state approvate tutte, tranne quella della Lega Nord. Tutte hanno impegnato il governo a rafforzare i trattati europei e a costruire una unione fiscale, economica e in molti casi anche politica. Ora non possiamo più dire che Monti persegua i suoi obiettivi. Persegue quelli del Parlamento, cioè i vostri. Siete stati unificati a vostra insaputa. Forse è una cosa buona, dopo tutto. Da oggi potrete chiedere due etti di bologna a un salumiere di Berlino senza essere guardati male.
La mozione della Lega chiedeva al Governo di costringere l’EBA, l’autorità bancaria europea, a tornare sui suoi passi per quanto riguarda le norme sulla capitalizzazione che rende povere le nostre banche, con evidenti ricadute sulla nostra economia, e ricche quelle tedesche. Spiego bene cosa significa nel video. Una proposta che ha rimediato 53 sì e 400 no. Al Parlamento italiano non interessa se Unicredit è costretta alla ricapitalizzazione, finendo per addebitala sui nostri conti correnti. Del resto decide il PDL, il partito che era al governo quando l’EBA, nell’assenza totale dell’Italia da ogni tavolo di lavoro, prendeva questa decisione assolutamente iniqua.
Ma è proprio Angelino Alfano, a sorpresa, che dopo avere parlato del “Grande sogno degli Stati Uniti d'Europa”, conferma che questo loro sogno per il popolo si è sempre rivelato un incubo.
“ Presidente del Consiglio, se chiediamo a un nostro concittadino se per lui l’Europa ha un mercato, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che un mercato lo ha; se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l’Europa ha una moneta, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che ha una moneta, l’Euro; se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l’Europa ha un popolo ed è un popolo, credo che qualunque nostro concittadino ci risponderebbe di no, che l’Europa non ha ancora un popolo. È questo l’insegnamento di questo decennio, l’idea, cioè, che il mercato e la moneta non sono in grado di costruire un popolo. […] E forse anche per questo, quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i Parlamenti, i Trattati sono stati ratificati immediatamente, ma quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i popoli europei con i referendum confermativi l’Europa ha preso e ha subito gran dispiaceri ”.
E subito dopo chiede “la rapida entrata in funzione dell'European stability mechanism (Esm)”, in italiano il MES , “migliorato quanto a modalità di azione e a quantità di risorse”. Come se 125 miliardi di euro da sganciare sull’unghia per gli italiani non fossero già abbastanza, e come se la totale impunità e inviolabilità delle sue sedi e dei documenti personali dei suoi governatori (tra cui Mario Monti) fossero garanzie ancora troppo deboli.
L’Italia dei Valori, viceversa, prima di impegnare il Governo a “un rafforzamento delle politiche di coesione europea con misure e provvedimenti che delineino una vera unione politica del continente”, ci spiega che la crisi iniziata il 7 luglio 2007 con il crollo dei mutui subprime era sostanzialmente una crisi del debito privato, e che dopo l’iniezione di liquidità per oltre 6 mila miliardi di cui hanno beneficiato le banche (ma Bloomberg ha svelato recentemente che solo la FED, di nascosto, ha pompato più di 7700 miliardi di dollari a tutte le istituzioni bancarie americane), queste ultime hanno deciso di reinvestire nei debiti sovrani, che erano più sicuri. “Ma”, aggiunge la mozione presentata da Massimo Donadi, “essendo i tassi pagati dagli Stati molto bassi, si è pensato di operare un attacco speculativo sui debiti sovrani dei Paesi dell'Unione europea ritenuti più deboli, obbligando questi ultimi ad alzare i loro tassi di interesse”.
Erano i tempi del colpo di spread e del "Fate presto!" del Sole 24 Ore. I tempi della fulminea ascesa di Mario Monti. Quelli in cui tutti erano d'accordo che non c'era il tempo di restituire la parola agli elettori. I tempi in cui la crisi indotta rendeva il momento propizio per proseguire nella cessione di parti di sovranità nazionali.
Da 48 ore, in ogni caso, l’Italia ha impegnato il suo presidente del Consiglio a perseguire il “Grande sogno degli Stati Uniti d’Europa”. Ma per non “dare subito gran dispiaceri” alla UE, direbbe Alfano, a voi non è stato detto niente.
