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L'offerta che, questa volta, possiamo rifiutare

ByoBlu - - 20/05/2012 16:55

 L’attentato di Brindisi non rientra in nessuna delle categorie a cui siamo abituati e, per questo, getta il Paese nell’incertezza più totale. La Sacra Corona Unita sembra essere più uno spettro che una realtà in grado di incidere con questa ferocia e, valutando le cose con un po’ di cinismo, un gesto di questa inaudita crudeltà appare contrario ai suoi stessi interessi. La mafia utilizza altri simboli e ha, per così dire, standard qualitativi tecnicamente superiori. Per il genere di attentati in cui si vuole infilare quello di Brindisi la rivendicazione è tutto, specialmente quando le finalità sono politiche. Più il messaggio e l’obiettivo sono chiari e circoscritti, più si acquisisce peso contrattuale, anche se alcuni precedenti possono effettivamente preludere a una recrudescenza della trattativa Stato Mafia: dall’intervista che il figlio di Provenzano ha rilasciato a Michele Santoro, nella quale parlava di violenza che chiama violenza, fino al messaggio lanciato dal tentato suicidio di Bernardo Provenzano in carcere. Questa, perlomeno, la tesi di Salvatore Borsellino, da me interpellato. Questa anche la certezza di Libera, che ieri ha immediatamente organizzato un corteo di protesta a Milano, al termine del quale ha parlato Nando Dalla Chiesa (ci sono andato per voi: guardate il video).

 Per me, invece, il legame è ancora da dimostrare. E non basta che la scuola fosse intitolata alla moglie di Falcone, o che di lì a qualche giorno in quei luoghi si sarebbe dovuta svolgere una manifestazione per il ventennale della strage di Capaci: celebrazioni ce ne saranno in tutta Italia (come ce ne sono state ogni anno, da decenni, in località anche meno distaccate e più controllabili da Cosa Nostra). E, in ogni caso, l’evento criminale avrebbe dovuto essere spostato in là di qualche giorno e organizzato in un luogo simbolicamente più appropriato. Nicola Gratteri, inoltre, procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di ‘ndrangheta, lo esclude categoricamente.

 E poi c’è il terrorismo. Ma se la gambizzazione di un dirigente dell’Ansaldo si può facilmente inquadrare in questo filone (il simbolo è chiaro, la tecnica anche), non altrettanto si può dire di un cassonetto che fa saltare in aria giovani studentesse senza nessun legame con  la politica nazionale o con i grandi interessi del capitalismo. Parlare poi di pista islamica è quanto meno singolare: per il quadro probatorio di cui si dispone, tanto vale attribuire la strage alla mafia russa, al Mossad o agli alieni. Perché mai Al Qaeda o suoi simpatizzanti dovrebbero prendersela con le ragazze della Morvillo Falcone? Forse perché erano giovani donne emancipate che avevano l’unica colpa di studiare? Meglio sarebbe stato colpire il mondo della moda, dei locali notturni, delle gare di bellezza, simbolo della cosiddetta mercificazione del corpo femminile che oltraggia i fondamentalisti islamici. E poi, scusate, ma da dove salta fuori il fanatismo islamico? Da quando si è messo a fare sul serio con l’Italia? A che pro? In conseguenza di cosa? Allo stesso livello, per ora, le speculazioni sul collegamento con la vicenda iraniana, mentre un giornalista mi ha telefonato, suggerendo una traccia decisamente originale: l’attentato potrebbe essere una risposta al Decreto che Mario Monti presenterà il 25 maggio per separare la proprietà di Snam rete gas da Eni, che attualmente ne detiene il 52,5%. L’utilizzo delle bombole di gas e l’annosa questione del rigassificatore di Brindisi sarebbero dunque gli ingredienti base del messaggio lanciato al Governo. Dal caso Mattei in poi, è difficile stupirsi ancora di qualcosa.

 Improbabile, tuttavia, non significa impossibile: tutte le ipotesi restano in pista, solo che non appaiono così tanto ragionevoli da far propendere per l’una o per l’altra, e in questo quadro vuoto, dalla cornice ancora più sfumata, prendono corpo e si diffondono le ipotesi più estreme: il gesto di un pazzo, da un lato, e la strage di stato dall’altro, ovvero il tentativo di un corpo politico morente di darsi nuova legittimazione sfruttando la strategia della tensione, che induce i cittadini a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di chi possa in qualche modo garantire il caro vecchio tran-tran di sempre, con quel minimo sindacale di collusione sufficiente a garantire equilibri che scongiurino nuovi episodi di efferata violenza. Il collocamento temporale dell’attentato a ridosso del ballottaggio non depone a sfavore di questa tesi, né le prime incaute e quantomeno inopportune rivendicazioni politiche, da Castelli a Calderoli (entrambi rappresentanti di un potere politico agonizzante), aiutano a dissipare i dubbi. Di questo avviso Roberto Scarpinato, il procuratore di Caltanissetta esperto di mafia: “La data scelta, la scuola intitolata a Francesca Morvillo vorrebbero far pensare a una pista mafiosa. Ma la mafia non rivendica attentati a civili inermi. Quando nel 93 lo fece con gli attentati di Firenze o di San Giovanni in Laterano, li fece rivendicare dalla Falange armata. Qui sembra, invece, che ci sia una intelligenza politico-criminale che vuole intervenire sul quadro politico".

 Ma certo, se l’obiettivo fosse stato destabilizzare gli elettori, rinvigoriti dall’ondata della cosiddetta antipolitica, per indurli a considerare il nuovo che avanza come la causa di tutti i mali e tornare sui propri passi fermando l’emorragia di voti, si sarebbe potuto scegliere un qualche obiettivo più emblematico e, soprattutto, meno feroce. Un attentato fallito in stile Belpietro, forse, sarebbe bastato. Tanto più che ricordo bene come, anche in quel caso, chi osava proferire ragionevoli dubbi veniva stigmatizzato con etichette dai toni forti (allora non andava di moda fustigare le teste pensanti con il flagello dell'accusa di complottismo, come va di moda oggi: a quel tempo si era considerati semplicemente responsabili del clima di odio). Poi, sappiamo tutti come finì: i PM si convinsero che quella sera, nel palazzo dove abita il direttore di Libero, non successe assolutamente nulla. Stessa sorte a chi osava mettere in discussione la responsabilità di Strauss-Khan nel presunto stupro della cameriera dell’hotel newyorkese. L’esercizio della critica non è una qualità apprezzata in questo Paese: eppure anche in quel caso è finita che oggi, viceversa, è proprio Strauss-Kahn che, rovinato politicamente da chi lo voleva incastrare, dopo la sua completa riabilitazione si rivale in sede giudiziaria per ottenere i danni.

 In un momento dove la classe politica è considerata responsabile di una crisi di cui non si vede la fine, tuttavia, una strategia della tensione che avesse come obiettivo i partiti e le istituzioni non otterrebbe il risultato di coagulare la pancia del Paese intorno alla vecchia classe dirigente. Forse, anzi, accelererebbe la transizione verso i nuovi movimenti civici, considerati un salto nel buio ma pur sempre una chance in più rispetto alle disastrose prospettive attuali. Diverso, molto diverso è colpire il popolo direttamente al cuore, nella sua componente più fragile e indifesa: i figli. L'attentato di Brindisi è orrore allo stato puro e parla alla pancia, costringendoci a cadere preda dell'istinto di protezione e dei sensi di colpa. E' come un cavallo di troia, un roccione scaraventato da una catapulta direttamente nelle nostre case, per costringerci a fortificarle e, possibilmente, a chiuderci dentro a doppia mandata, rinunciando al tentativo di riappropriarci delle istituzioni.