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Storie di ordinaria eversione
- 27/01/2012 11:36
" Berlusconi «non è stato furbo e non ha chiesto neanche una buonuscita dopo che ha lasciato il governo» rispondendo a una domanda sul processo Mills in corso a Milano. " [Corriere della Sera]
Lo ha detto Umberto Bossi, dopo avere anche dato al suo alleato (ma anche nemico) storico della "mezza cartuccia". Altro che schettinismo: questa è l'Italia reale, dopo che per anni abbiamo alzato l'asticella della tolleranza fino a farla saltare del tutto. Si dicono con estremo candore cose che rappresentano vere e proprie formulazioni di attività eversive. E che ci fosse un giornalista che glielo contesta!
Cosa avrebbe dovuto fare, le mezza cartuccia, secondo Bossi? Avrebbe dovuto pretendere lo stralcio del caso Mills in cambio dell'abbandono di Palazzo Chigi? E a chi avrebbe dovuto chiederlo, di grazia? Al Parlamento? Al Capo dello Stato? Agli alieni? No, perché in questo paese sudamericano (e non intendo la parte più civile del sudamerica), potrei anche sbagliarmi, ma mi risulta che viga la separazione tra i poteri. In che modo il potere giudiziario potrebbe essere indotto a stralciare un procedimento, se non condizionando dall'interno i suoi membri con un'azione di stampo meramente piduistico?
O forse Bossi intendeva dire che Berlusconi avrebbe dovuto farsi una ennesima legge ad-personam, l'ennesima incostituzionale che la Consulta, con aggravio di spese a carico del contribuente e dopo un anno e mezzo di trafila, avrebbe annullato (non dopo la consueta firma da parte di Napolitano, il distributore automatico di senatori a vita)?
Mi si obietterà che il soggetto è lo stesso del dito medio, delle bandiere bruciate, della Padania di Tolkien, delle ampolle, dei dodici sbadigli mentre il Governo tenta di evitare la crisi etc. etc... Infatti non ce l'ho con lui, ma con tutti gli altri che gli consentono di proferire codeste aberrazioni senza obiettare nulla, e lo sbattono pure in prima pagina come se fosse un discorso di Degasperi.
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FA IMPRESSIONE...
- 25/01/2012 18:24...vedere che nella classifica della libertà di stampa 2011-2012 di Reporter Senza Frontiere veniamo 61', dopo la Guyana. Con la motivazione che "non siamo riusciti ad affrontare la questione delle violazioni delle libertà dei media, soprattutto a causa della mancanza della volontà politica".
Leggi la classifica
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Come si previene un terremoto
- 25/01/2012 13:11
I governi vanno, i governi vengono, così come le cose degli uomini. La Terra invece resta. E con lei il suo respiro, che a volte percepiamo come un pericolo mortale. Le chiamiamo catastrofi naturali, ma niente è più ordinario di un cataclisma. E' solo questione di tempo. La domanda giusta è: come convivere con la natura, ricordandosi di esserne parte e non i padroni?
Il 6 aprile 2009 ero a L'Aquila. Girai un servizio: L'Aquila rasa al suolo. Fu l'inizio di un lungo cammino che mi portò a incrociare la strada di Giampaolo Giuliani, un ricercatore indipendente che studiava il modo di prevedere i terremoti. Ne era convinto lui ma ne era convinto anche il sindaco Cialente, che gli aveva affidato il monitoraggio delle scuole. Ne erano convinti anche i vigili e le istituzioni, che tutti i giorni controllavano i grafici del radon sul sito web di Giuliani. Per questo alcune strutture furono evacuate prima della mezzanotte, il 5 aprile.
E potevano convincersene anche gli italiani, se quell'intervista che la Rai aveva ricevuto sette giorni prima, nella quale Giuliani diceva che le sue strumentazioni indicavano possibili forti eventi sismici in arrivo, fosse stata trasmessa. Ma al TG1 delle 20 quel servizio non arrivò mai: sulla via del ritorno, la troupe che aveva girato il materiale ricevette una telefonata, anzi due. Quella roba non doveva passare. Nello stesso momento, la Commissione Grandi Rischi si riuniva a L'Aquila per valutare i pericoli che la popolazione correva. Uscì un comunicato: diceva che siccome i terremoti non si possono prevedere, non c'era nessun rischio. La gente venne tranquillizzata, perché si fidava dei grandi esperti e della protezione civile, e non si preparò al peggio. Mancavano 7 giorni al sisma che avrebbe ucciso 300 persone. Se quell'intervista fosse fosse stata trasmessa, forse molti di loro si sarebbero salvati.
Venni in possesso della cassetta e ne pubblicai il contenuto, insieme alla testimonianza di un operatore Rai. Quella denuncia oggi fa parte degli atti d'accusa della Procura dell'Aquila contro Guido Bertolaso, l'uomo che non sembrava interessato a comprendere a fondo i reali rischi che correva la popolazione aquilana, ma solo a "tranquillizzare la gente". Questa la sua telefonata all'assessore regionale Daniela Stati, la sera prima della fatidica riunione della Commissione Grandi Rischi.
" Bisogna zittire qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni. Ti mando i luminari del terremoto, da te o in prefettura, decidete voi.. a me non me ne frega niente…in modo che è più un’operazione mediatica. Così loro, che sono i massimi esperti di terremoto, diranno: è una situazione normale."
" Facciamo questa riunione che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente... E invece di parlare io e te, facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia. "
Contro Giuliani, reo di avere sollevato dubbi e perplessità con le sue ricerche, si scatenò l'inferno. Le televisioni locali e le radio ricevettero l'istruzione di metterlo a tacere. Neppure dopo il terremoto, quando fu evidente che la Commissione aveva avuto torto e lui ragione, si costruì un dibattito sulla questione della prevedibilità dei terremoti e dei suoi studi. Io fui l'unico a difendere il diritto dei cittadini ad essere informati. Un blogger che doveva sopperire alle carenze del servizio pubblico, pensate un po'. Ma era l'era Berlusconi: ciò che non passava per le televisioni non esisteva, mentre ciò che veniva trasmesso, perfino se inventato, era reale.
Oggi la Commissione Grandi Rischi è rinviata a processo e Guido Bertolaso è indagato per omicidio colposo. Giuliani è stato prosciolto dall'accusa costruita ad arte di procurato allarme, con una sentenza che viceversa riconosce la correlazione tra i suoi studi e la prevedibilità dei terremoti. Avevamo ragione noi. Anche se Cristiano D., l'operatore che aveva partecipato alla realizzazione dell'intervista a Giuliani, sette giorni prima del sisma, e che me ne aveva reso testimonianza, per quel gesto eroico ha perduto il lavoro. Un cittadino come lui, disponibile a mettersi in gioco pur di contribuire ad accertare la verità, dovrebbe ricevere una medaglia, non restare disoccupato. Se aveste un lavoro per lui, mettetevi pure in contatto con me.
Per sopperire alla carenza di informazioni, oltre ad un assiduo lavoro durato un anno che trascorsi sul campo, realizzai un doppio dvd. Il titolo, "Internet for Giuliani", non deve trarre in inganno. Era nato dall'esigenza di rispondere alle richieste della gente che aveva il diritto saperne di più, ma non era di parte né fazioso. Non avrebbe potuto, perché fu il primo esperimento di realizzazione di un documentario dal basso. Chi poteva, contribuiva alla produzione con quello che aveva. Anche un euro andava bene. I loro nomi scorrono in fondo al secondo dvd, prima dei titoli di coda. Per chi, come me, crede in una rete fatta di persone, è commovente.
Ma non poteva essere un contributo di parte, avrebbe dovuto mostrare lo stato dell'arte, i punti di forza e quanto ancora andava migliorato. Così non solo realizzai un doppio dvd equilibrato, coinvolgendo anche l'INGV, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ma fui l'unico a portare il direttore della sezione Sismologia e Tettonofisica a L'Aquila, direttamente nei laboratori di Giuliani, per un confronto diretto. Non lo poteva fare la Rai? No, stando al corso delle indagini forse "non lo doveva" fare.