 Se tuttavia questo dovesse avvenire, avremmo tutti perso una grande occasione di cambiamento. Il perché è contenuto, subliminalmente, all’interno delle stesse righe che oggi riempiono i quotidiani nelle edicole e nei tablet. L’argomentazione più utilizzata è che la criminalità organizzata stia riempiendo il vuoto creato da una politica debole. L’antipolitica, che avrebbe contribuito a distruggere gli equilibri attuali, ne sarebbe dunque il mandante indiretto. Ma perché la scomparsa dei partiti dovrebbe influire sull’incidenza degli episodi di violenza?

 Pensate al Paese come ad una nave che percorre una rotta nel bel mezzo dell’oceano. La cabina di comando è computerizzata e la rotta è tracciata. I sistemi di sicurezza reagiscono automaticamente ai pericoli e i servizi di bordo sono garantiti dal personale che è perfettamente addestrato allo scopo. Il comandante può limitarsi a una generica supervisione e la sua assenza temporanea non comporta alcun disservizio. Quando anche si verificasse un avvicendamento al ponte di comando, fintanto che il nuovo venuto non scegliesse di impartire nuove disposizioni il sistema continuerebbe a funzionare come prima, senza problemi. Ora sostituite la nave al paese, il comandante e il suo staff alla politica, il computer di bordo alle leggi e i vari servizi alle istituzioni. La debolezza dei partiti non incide in alcun modo sulle leggi in vigore né sull’efficacia con la quale le forze dell’ordine e la magistratura le fanno rispettare. Anzi: la metafora nave-stato non solo è calzante, ma risulta addirittura difettosa a vantaggio del sistema Paese, perché a differenza di un transatlantico, una moderna democrazia si fonda sulla separazione tra i poteri: è come se sulla nave vi fossero tre comandanti, ragion per cui la sostituzione di quello che decide le strategie per il futuro non implica che l’equipaggio possa rilassarsi, visto che il comandante che ha in carico l’operatività della nave continua a esercitare le sue prerogative come sempre.

 Come può, dunque, il disfacimento delle oligarchie del potere politico dare luogo a una recrudescenza della violenza? La risposta più immediata è che non può, perché non era lui, il potere politico, a garantire la sicurezza del Paese, ma un potere separato che, in coordinamento con le forze dell’ordine, continua a far rispettare la legge secondo normative tanto valide oggi quanto lo erano ieri. Dunque una balla colossale, questa del vuoto politico come responsabile degli attentati, che mira a spingere l’opinione pubblica verso una soluzione di governo unitario dove, improvvisamente e come per magia, la seconda repubblica si salda alla prima e ritorna sul ponte di comando, avvantaggiandosi del terrore dell’equipaggio.

 C'è tuttavia un'ipotesi a conforto degli allarmi dei cosiddetti politologi: l'eventualità che quella stessa classe politica che oggi ha perso credibilità, e dunque potere di rappresentanza, non si facesse garante della pace sociale per altra via, sfruttando cioè legami, collusioni e contiguità con il mondo della criminalità organizzata che esulano totalmente dall’ordinamento istituzionale, avendo con questi un rapporto mutuale saldato sul perseguimento di vicendevoli interessi e potendo contare su canali di comunicazione privilegiati e occulti.

 Stiamo cioè dicendo che o un governo di unità nazionale non serve a niente, se non a riesumare cadaveri in fase di sepoltura, oppure bisogna conseguirne che è una sciagura da evitare come la peste, perché significa riconsegnare il Paese a chi l’ha governato insieme alla mafia e al terrorismo per decine di anni e che, essendone artefice, scongiura l’insicurezza alla stessa maniera con cui il racket delle estorsioni garantisce i commercianti dalla propria violenza, riscuotendo così un prezzo non dovuto, una tassa occulta spacciata, con innegabile faccia tosta, addirittura come forma di assicurazione rispetto alla propria ira funesta.

 Abbiamo bisogno di essere protetti. è vero, ma dalle forze dell’ordine. La protezione politica, millantata o meno, assomiglia troppo a quella del padrino che ti allunga un buffetto sulla guancia, confondendoti attraverso la sapiente mescolanza del gesto affettuoso e protettivo, la carezza, e del monito, il ricatto sottinteso a cui non bisogna in alcun modo cedere. Alle sirene che mettono sul piatto la soluzione di un governo di unità nazionale, che ricordano troppo "l'offerta che non si può rifiutare” di Marlon Brando, bisogna iniziare finalmente a rispondere un “no, grazie!”.


Categorie: Informazione libera

La pista tedesca dimenticata

Italia dall'estero - - 20/05/2012 14:27


Vent’anni fa furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Entrambi indagavano anche in Germania, dove la mafia era già forte allora.

Quel giorno di maggio. Ogni italiano ricorda ancora oggi il momento in cui apprese dell’attentato a Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta. Ciascuno ricorda bene se quel 23 maggio 1992 si trovava al mare o a casa, se era solo o con gli amici, se ha sentito per radio un giornalista dalla voce incerta, l’urlo delle sirene e il rumore delle pale degli elicotteri o se ha visto scorrere sullo schermo televisivo le sfarfallanti immagini dal cratere sull’autostrada di Capaci, la terra argillosa divelta, le carcasse delle auto, i poliziotti e i paramedici. E il 19 luglio 1992, due mesi dopo Giovanni Falcone, veniva fatto saltare in aria davanti a casa di sua madre a Palermo il suo amico e collega Paolo Borsellino, insieme a cinque agenti di scorta.

In questi giorni l’Italia ricorda per la ventesima volta i suoi eroi morti con discorsi e cerimonie, a cui molti magistrati antimafia da tempo rifiutano di partecipare, perché testimoni della solitudine in cui Falcone e Borsellino si ritrovarono prima della loro morte. Roberto Scarpinato è uno di quei giovani magistrati di allora per i quali quel ricordo è ancora doloroso. Sostiene che Falcone e Borsellino furono isolati, diffamati e preparati, lentamente, al proprio omicidio.

Per lui è intollerabile che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengano indicati come simbolo di uno Stato che ha inferto un colpo mortale alla mafia con il maxiprocesso; che essendo stati identificati e condannati gli assassini – icone sempliciotte della mafia che parlavano tutte dialetto siciliano, come Totò Riina e Bernardo Provenzano – la mafia perciò non vada considerata altro che un fungo velenoso, da trovare e isolare. Una sparuta minoranza in una maggioranza di onesti, un tumore in un organismo sano che può essere eliminato. La mafia, dice Scarpinato, sono sempre gli altri. Semianalfabeti che si occupano di stupefacenti e di riscuotere il pizzo e non tutti quei membri rispettati della società che sono stati condannati per favoreggiamento alla mafia: Giulio Andreotti, eletto per ben sette volte presidente del consiglio, l’ex-governatore della regione Sicilia Salvatore Cuffaro, l’ex-capo dei servizi segreti Bruno Contrada o Marcello Dell’Utri, senatore e amico fidato di Berlusconi.

Un big bang

Scarpinato fu testimone di quel periodo, quando Falcone e Borsellino istruirono il maxiprocesso contro tutte le resistenze dello Stato italiano, finché non si giunse infine a quel big bang col quale vennero incriminati 474 mafiosi, che per la prima volta non riuscirono, come d’abitudine, a fare “ripartire da zero” il processo, e quindi a far sospendere le sentenze nell’ultimo grado di giudizio. Un big bang che nel 1986 permise all’Italia di rivalutare la propria reputazione agli occhi del mondo. Non era più soltanto la terra della mafia, ma anche quella dell’antimafia.