Oggi ci sono stati violenti terremoti nel nord Italia. La prima prevenzione si fa costruendo edifici e abitazioni in sintonia con gli umori della natura. Ma si può fare di più. Per esempio facendo in modo che le ricerche di Giuliani possano essere oggetto di discussione pubblica. Per chi vuole informarsi sulla prevedibilità dei terremoti, può ancora ricevere il doppio Dvd, con 4 ore di contenuti e l'inchiesta speciale agli atti della Procura dell'Aquila, inviando un contributo spese di 12,50€, spedizione inclusa. Ne restano solo 100. Quando saranno finiti, non sarà più possibile averlo.
I ricavi (minimi) contribuiranno a sostenere le spese di gestione del blog, che sono sempre tremendamente superiori alle mie possibilità.
- se vuoi essere fra gli ultimi cento, clicca qui: Ricevi il doppio DVD
- oppure scrivi una email a ordini@byoblu.com.
- ecco l'elenco di chi l'ha già avuto prima di te: Il Popolo di Internet for Giuliani
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E Monti sparisce dal sito web della Trilaterale
- 24/01/2012 16:22
Dopo due o tre giorni dalla pubblicazione del post "L'interrogazione UE contro Mario Monti sul Bilderberg e sulla Trilaterale", che si chiudeva con la richiesta di certificare le dimissioni di Mario Monti dai ruoli direttivi ricoperti nella Commissione Trilaterale e nel Gruppo Bilderberg (visto che nei rispettivi siti web risultava ancora in carica) il Presidente del Consiglio italiano sparisce dalla pagina web della sezione Europea della Trilaterale, così come dall'elenco ufficiale dei suoi membri. Del resto, la sua permanenza come chairman europeo nonostante il ruolo di guida del nostro Governo non era permessa dallo Statuto dell'organizzazione di Rockefeller, che vieta formalmente la qualità di membro a chi esercita funzioni nell'amministrazione della cosa pubblica, come ricordato da questo blog che ha pubblicato gli atti UE.
Una coincidenza? Può essere, ma onestamente non credo. Direi un primo risultato raggiunto, anche se largamente insufficiente, perché è chiaro che una lunga e totale identità di vedute, così come l'appartenenza al cerchio magico di una ristretta élite mondiale di affaristi e banchieri, non si cancellano con il tasto delete sui caratteri di un display. In ogni caso ogni rivendicazione passa, senza per questo esaurirsi, anche per le questioni di forma. Ne prendo atto, anche se dovrebbero sostituire il responsabile del sito web, che rimuove Mario Monti dalla pagina della sezione Europea ma lo lascia in bella mostra sulla homepage (perlomeno fino alle 15 di oggi), insieme ai suoi due ex colleghi pari grado. Se questo è il modo in cui lavorano, debbo confessarvi che mi sento più tranquillo... (ndr: poche ore dopo la pubblicazione di questo post, la foto di Monti immortalata qui sotto è stata rimossa)
Sul sito ufficiale del Gruppo Bilderberg, invece, il professore della Bocconi risulta ancora nella Steering Committee, il comitato direttivo, che ha come Member Advisory Group ancora una volta David Rockefeller. Poi se parli di conflitto di interessi ti guardano male. Siccome con ansa del 24 novembre scorso Monti aveva dichiarato di essersi dimesso, se non disturbiamo troppo saremmo felici di vedere il suo nome espunto anche da quell'elenco, che per un presidente del Consiglio non è opportuno.
A titolo di curiosità, in realtà nell'elenco dei membri della Trilaterale Mario Monti risulta ancora, ma in una speciale sezione onoraria intitolata "Former Members in Public Service" (ex membri ora passati al servizio pubblico). Vediamo chi sono i suoi fortunati colleghi. Abbiamo Grete Faremo, Ministro della Giustizia norvegese, Lord Green, Ministro per il Commercio e per gli Investimenti britannico, Toomas Hendrik Ilves, Presidente della Repubblica dell'Estonia, Francis Maude, Ministro di Gabinetto e della Ragioneria Generale britannico e ovviamente Lucas Papademos, il nuovo Capo del Governo Greco salito al potere dopo il doppio ribaltone Roma/Atene, del novembre scorso. Niente male davvero: una squadra vincente.
Insomma, il vivaio della Trilaterale è un po' come il Brasile per i calciatori: vi si formano campioni che poi finiscono in nazionale e vincono i mondiali. Se almeno avessero la maglietta della loro squadra addosso, tutto sarebbe un po' più chiaro.
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Sei stato liberalizzato
- 24/01/2012 14:00
Si possono liberalizzare le licenze dei taxi o delle farmacie. Si possono liberalizzare gli orari degli esercizi commerciali. Si può liberalizzare la scelta dei fornitori di carburanti da parte dei gestori delle pompe di benzina e si possono vendere immobili e proprietà comuni. Ma ha senso liberalizzare i servizi più delicati ed essenziali, quelli che incidono profondamente sull'equilibrio instabile dove oscillano, in stato di perenne precarietà, i nostri pochi diritti? Non ci sono settori i quali, rappresentando intrinsecamente l'identità stessa del concetto di Stato, dovrebbero uscire dalle logiche di mercato ed essere esclusivo appannaggio della scienza che governa i rapporti tra i diritti individuali e collettivi, e che si fa garante del loro rispetto? E' giusto privatizzare le carceri? Si potrebbe mai pensare di liberalizzare le Forze dell'Ordine? Si potrebbe mai liberalizzare un intero potere dello Stato, che so: la magistratura? In fondo, secondo un certo pensiero, sono tutte voci di costo che meglio potrebbero essere gestite da un privato.
E poi: perché "meglio"? Per quale motivo, se la gestione di una funzione pubblica costa "x", il suo affido a una società privata dovrebbe farla costare "x-n", considerato inoltre che per comprendere la reale entità del "taglio" è necessario sommare alla differenza tra il vecchio e il nuovo costo (n) anche i guadagni del nuovo gestore?
Nel migliore dei mondi possibili, questo risparmio deriva esclusivamente da una migliore efficienza gestionale. Ma allora non converrebbe ad uno Stato assumere direttamente i manager e incamerare i guadagni generati, destinandoli ad abbassare la pressione fiscale anziché perdere il controllo e regalare risorse al settore privato?
Nella peggiore delle ipotesi, invece, i risparmi deriverebbero dalla derubricazione dei diritti umani a righe di bilancio su cui operare tagli selvaggi fino al raggiungimento della soglia minima di sopravvivenza, sotto la quale il prodotto deperisce. E' storia sempre attuale e recente, purtroppo: abbiamo parlato solo qualche giorno fa della casa di riposo che maltrattava i suoi ospiti anziani e malati, avendo usufruito di 200 mila euro di fondi pubblici, ma casi tristemente analoghi sono all'ordine del giorno. L'intervento del privato ha largamente dimostrato che quando anche gli stessi diritti umani dipendono dalla logica del massimo profitto, allora gli uomini possono facilmente diventare merce e finire per essere considerati con gli stessi criteri che i gestori degli allevamenti intensivi criminalmente adottano nei confronti dei loro capi di bestiame.
Di questi tempi si cerca di far apparire il settore pubblico come il male assoluto e quello privato come il toccasana. Eppure è sul concetto di bene pubblico che si è sviluppata, fiorendo, la nostra civiltà. Il neoliberismo fondava i suoi teoremi sullo sviluppo esponenziale conosciuto in epoche recenti dagli Stati Uniti, ma non ha mai tenuto in considerazione le diseguaglianze sociali che ha prodotto, con intere classi di persone private anche solo della possibilità di curarsi, così come non si è mai interessato delle ricadute etiche di un sistema che, tra i fattori dell'incremento del Pil, annovera per esempio l'indotto economico derivante dall'espansione dell'industria bellica. E soprattutto: ha senso oggi, dopo che questo dogma delle liberalizzazioni portate all'estremo è sfociato in una catastrofe di dimensioni planetarie?
Portando il ragionamento neoliberale alle sue estreme conseguenze (esercizio utile a comprenderne la natura), la privatizzazione di un intero Stato - limite verso cui tende la smania di assoggettare qualsiasi cosa all'interesse personale nel nome di benefici costosissimi in termini di libertà - tende allo stato di natura, quello nel quale il pesce grande mangia il pesce piccolo in una eterna catena governata esclusivamente dall'adattabilità e dal successo evolutivo delle singole specie. Più che un'evoluzione, diventa un'involuzione. E' come una bolla: se la gonfi troppo scoppia, e devi ricominciare daccapo.