Oggi Scarpinato è Procuratore Generale a Caltanissetta, dove il processo contro gli attentatori di Paolo Borsellino è ripartito da zero perché falsi testimoni chiave hanno reso nulle le sentenze del primo processo. A Palermo il Sostituto Procuratore Antonio Ingroia, ex-allievo di Paolo Borsellino, sta indagando sui retroscena politici degli attentati e quindi sui negoziati – denominati “trattativa” – tra mafia ed esponenti della politica italiana, durante e dopo gli omicidi dei due magistrati.

Paolo Borsellino, poco prima della sua morte, aveva appreso di questi negoziati e vi si era opposto, questo gli costò la vita. L’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava i suoi appunti e appuntamenti ha un ruolo chiave nella vicenda. Si trovava nella sua ventiquattrore che, come testimoniato da una foto, fu sottratta da un agente dai rottami ancora fumanti delle auto. Da quel giorno l’agenda rossa è scomparsa divenendo metafora delle connessioni tra mafia e politica. “Agende Rosse” è anche il nome del movimento antimafia fondato dal fratello di Borsellino, Salvatore; in occasione della marcia commemorativa, che ha luogo ogni anno, le agende rosse vengono alzate silenziosamente al cielo.

Killer di Dormagen e Leverkusen

“Solo chi capisce il passato può interpretare il presente”, dice il magistrato palermitano Antonino Di Matteo. Questo vale anche per la Germania. Già nel 1990 Falcone voleva sapere come e perché Cosa Nostra era riuscita a mettere radici anche in Germania. Quando arrivò a Düsseldorf, con il suo omologo napoletano Franco Roberti, per indagare su un traffico di armi ed esplosivi tra l’Italia e Solingen, si imbatterono – fa notare Roberti – in un muro di algida cortesia e di totale incomunicabilità: “La vera preoccupazione della polizia tedesca non sembravano essere gli insediamenti mafiosi in Germania, che avevamo dimostrato nel corso delle nostre inchieste al di là di ogni dubbio, quanto piuttosto la nostra presenza. Per timore di un attentato avrebbero voluto chiuderci per tutta la durata del soggiorno in una caserma dell’esercito federale.”

Falcone e Borsellino, fino al momento della loro morte, indagarono sull’omicidio del giovane magistrato Rosario Livatino, ucciso nel 1990 da un commando di sei sicari. Livatino aveva scoperto un traffico di armi tra Sicilia e Germania e continuava a ripetere che era in Germania che si doveva andare, per comprendere la “nuova mafia”. Stava indagando sulla roccaforte del clan mafioso di Palma di Montechiaro, appartenente alla potente mafia dell’agrigentino, insediato con successo (ottimamente) fin dagli anni Sessanta nella regione del Nord Reno-Westfalia. Gli assassini di Livatino tesero un agguato alla sua auto sulla superstrada tra Agrigento e Caltanissetta. Riuscì a fuggire, ma fu inseguito e infine ucciso.

Subito dopo l’omicidio di Livatino gli inquirenti italiani avviarono una indagine presso la polizia tedesca. Il killer che mise la pistola in bocca a Livatino per dargli il “colpo di grazia” lavorava assieme ad altri due mafiosi presso il ristorante “Portofino” a Dormagen. Altri due sicari furono arrestati a Leverkusen nella Pizzeria “Ai Trulli” e già nell’ottobre del 1990 i giornali italiani riferivano di come la mafia, da roccaforti come Palma di Montechiaro vicino ad Agrigento, avesse raggiunto la valle del Reno.

L’impero della mafia in Germania

Persino il leggendario Tommaso Buscetta, principale teste di mafia, descrisse agli inquirenti tedeschi, con dovizia di particolari, come la mafia aveva organizzato il suo impero in Germania. Dal 1991 ci fu un rapporto della Polizia Federale Criminale che, con efficienza teutonica, svelava gli intrecci dei clan di Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, della cui esistenza però l’opinione pubblica tedesca apprese solo quando vennero uccisi Falcone e Borsellino e giornalisti italiani raccontarono della pista tedesca. L’ultima minaccia di morte a Falcone fu stampata a Wuppertal; Borsellino – nove giorni prima della sua morte – interrogò un mafioso in carcere a Mannheim, convincendolo a collaborare con la giustizia, e l’ultima conversazione telefonica prima della sua morte la ebbe con la Polizia Federale Criminale di Wiesbaden.

La Germania è una provincia di Cosa Nostra, scrissero al tempo i giornalisti citando i rapporti tedeschi della Polizia Criminale Federale (BKA), secondo cui i clan mafiosi da decenni erano ben insediati non solamente nelle regioni della Ruhr e del Baden-Württemberg ma, dopo la caduta del muro di Berlino, avevano fatto investimenti anche nella Germania orientale. Intere città della Germania dell’est appartenevano alla mafia, negozi e centri commerciali, immobili e ristoranti erano nelle mani dei boss. Lipsia era quasi totalmente di proprietà della ‘Ndrangheta calabrese. Per il riciclaggio di denaro la Germania era un paradiso.

Dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, l’allora capo della sezione Criminalità Organizzata del BKA, Volker Gehm, fece una dichiarazione rivoluzionaria per la Germania, denunciando che la mafia sfruttava la Repubblica Federale non più solo come meta di fuga e nascondiglio, ma che quest’ultima era diventata vero campo d’azione per la mafia. Pochi mesi dopo il settimanale “Der Spiegel” descrive il potere dei clan in Germania: “La mafia, a quanto pare, ha vinto.” Secondo il rapporto della BKA si doveva prendere atto che in Germania i mafiosi, negli anni successivi all’assassinio di Falcone, avevano rafforzato la propria sfera di influenza.

Grossolana ignoranza in Germania

E oggi? Gli omicidi di mafia a Duisburg, cinque anni fa, appena si ricordano. La risposta dell’Ufficio di Stato di Procedura Penale di Düsseldorf ad una importante interrogazione sul tema “Il Nord Reno Westfalia minacciato dalla mafia”, è stata: “Per l’LKA non ci sono prove oggettive che inducano a pensare che gruppi della criminalità organizzata italiana siano radicati in modo significativo nella società del Nord Reno-Westfalia, come viene prospettato dalla Commissione Parlamentare Antimafia e dalle autorità di polizia italiane”. Un’affermazione avventata.

Non solo perché testimonia un’enorme ignoranza sulla mafia (la cui principale peculiarità è di essere sempre parte della società in cui si trova, mai un corpo estraneo), ma anche perché contraddice i risultati stessi dell’Ufficio Federale di Polizia Criminale, nei cui rapporti a tutt’oggi compaiono moltissimi nomi di complici tedeschi, senza l’appoggio dei quali la mafia non potrebbe assolutamente esistere in Germania: avvocati, commercialisti, funzionari di banca, amministratori, ex-membri della Stasi.

La mafia in Germania? E’ un cerimoniale. Si trova nei giochi per computer, nelle serie televisive, in versione di musica per feste. La mafia si è nuovamente agghindata della sua veste folcloristica vendendo la sua propaganda con successo. Per esempio, che lei non uccide donne e bambini, che è timorata di Dio ed è addirittura vittima dello Stato italiano. E che in Germania vuole solo sfornare una buona pizza alla romana.

[Articolo originale di Petra Reski]

Categorie: Informazione libera

“E’ una diarrea politica!”

Italia dall'estero - - 20/05/2012 12:32


Il partito di Silvio Berlusconi crolla alle elezioni amministrative, primo test elettorale dalla nomina del Governo Monti. Emerge una sfiducia ormai diffusa verso la classe politica.

“E’ una diarrea politica!” Alla guida del movimento di contestazione “5 Stelle”, il comico Beppe Grillo canta vittoria. E’ la sorpresa annunciata del primo turno delle amministrativei italiane che hanno coinvolto circa 8 milioni di elettori e alcune grandi città come Genova, Palermo e Verona. I suoi candidati sconosciuti, provenienti dalla società civile e “senza portafoglio”, hanno ottenuto oltre il 10% dei voti a Monza e La Spezia, il 14% a Genova e a quasi il 20% a Parma, dove il candidato sindaco accede al ballottaggio.

Forte astensione
“Il virus si sta diffondendo, loro [i politici tradizionali, N.d.R.] sono morti. Ci ritroveremo in Parlamento” esulta il tribuno Beppe Grillo, in contatto con milioni di utenti del web, che da anni raccoglie decine di migliaia di persone in occasione dei Vaffanculo Days, manifestazioni  per colpire una classe politica corrotta e delegittimata, diffamare la “casta” e i banchieri, ma anche sostenere l’ “uscita dell’Italia dall’Europa senza pagare i debiti” o ancora ad opporsi allo ius soli per gli stranieri.

Con un solo un sindaco, eletto in un piccolo comune del nord, l’obiettivo di mandare a casa tutti i parlamentari del vecchio governo è ancora molto ipotetico. Tuttavia, questa consultazione elettorale, la prima dalla nomina del governo di tecnici di Mario Monti, avvenuta alla fine del 2011 in sostituzione di Silvio Berlusconi, ha  portato all’esplosione del quadro politico tradizionale ed è stata caratterizzata soprattutto dalla bassa affluenza alle urne (33%) e dalla disfatta del Popolo delle Libertà (PdL) del Cavaliere.

“Abbiamo registrato una sconfitta, anche se non è stato un disastro” ha tentato di minimizzare il segretario del PdL, Angelino Alfano, affermando che il suo partito sta pagando il prezzo del sostegno alle misure di austerità di Mario Monti. “Stiamo assistendo ad una disfatta”, dice invece il politologo Roberto D’Alimonte. Alle legislative del 2008, il partito di Silvio Berlusconi rappresentava ancora il 37,4% delle preferenze. Oggi, in molte città, i suoi candidati non andranno al ballottaggio. A Genova, il PdL è sceso addirittura in quattro anni dal 32% al 9% e a Palermo dal 48,8% all’8%. Il problema, dice Giuliano Ferrara, ex portavoce di Silvio Berlusconi, è che “l’ex premier non ha la minima idea di cosa sarebbe necessario fare.”

Duro colpo  della Lega
Quanto alla Lega Nord di Umberto Bossi, che contava sul suo divorzio dal Pdl e la sua opposizione al “governo di austerità” di Mario Monti per diventare il primo partito nel Nord Italia, ha subito anch’essa un duro colpo. Investito a sua volta dagli scandali per appropriazione indebita di fondi pubblici, il movimento populista retrocede quasi ovunque in Lombardia. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, è stato eletto al primo turno con il 57% dei voti. Ma perché in disaccordo con la linea ufficiale del suo partito.

Dopo il primo turno, il Partito Democratico, sostenitore anch’esso di Mario Monti, è “l’unico partito stabile e affidabile in Italia”, nota il segretario Pier Luigi Bersani. Le perdite del PD sono limitate. Fra due settimane, la sinistra dovrebbe aggiudicarsi Genova e Palermo, grazie però a due candidati che lo staff del partito aveva cercato di respingere.

Nel complesso, e mentre i casi di corruzione sono in aumento, la classe politica italiana, incapace di riformare la legge elettorale e di limitare le sue spese, è ora oggetto di una sfiducia generalizzata. Nel bel mezzo di una crisi economica, politica e morale, solo il 2% degli italiani ha dichiarato di “avere ancora fiducia nei partiti”.

[Articolo originale ""C’est une diarrhée politique!"" di Eric Jozsef ]

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In Italia, destra e sinistra unanimi

Italia dall'estero - - 20/05/2012 12:14


“Spero che il piccolo Pinocchio morda la polvere”. Come Silvio Berlusconi, di cui è stato portavoce, Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano Il Foglio, ha confermato ieri che gran parte della destra italiana ha appoggiato François Hollande contro Nicolas Sarkozy. Non solo memore della conferenza stampa dello scorso autunno, in cui il Presidente francese in compagnia di Angela Merkel si prese gioco del Cavaliere – “una scena umiliante e sprezzante”, secondo Ferrara – ma anche “perché il candidato socialista ha fatto sentire la sua voce contro la politica di eccessiva austerità e crescita assente della Merkel “.

Mentre la Penisola assiste ad un crescente numero di suicidi tra gli imprenditori e i lavoratori, il quotidiano economico Il Sole 24 Ore di ieri ha accolto con favore la prospettiva di una vittoria di Francois Hollande: “Rimettendo in discussione l’asse Parigi-Berlino, questo successo potrebbe dare nuovo impulso per uscire dalla crisi. ”

Da parte del Partito Democratico si ritiene che un successo del deputato di Corrèze, [nel Limousin, N.d.T.], sia di buon auspicio per la sinistra italiana e per un nuovo orientamento della politica dell’UE. “Ci auguriamo che Francois Hollande non cerchi solo il dialogo con la Germania, ma un intesa con vari Paesi, a partire dall’ Italia e dalla Spagna, per costringere Merkel ad un’apertura sulla questione della ripresa”, ha detto il parlamentare Sandro Gozi, che tuttavia avverte: “Non è intenzione del governo Monti, né del Partito Democratico, ridiscutere o alleggerire il patto europeo ”

Sulla questione della revisione del Patto, le dichiarazioni di Hollande hanno causato una certa perplessità. Per evitare malintesi, il socialista ha inviato a Roma il mese scorso Elisabeth Guigou, che ha incontrato il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi. Persone vicine a quest’ultimo, rassicurano che “i timori sono condivisi da gran parte del partito di Francois Hollande”: “Contiamo su di lui sul versante sviluppo, con alcune convergenze, per esempio, sulla proposta di Mario Monti di escludere le spese per gli investimenti produttivi dai criteri di spesa. Forse ci saranno delle discussioni sulla liberalizzazione del mercato del lavoro rispetto le quali siamo favorevoli”. Tra il rigore della Merkel e il rilancio di Hollande, l’Italia di Monti si propone come “mediatrice”.

[Articolo originale "En Italie, droite et gauche unanimes" di Eric Jozsef]

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Bomba a Brindisi, utilità della tensione

Luogo comune - - 20/05/2012 04:50

NOTA: L'articolo precedente era stato pubblicato PRIMA della bomba di Brindisi

di Marco Cedolin

Esplode una bomba (costituita da tre bombole del gas collegate fra loro) davanti ad una scuola di Brindisi, facendo scempio di studenti e lasciando sul selciato il corpo inanimato di una ragazza di 16 anni e altri ragazzi feriti gravemente. Una tragedia che strazia il cuore e s'insinua nelle coscienze, lasciando in bocca un gusto amaro e tanto dolore.

Quale significato potrebbe mai avere un attentato di questa crudeltà, apparentemente privo di senso? E quali attori perversi si celano dietro ad un'azione così aberrante? La mafia? Il terrorismo eversivo? I servizi segreti?

Gli inquirenti naturalmente stanno vagliando l'accaduto e forse fra qualche giorno saranno in grado di presentare una qualche verità ufficiale, oppure le indagini proseguiranno, come è accaduto spesso in passato, senza risultati per decenni, fino a perdersi nei meandri del tempo e dell'imponderabile.

Senza alcuna presunzione di voler dare delle risposte, riteniamo comunque giusto portare qualche riflessione, basata unicamente sull'uso della logica.