Eppure, in fondo, in una certa misura potrebbe anche essere già accaduto. Se le decisioni assunte nei Parlamenti nazionali, infatti, derivassero in qualche misura da quelle maturate nelle sedi dove si svolgono incontri privati tra le lobby internazionali e i politici più influenti, non sarebbe un po' come avere liberalizzato la gestione di interi popoli? Da un punto di vista strettamente logico, tra l'assegnare la gestione delle carceri al settore privato, con l'obbligo di avere una partecipazione delle fondazioni bancarie pari ad almeno il 20%, e l'affidare la gestione dello Stato a un privato cittadino, espressione di un'azionariato nel quale la partecipazione delle banche è perfino superiore - e di molto - al 20% (parlo dell'organizzazione privata che Mario Monti ha rappresentato fino a ieri: la Commissione Trilaterale) tutta questa differenza poi non si vede. Siamo forse già stati liberalizzati tutti, e non ce ne siamo neppure resi conto?
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Arrivano le Carceri SpA
- 24/01/2012 12:14 articolo di Valerio Valentini per Byoblu.comDavvero curiosa quest’idea di superare le crisi economiche con le privatizzazioni. Continuiamo a vendere, pezzo a pezzo, tutta la nostra struttura statale, fatta di servizi e di istituzioni, ai privati, illudendoci che costoro perseguano il benessere del popolo e non l’impinguamento delle loro tasche. L’idea di fondo sembra essere questa: siccome garantire ai cittadini certi servizi comporta allo Stato costi elevati, allora cediamo la gestione e l’esercizio di quei servizi all’imprenditore di turno, cosicché quei costi se li sobbarchi lui. Ci illudiamo così di aver tagliato le spese e non ci accorgiamo che quello che tagliamo davvero è la nostra libertà, dal momento che, demandando ai privati le gestione di servizi che sono pubblici, veniamo esautorati del diritto di decidere sul modo di far funzionare quei determinati servizi.
Ora, non bastavano le autostrade e le banche: pare che il governo voglia cedere ai privati anche la gestione delle carceri. Questo si evince dall’articolo 44 del Decreto Liberalizzazioni, nel quale si prevede di ricorrere ad un “project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie”. Si intende, cioè, demandare a concessionari l’onere di finanziare e gestire le carceri ed i servizi connessi, “a esclusione della custodia”, in cambio di una tariffa prestabilita e non modificabile, determinata “al momento dell'affidamento della concessione, e da corrispondersi successivamente alla messa in esercizio dell'infrastruttura realizzata”. Questa concessione “ha durata non superiore a venti anni” ed i rischi economici legati alla costruzione e alla gestione dell’opera sono tutti a carico del concessionario. Se la società fallisce, cioè, lo Stato non interviene a finanziarla. Inoltre, “il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture […] con il finanziamento di almeno il venti per cento del costo di investimento”. Si fa esplicito obbligo, cioè, di coinvolgere le fondazioni bancarie nel finanziamento dell’opera di costruzione e di gestione delle carceri. Tutto ciò, stando a quanto si apprende dall’articolo, servirebbe “a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all'eccessivo affollamento delle carceri”.
Innanzitutto, la domanda che sorge spontanea è questa: se davvero tutto questo progetto serve ad ovviare al sovraffollamento delle carceri, perché non si cerca di recuperare le almeno cento carceri inutilizzate, lasciate marcire, in attesa soltanto del collaudo o complete in tutto e per tutto, oppure abbandonate e riconvertite in deposito di rifiuti, in palestre, in pastifici o più miseramente in dormitori per indigenti e sfrattati? Ce ne sono a Foggia, Monopoli, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone, in Irpinia, a Udine, Gorizia, Pinerolo, Mantova, Ferrara, Pistoia, Massa-Carrara, Ancona, Pescara, Napoli, Bari, Altamura, Gela, Caltanissetta, Agrigento. E poi ovviamente ci sono i super-carceri di Pianosa e dell’Asinara, dove si potrebbero trasferire i boss dei boss, a cui va impedito di comunicare con l’esterno e di continuare ad essere padrini anche da dietro le sbarre. Sarebbe un’operazione molto più rapida ed estremamente più economica, oltreché intelligente dal punto di vista ecologico, dal momento che farebbe risparmiare tonnellate e tonnellate di cemento. Invece, quando si parla di carceri, in Italia la parola d’ordine è costruire: il che significa nuovi soldi, nuovi appalti e nuovi accordi tra politici e imprenditori.