Come molti hanno già avuto modo di scrivere è assai improbabile che ci sia la mafia dietro alla bomba di Brindisi. La mafia, nelle sue varie declinazioni, fino ad oggi non ha mai colpito nel mucchio attentando alla vita di comuni cittadini, ma quando è accaduto ha sempre diretto le proprie azioni contro obiettivi ben precisi che avevano un senso all'interno del contesto. Inoltre la mafia rifugge la pubblicità e da un attentato come quello di Brindisi avrebbe solo da perdere: gli occhi degli inquirenti e dei media focalizzati sul territorio, nuove leggi più repressive, maggiori attenzioni ai suoi movimenti. Una iattura insomma.....

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Siamo pronti a un Governo di unità nazionale

ByoBlu - - 19/05/2012 16:29


 di Paolo Becchi

  Nel 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, riuscì a prendere il potere in Francia con un “colpo di Stato” preparato evocando il ricordo di un fantasma, di uno spettro, quello dello zio imperatore dei francesi. Napoléon le Petit, lo apostroferà allora Victor Hugo. Carlo Marx, da parte sua, ne descriverà l’ascesa nel celebre pamphlet politico Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, nel cui esordio egli ricordava che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte: «la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Napoleone fu la tragedia che portò a compimento la Rivoluzione francese e l’ordine borghese; Luigi Bonaparte la parodia, la farsesca imitazione anacronistica del primo.


 Accade oggi qualcosa di analogo in Italia. Si allestiscono i preparativi per le elezioni del 2013, serpeggia da più parti l’ipotesi – sempre più probabile – di una riconferma di Mario Monti a capo di un Esecutivo di “solidarietà nazionale”. Riconferma che, tuttavia, ha bisogno di una formula di legittimazione forte, decisa, che giustifichi la linea politica che questo Governo segue e continuerà a seguire: rimanere ad ogni costo in Europa e nella zona Euro. E, come insegnava ancora Marx, nei momenti “decisivi”, nel momento in cui è in gioco il futuro di un popolo, è invece il suo passato a ritornare. Si prendono a prestito i nomi, le formule, i costumi, per poter rappresentare nuove decisioni politiche sotto vesti più rassicuranti, a cui siamo già abituati, in quanto appartengono ai nostri ricordi.

 Così al Governo che sta decidendo e deciderà le sorti dell’Italia in Europa, pare essersi offerta un’occasione da non perdere: quella del fantasma, dello spettro di un antico nemico, che credevamo sconfitto da trent’anni, il terrorismo. La stagione terroristica, gli anni di piombo, furono davvero una tragedia nazionale, una “lunga notte” della repubblica, un incubo di sangue e paura piombato addosso alle istituzioni ed ai cittadini di questo Paese. Trent’anni dopo, i giornali, improvvisamente, ci hanno “informato” che è tornato il panico ed il terrore: una sigla ha sparato ad un dirigente Ansaldo, anteprima e preludio di nuovi giorni di violenza, allo “stragismo”, che fa la sua prova generale a Brindisi, dove una bomba ha ucciso una ragazzina davanti ad una scuola. Pista mafiosa e pista terroristica ricominciano a confondersi. Si annuncia la mobilitazione dell’esercito. Iniziamo a ricordare, a spaventarci di nuovo. Inizia, nel contempo, la ripetizione della storia: da tragedia a farsa. La “lunga notte” è finita da molto tempo, ed ora qualcuno ci impone di riaddormentarci.

 Eppure la tentazione è forte: il terrorismo è uno spettro che porta legittimazione, giustificazione dell’autorità. Consente di imporre restrizioni della libertà, politiche di “austerità”, di repressione e di controllo, senza che si manifesti opposizione o dissenso. È la formula storicamente più usata, il vecchio pezzo di teatro che porta in scena lo “stato d’eccezione”, di necessità, di emergenza. È la formula che consentirebbe la costruzione di una “coesione nazionale”, preludio al tipo di Governo che si progetta per il 2013. È la formula che consentirebbe di lasciare per l’Europa “valvole di sfogo” neutrali, prive di ogni rilevanza politica. La strategia potrebbe funzionare: far avanzare apparenti ma innocui “antagonisti” sulla scena pubblica, impedendo così il formarsi di una autentica forza sociale e politica di opposizione all’Euro ed all’Europa. Impedire, in altri termini, una tendenza – non “terroristica”, ma pericolosa per il potere – che si sta annunciando in Europa: l’alleanza tra movimenti sociali radicali di estrema sinistra ed estrema destra, in chiave antieuropeista.

 Lo spettro del terrorismo appare allora funzionale a scongiurare l’unica vera ed autentica minaccia esistente per l’Europa dei banchieri. Si fanno dunque i preparativi per uno “stato d’eccezione”, per un Governo legittimato dalla “solidarietà nazionale” e dalla criminalizzazione dei movimenti sociali e politici che predicano l’uscita dall’Euro. Ed ecco che il fantasma è rimesso in circolazione.


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Gallina che canta...

ByoBlu - - 19/05/2012 15:08

 
 

 Subito dopo l’attentato, Roberto Castelli ha detto «Via la Lega dal governo, la criminalità rialza la testa». Un altro Roberto, Calderoli, gli ha fatto eco: “Cui prodest? Non voglio osare pensarlo ma a pensare male alla fine ci si azzecca...”.

 Chi strumentalizza la morte di una ragazzina di 16 anni per fini politici dovrebbe essere perseguibile penalmente. Altro che apologia di fascismo! Anche perché, se proprio volessimo giocare al giochetto delle strumentalizzazioni un tanto al chilo, al “cui prodest” di Calderoli si potrebbe fin troppo facilmente rispondere che in questo momento bisognerebbe guardare a quelli che hanno perso tutto e stanno per scomparire. Gallina che canta ha fatto l’uovo?

 Come vedete, è un gioco pericoloso e soprattutto stupido. Meglio frenare le proprie bassezze.


 


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Bombe nella Scuole, Chiediamoci a chi fa Comodo

Mente Critica - - 19/05/2012 14:38


Ipotesi 1, la preferibile, ma poco probabile: un pazzo, uno svitato o un gruppo di svitati che hanno visto troppi film americani. Poco probabile perché sembra che siano in mezzo timer o roba del genere. Timer e bombole di gas sono lavori da professionisti.

Ipotesi 2, ancora, nel suo squallore e miseria, accettabile e molto probabile. Nel senso che è mostruosa, ma non sarebbe la prima volta, siamo nell’ordine di come ragiona certa gente a cui si vuole mandare l’ambulanza, ma che sarebbe meglio tenere per 7 o 8 minuti con la testa sotto l’acqua fino a quando non smette di scalciare: un avvertimento mafioso con “danni collaterali”. Avvertimento e non attentato perché se no ci sarebbe un telecomando e le bombole sarebbero state circondate con cuscinetti a sfera, chiodi e rottami di ferro per amplificare i danni. Chi frequenta quella scuola? A chi è figlio o figlia? Trova la risposta, indaga sui nemici e per il 90% sei col piede sulla merda che è dietro questa cosa.

Ipotesi 3, non ci voglio nemmeno pensare e, sinceramente, le attribuisco bassa probabilità. I servizi segreti italiani non si sono mai tirati indietro quando si tratta di difendere il potere utilizzando opportunamente il terrore. I momenti di crisi in questo paese sono sempre stati caratterizzati da treni, stazioni e piazze nelle quali sono stati fatti esplodere ordigni di cui solo i fessi non hanno mai capito l’origine: the italian secret service. Direttamente, manipolando gente disposta a tutto o semplicemente cretina. E’ consapevolezza diffusa che si tratti di omicidi di stato. Quella che passerà vergognosamente alla storia come “strategia della tensione” e per la quale, se ci fosse una giustizia, dovrebbero bruciare all’inferno le anime dannate di Scalfaro, Cossiga, Andreotti, Craxi,ecc. e anche di Moro, Pertini e Berlinguer se sapevano e hanno taciuto.
Comunque, non ci credo e non ci voglio credere. Da vecchio scarpone, scelgo la busta numero 2. Se fosse la tre, giuro che prima o poi troverò il modo di scaricare un tamburo in bocca a chi so io.

Non esistono ipotesi 4 del tipo, anarchici informali. Se qualcuno cerca di darvela a bere, mettetevi una mano sul buco del culo per evitare di farvelo ficcare dentro ancora una volta.

net tags:salvare i risparmi 2012 in caso uscita italia dall\euro - strategia della tensione -

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Sesso e possesso

Mente Critica - - 19/05/2012 14:00


Stamattina leggevo questo appello per l’adozione di un codice etico per la stampa che deve riportare i casi di “femminicidio”. Al di là della definizione di “femminicidio” che non mi convince affatto:

“Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale.”

rimango perplessa anche sui punti di questo codice. Ne riporto qui solo due, invitandovi comunque alla lettura completa dell’articolo.

1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).

4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.

Ciò che mi spaventa di questo codice presunto etico, oltre alla sua ignoranza della psicologia e psicopatologia umane, è il suo voler ridurre un fenomeno complesso ad un semplice fatto di definizione, il suo voler inquadrare l’omicidio delle donne in uno schema di ortodossia politica dove bisogna usare le chiavi di lettura approvate dal comitato centrale.

Per dare la “libertà alle donne” infatti, se non ho capito male, bisogna limitare la libertà di espressione, imbavagliando la stampa o costringendola a scrivere secondo l’ortodossia del politically correct. Qualcosa di sempre mostruoso. Perché oltretutto, secondo questo pensiero magico, il definire il femminicidio in maniera ortodossa da parte dei giornali contribuirebbe addirittura a limitarlo.

Occorre inoltre, secondo il codice, cancellare per decreto l’intera gamma delle passioni umane che comprendono, mi dispiace per le madri costituzionaliste, anche l’odio; rendere queste passioni irrilevanti e punire un reato per se, senza prendersi la briga di indagarne le motivazioni. Un abominio giuridico. Si dovrebbe negare, pur parlando di esseri umani, l’esistenza di relazioni affettive problematiche tra individui – e spiego alle leguleie che il termine affettività include anche sentimenti negativi come il possesso, l’invidia, la gelosia; negare la valenza patogena di tali relazioni per ridurre tutto ad un fatto politico, di principio.

La libertà delle donne, infine, passerebbe attraverso la loro definitiva separazione dall’uomo, deresponsabilizzazione e clausura in un recinto di protezionismo a tutti i costi dove, ovviamente, le donne non possono essere mai a loro volta colpevoli perché se no crolla tutta la baracca abusiva già pericolante.

Quando chiesi tempo fa ad alcune femministe se riuscissero ad inquadrare nel concetto di “femminicidio” il delitto di Sarah Scazzi, ovverosia un delitto maturato in un contesto familiare dove le donne sono la parte dominante e  tutta una serie di sentimenti ad alto tasso di estrogeni aveva provocato la morte di una ragazzina, non ho mai avuto risposta. Non ho avuto risposta perché un “femminicidio” probabilmente commesso da altre femmine in concorso è, a quanto pare, qualcosa che non rientra nello schema del “femminicidio” come “delitto di genere” dove la donna viene uccisa “solo in quanto donna”  e da un uomo che agisce non in quanto assassino ma in quanto uomo. Questo almeno è il concetto che si vorrebbe incidere nella pietra, chiudendo ogni ulteriore discussione su quella che è una piaga della società e che richiede quindi un approccio sociologico un tantino più approfondito.
Dispiace che un movimento potente ed importante come quello femminista si sia fatto alla fine intrappolare nell’atteggiamento piagnone e nel modus operandi tipico delle minoranze prepotenti, quelle che se sbagli le parole quando parli di loro o fai notare i loro difetti, sei un  bestemmiatore da schiacciare. In questo caso sarei, credo, una donna che odia sé stessa.

Se la morte di una donna viene ridotta sempre ad un fatto binario uomo-donna, ad un atto di guerra tra i sessi, avulso dalle sue motivazioni macrosociali insomma, si otterrà una dichiarazione di belligeranza continua uomo vs. donna che, basandosi su questioni di ortodossia, difficilmente potrà mai arrivare al ristabilimento della pace. Insomma una situazione tipo Coloni vs. Palestinesi dove i coloni, in questo frangente, non sono sempre e prevedibilmente gli uomini.

E’ una politica che crea divisione tra i soggetti che, uniti, potrebbero fare molto male al sistema e quindi il potere ha interesse che restino divisi da qualcosa di infinito come la guerra trentennale al terrorismo oppure, in questo caso, la guerra dei generi. Divide et impera. Strano che le ragazze non se ne siano ancora accorte.
Considero quindi i termini “femminicidio” e “delitto di genere”  forzature ideologiche che nascondono il vero cuore del problema della violenza in aumento non solo sulle donne ma sui bambini, sugli omosessuali – che non vengono colpiti in quanto femminilizzati (che sciocchezza) ma in quanto omosessuali – sui diversi per razza e religione, su tutti quelli che portavano un triangolo colorato nei lager, sui poveri e soprattutto sui lavoratori. Le vittime di “lavoratoricidio” dall’inizio dell’anno sono già 170, per inciso.

In Argentina hanno di recente  inserito nel codice penale un’aggravante per i delitti commessi da persone che erano legate alla vittima da vincoli di parentela o sentimentali. Mi pare giusto e ragionevole. Nello stesso decreto è stata inserita una definizione di “violenza di genere” che è più discutibile perché ideologica e compiacente verso il femminismo politico ma comunque l’impianto complessivo del provvedimento sottolinea correttamente il focus che dovrebbe essere studiato al fine di comprendere il fenomeno dell’aumento delle morti violente a danno delle donne: si uccide perché si considera la vittima una PROPRIETA’. Il senso di possesso tra amanti, tra coniugi, tra famigliari, tra dipendente e datore di lavoro, perfino tra amici. E’ quello stesso senso di possesso e di potere di vita e di morte sui deboli che ha fondato per secoli l’istituzione famigliare. In quel caso erano i figli ad essere vittime di “bambinicidio”. I figli li si poteva violentare in ogni modo, fisicamente e psicologicamente, da parte delle madri e dei padri, e perfino ucciderli.  Quel ”t’ho fatto, ti disfo” che quelli della mia età ancora si sono sentiti dire tante volte da mamme esasperate alle quali si era improvvisamente sturato l’inconscio.