Bisogna specificare che non è una novità di Monti e dei suoi ministri: l’idea di privatizzare le carceri nasce in America negli anni ’80, sotto il governo Reagan, e prende piede, oltre che negli Usa, anche in Australia ed Inghilterra. Eppure l’esperienza non si è rivelata così positiva come tutti si aspettavano: innanzitutto il risparmio effettivo derivato dalle privatizzazioni è stato ben inferiore a quello previsto. Le società concessionarie da un lato si vantano di garantire maggiore efficienza e costi molti ridotti, ma dall’altro non sono mai in grado di dimostrare quanto affermano nelle loro campagne propagandistiche. C’è addirittura chi, come il “Department of Research for the American Federation of State, County and Municipal Employees” - uno dei più grandi sindacati americani -, ribatte che “dalla privatizzazione delle carceri non é derivato né un risparmio economico né un miglioramento nella qualità del servizio fornito”.
Ma non è soltanto una questione di costi. La “Commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze” dell’Onu bacchetta da più di vent’anni quei paesi, in special modo gli States, che perseguono una politica di privatizzazioni delle infrastrutture carcerarie. La responsabilità del rispetto dei diritti umani, secondo le Nazioni Unite, deve ricadere sullo Stato e non può essere demandata a privati. E molte organizzazioni umanitarie denunciano le forti pressioni delle lobby impegnate nella costruzione di nuove carceri affinché i governi statunitensi ed australiani adottino leggi più severe che tendano ad aumentare la popolazione carceraria e riducano le pene alternative come la libertà vigilata e gli arresti domiciliari. Non solo: le condizioni di vita e di sicurezza, nelle carceri private, sono ben peggiori di quelle pubbliche, tanto che spesso vengono segnalati e denunciati casi di lavoro forzato e di sfruttamento dei detenuti. Tanto nessuno controlla.
Qualcuno potrà obiettare che anche all’Ucciardone o a Poggio Reale le condizioni non sono certo quelle di un Grand Hotel. Ma il punto è proprio questo: essendo le nostre carceri pubbliche abbiamo tutto il diritto, in quanto cittadini dello Stato italiano, di pretendere che si adottino provvedimenti volti a migliorare la sicurezza ed il rispetto dei diritti dei detenuti. Se invece cederemo le carceri ai privati, loro rivendicheranno una piena autonomia di gestione, in virtù del fatto che sono loro a finanziare quelle strutture. Eppure il sistema carcerario è un aspetto fondamentale di uno Stato. Esso garantisce il recupero alla società civile di individui che hanno sbagliato. Deve essere un’officina in cui le persone “colpevoli” dei reati puniti con la reclusione ritrovino le motivazioni e la voglia di reinventarsi. Ed è per questo che le carceri sono la cartina al tornasole di una società: se funzionano, ne mostrano l’alto tasso di civiltà; viceversa denunciano l’esistenza di seri problemi e di un malessere sociale pericoloso.
E' chiaro a tutti che le carceri italiane, così come sono oggi, rappresentano un mostruoso abominio, come documentato da Samanta Di Persio. Ma venderle alle banche significherebbe una ammissione di impotenza dello Stato nel risolvere problemi importanti. E darebbe, magari, avvio ad un processo molto rischioso di privatizzazione generale di tutti quei servizi che non funzionano, o che dovrebbero funzionare.Oggi si prendono le carceri e l’acqua pubblica, ignorando persino un referendum dell'anno scorso. Poi verranno a prendersi le scuole, la Rai, i trasporti. Alla fine, un bel giorno, ci alzeremo e scopriremo che l’Italia è stata rilevata a prezzi stracciati da quattro banchieri, che hanno speculato sulla crisi per fagocitare servizi e strutture pubbliche. E allora, forse, capiremo il significato di una privatizazione selvaggia e indiscriminata.
Valerio Valentini
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