Nessuno nega che vi sia un allarme violenza. L’aumento statistico delle morti femminili – che sono solo la punta dell’iceberg di violenze e soprusi quotidiani più nascosti – ha però più probabilmente una motivazione sociologica che di genere e potrebbe non essere affatto legata ad una presunta e congenita malvagità maschile ma essere correlata direttamente ad un disagio esistenziale più generale.
Azzardo che, in tempi di incertezza su ciò che è veramente nostro e di nostra proprietà, visto che siamo costantemente depredati del lavoro, della capacità di sostentarci e infine della libertà, seppure in modo molto subdolo, il disporre della vita di qualcuno che riteniamo una cosa di nostra proprietà dando ad esso la morte, potrebbe essere una reazione patologica, un modo per alleviare la frustrazione di chi ha paura un domani di non essere più possessore di nulla. Gli uomini potrebbero essere maggiormente sensibili a questa frustrazione, essendo stati per secoli indiscussi proprietari dei membri delle loro famiglie e non solo, anche di schiavi, lavoratori e altri sottomessi.
L’emancipazione femminile ha contribuito a mettere in discussione questo principio di predominio maschile nella proprietà degli altri esseri umani – diversi per razza o sesso – andando a scardinare le fondamenta dell’istituzione familiare e delle relazioni interpersonali e per qualche anno si è pensato di aver rifondato la società in modo più giusto, suddividendo i compiti e le responsabilità tra maschi e femmine, anche nel mondo del lavoro.
L’ultraviolenza del capitalismo neoliberista che ha reintrodotto lo schiavismo come modo di produzione, l’utilizzo dello shock and awe come arma psicologica di dominio sulle masse e le ricorrenti crisi economiche che minano le ultime certezze dell’individuo, gettandolo nella disperazione, nell’angoscia da retrocessione sociale e nel nichilismo, sono in grado di cancellare decenni di conquiste e di provocare questo aumento di violenza, di cui le donne sono ormai troppo spesso le vittime d’elezione. La macelleria femminile è solo un reparto della macelleria sociale globale, insomma.

Non occorre quindi misurare le parole con il nonio ai giornalisti per paura di offendere le donne. Non dobbiamo farci condizionare dalle trappole ideologiche che oggi sono solo strumenti di distrazione di massa dal cuore del problema: viviamo in tempi prerivoluzionari e occorre svegliarci per agire. Occorre smetterla con la guerra di genere, avere la forza di urlare, uomini e donne assieme, che la società che provoca la violenza che ci fa ammazzare tra di noi e questa crescente insostenibile diseguaglianza che ci fa regredire culturalmente e socialmente al medioevo, noi non la accetteremo più.

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Brindisi, le prime immagini: morire a 16 anni

ByoBlu - - 19/05/2012 13:10

 
 Ci sono giorni, come questi, in cui si cerca disperatamente una ragione e non la si trova, mentre tutto crolla e ogni significato si perde nella vergogna e nella prostrazione.

 Sono i giorni in cui bisogna reagire subito. Sarò in piazza San Fedele, a Milano, alle 17.00.


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E a Roma si marcia contro il diritto di scegliere

Mente Critica - - 19/05/2012 10:00


Quello in cui viviamo è un mondo difficile da decifrare. Prendiamo la condizione della donna. Mentre in India un padre decide di seppellire viva la figlia di due anni per chiedere in cambio agli dei un maschio, negli Stati Uniti una donna ricopre una delle cariche politiche più importanti e influenti del mondo. Si chiama Hillary Clinton, dirige la politica estera di Obama, è praticamente l’unica donna ad avere una seria possibilità di entrare alla Casa Bianca. Avventato affiancarla a quella bimbetta che stava per essere sacrificata per un fratello non ancora nato? Eppure c’è un filo che le unisce. Perché il fatto che Hillary Clinton sia l’unica donna ad aver sfiorato la carica di presidente degli Stati Uniti la dice lunga sulla strada ancora da fare. Soprattutto alla luce dell’attacco del sito Drudgereport.

Succede che qualche giorno fa, durante una visita in Bangladesh, Hillary si sia fatta fotografare senza trucco, con spessi occhiali da vista, carica di tutti i suoi 64 anni. Una colpa che a una donna, soprattutto se è una donna in vista, non si perdona. Va detto che l’attacco si è trasformato in un boomerang perché gli Stati Uniti, paese con un alto tasso di donne mature, hanno appoggiato senza riserve il segretario di stato quando si è detta felice di essere nella fase in cui: “se voglio portare gli occhiali, li porto. Se voglio tirare indietro i capelli, li tiro indietro”. Resta il fatto che una donna di 64 anni che non nasconde la propria età possa essere oggetto di critiche.

Che una manager texana sia stata licenziata perché non voleva tingersi i capelli che cominciavano a incanutire. Che in Italia si dibatta sull’opportunità o meno del neologismo “femminicidio a fronte di un bollettino di guerra che quasi ogni giorno ci racconta di una donna uccisa. E uccisa in quanto donna. Proprio come quella bimba indiana strappata piangente dalle braccia del padre che aveva appena finito di scavarle la fossa. L’uomo si è giustificato parlando di un rito tantrico, un sacrificio umano per ottenere la gioia di un figlio maschio. Perché le femmine valgono di meno. Lo pensavano anche i nove pachistani arrestati a Liverpool dopo aver violentato per anni 613 ragazze minorenni. Uno di loro si è rivolto al giudice affermando che in Pakistan non è reato accoppiarsi con una dodicenne. E nessuno si pone il problema se sia consenziente o meno.

Altre culture? Sì, ma non caliamola dall’alto noi italiani, che solo da qualche decennio abbiamo abolito l’attenuante del delitto d’onore. Noi che le donne le vediamo cadere sotto i colpi di uomini frustrati. Noi che assistiamo indifferenti alla marcia di chi chiama omicidio l’aborto e assassine le donne che vi ricorrono. Noi che siamo costretti a difendere diritti acquisiti e sanciti con una legge dello stato, ma non riusciamo a impedire che un uomo continui a vedere la donna come una proprietà di cui disporre. Fino alle estreme conseguenze.

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Il fantasma del terrorismo per coprire la realtà

Luogo comune - - 18/05/2012 21:50

di Marco Cedolin

Nessuna persona in buona fede e nella pienezza delle sue facoltà mentali potrebbe seriamente prendere in considerazione l'ipotesi dell'avvento di una stagione di terrorismo nell'Italia del 2012, così come stanno vaticinando alcuni ministri del governo Monti, coadiuvati nella mistificazione da larga parte del bestiario politico e di quello mediatico, deputato all'orientamento del pensiero.

Tutti i parametri della società sono cambiati così radicalmente nel corso degli ultimi 40 anni, da far si che oggettivamente diventi assolutamente improponibile qualsiasi parallelismo con la stagione del terrorismo che sconvolse il paese a cavallo degli anni 70.

Quaranta anni fa, sull'onda della rivoluzione cubana e della contrapposizione ideologica fra comunismo e capitalismo, l'immaginario collettivo era fondalmentalmente ancora così ingenuo da prendere in considerazione la possibilità di sovvertire l'ordine costituito attraverso la pratica della lotta armata.

La "lotta di classe" era un qualcosa di tangibile, in una società molto semplice e schematica, ...

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Default Europa: L’Apocalisse secondo l’Economist. Traduzione Integrale.

Mente Critica - - 18/05/2012 16:33


Mi sembra opportuno dare la massima diffusione a questo articolo dell’Economist. L’ho tradotto on the fly, senza particolari revisioni e con approccio letterario. Per questo, in coda al post, trovate la versione originale per confrontarla, sempre che ne siate in grado. Si può essere in disaccordo con una visione finanziaria del mondo così come lo sono io, ma un buon riassunto dei fatti, unito ad una professionale ipotesi sulle possibili evoluzioni è, in ogni caso, uno strumento di valutazione prezioso. Nelle righe che seguono troverete molte cose già lette su MenteCritica nel corso dell’ultimo anno e parte delle ipotesi che abbiamo cercato di anticiparvi tempestivamente usando quel po’ di logica di cui disponiamo e le pessime fonti informative in italiano.

Vi prego anche di leggere l’articolo in prospettiva. L’Italia è ad una svolta epocale. Le nostre vite, le nostre famiglie e quello che possediamo, poco o molto che sia, sono in pericolo. Un pericolo più serio di quello che ci viene raccontato. In queste condizioni non esistono ricette valide per tutti e ciascuno è obbligato a percorrere la sua strada. Io cerco di farvi vedere le cose, ma lo stomaco ce lo dovete mettere voi. Buona fortuna a tutti.

 

The Greek run
La Corsa Greca
Non è una buona idea per la Grecia lasciare l’euro, ma è ora di prepararsi alla sua uscita.

“GREXIT” è un brutto termine per quello che potrebbe presto diventare una qualcosa di ancora peggiore: l’uscita della Grecia dalla zona euro. La rabbia di Atene si scontra con la frustrazione della consapevolezza che nel giro di poche settimane potrebbe trovarsi fuori dalla moneta unica. Nel caso che ci sia la “corsa agli sportelli” delle banche greche nel timore della conversione automatica euro/dracma, il destino nefasto potrebbe trovare compimento anche prima.

Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale Syriza in rapida scesa nei sondaggi, è seriamente intenzionato a rinnegare il piano di rientro concordato con i creditori e con l’FMI. I creditori, dal canto loro e nella fattispecie la Germania, ribadiscono giustamente la loro indisponibilità a sottostare al ricatto di nuove trattative.
Nel caso che il 17 giugno prossimo, i ricusatori del piano conquistino la maggioranza come lasciano intendere i sondaggi e rinneghino il patto anti fallimento della Grecia, allora non ci saranno più offerte di fondi per recuperare la situazione. E’ difficile, allora, immaginare un futuro per la Grecia nella moneta unica.

A molti, un esito così nefasto della vicenda precedentemente ritenuto impossibile, incomincia ad apparire inevitabile. Le banche centrali ora discutono apertamente della possibilità che la Grecia possa lasciare l’euro. Mentre l’impossibile diventa lentamente inevitabile, un numero sempre maggiore di persone comincia addirittura a considerarlo desiderabile.

I sostenitori dell’uscita pensano che la Grecia possa trarre vantaggi da una moneta più svalutata e che l’obiettivo di forgiare un’unione fiscale e finanziaria tra i paesi rimanenti in area euro sia facilitato escludendo una nazione che non ha mai sostanzialmente aderito.Ma è sbagliato ritenere che l’uscita della Grecia sia un passaggio semplice o auspicabile. Prima che sia troppo tardi, i politici greci dovrebbero essere trasparenti nel descrivere quello che un’uscita comporterebbe mentre gli altri politici europei dovrebbero fare di più per proteggere il resto dell’Europa nel caso che si verifichi il peggio.

Eirexit, Porxit, Spaxit e Ixit (uscita di Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia)

Incominciamo con i greci. Molti di loro vogliono abbandonare le odiate politiche di austerità a cui attribuiscono la loro disgraziata condizione. Alexis Tsipras e i suoi compagni stanno in qualche modo corroborando l’ipotesi che sia possibile sfuggire in qualche modo all’austerità rimanendo comunque nell’area dell’euro.
La verità è che la Grecia può rimanere nell’euro solo con una drastica riduzione di prezzi e salari il che richiede tagli di bilancio da panico e riforme strutturali. Ciò nonostante, una medicina ancora più amara potrebbe essere necessaria se la Grecia lasciasse l’euro. Il taglio dei fondi stranieri potrà indurre un’austerità ancora peggiore. Sarebbero necessarie una politica monetaria disciplinata e robuste riforme strutturali per avvantaggiarsi con una moneta più debole senza entrare nella spirale di una iper inflazione. Disciplina e riforme non sono concetti popolari nella politica greca.

Inoltre, un’uscita caotica dalla moneta unica potrebbe devastare la vita politica del paese visto che non è esclusa un’espulsione dal mercato unico e dall’unione stessa. Cosa che, come nel 1974, potrebbe trascinare il paese verso la dittatura visto anche l’exploit elettorale dei neo nazisti di Alba Dorata.

Se gli elettori greci meritano più onestà in merito al Grexit, questo vale anche per il resto dei cittadini europei. La Grecia sarà anche un’economia secondaria, ma la sua uscita dall’euro, fuori da politiche di rischio calcolato o pure spacconate, non potrà mai essere considerato un evento secondario. Prima di tutto l’uscita greca con conseguente default del suo debito privato e pubblico, sarebbe una perdita secca per le banche europee, aziende e contribuenti. Questo senza considerare il pericolo di un possibile contagio nell’area delle economie europee deboli (Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda N.d.T.).
Non esistono disposizioni formali per l’abbandono della valuta unica. Correntisti e possessori di titoli di stato in tutta la zona euro vedono incrementare il fattore di rischio sui loro asset e possono risultare vittime dell’uscita, altre nazioni possono andare sotto pressione. A tutt’oggi i tanto sbandierati firewall non possono essere considerati difese sufficienti.

Tutti si sforzano di evitare il disastro. Eppure, la possibilità di un errore di calcolo politico e di panico finanziario lasciano pensare che il peggio può ancora accadere e che può accadere presto. I depositi bancari sono in fuga dalle banche greche a velocità sempre maggiore. Se il panico obbliga la Grecia ad un’uscita ancora prima delle elezioni, questo comprometterà la credibilità di tutte le istituzioni finanziarie europee. Man mano che l’economia greca collassa nell’euro, gli argomenti economici divengono sempre meno consistenti perché i capitali fuggono e i debiti diventano sempre più pesanti. Questo comporterà una bancarotta politica per la Grecia dove il canto delle sirene del populismo può diventare irresistibile.

Queste minacce richiedono azioni urgenti. In primo luogo per contrastare la corsa agli sportelli, la BCE deve essere pronta ad inondare le banche greche con liquidità trasferendo le perdite ai contribuenti europei se la Grecia dovesse poi, comunque, uscire. Poi, per evitare che un’uscita greca possa provocare un crollo di fiducia nei confronti delle economie deboli europee, l’Unione Europea dovrebbe procedere ad un’accelerazione verso un’integrazione fiscale e finanziaria più velocemente di quanto molti politici europei sono disposti ad ammettere. Per proteggere la corsa agli sportelli in Portogallo e Spagna, i politici dovrebbero impostare una sorta di garanzia sui depositi europea. A questo, per tranquillizzare gli investitori sui debiti sovrani europei, andrebbe aggiunta un’accelerazione nella creazione di un meccanismo di mutuo sostegno fra i membri della moneta unica. Gli europei avrebbero dovuto iniziare a lavorare a queste cose nel corso della tregua nella crisi di cui hanno goduto all’inizio del 2012. La Germania si è opposta. Ora, queste azioni vanno fatte in fretta.

Un voto per rafforzare la culla della democrazia

Le elezioni greche sono, nei fatti, un referendum per la permanenza nell’euro. L’esito non è completamente scontato. Una coalizione che si impegnasse a rispettare il piano di salvataggio potrebbe ottenere qualche aiuto dal resto dell’Europa. Nello stesso tempo, con l’ipotesi di una tutela bancaria europea e qualche forma di Eurobond, l’euro potrebbe incominciare a dare l’impressione di poter sopravvivere al rischio di contagio. E se quello greco risulterà un problema isolato, sarà più semplice avviarsi lentamente alla guarigione.

Una sorta di re-ingegnerizzazione finanziaria è una conditio sine qua non per la sopravvivenza della moneta unica. La Grecia si avvia al suo momento della verità. Eppure i politici, specialmente i tedeschi, devono ancora comprendere questa logica, per non parlare del fatto di farla accettare ai loro elettori. La prospettiva di un’uscita greca vuol dire che devono iniziare a conciliarsi con queste idee e devono farlo subito.

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Italia: Fuggire o morire?

Italia dall'estero - - 18/05/2012 13:00


Il paese patisce enormemente le conseguenze della crisi del debito pubblico e le misure di austerità imposte del governo. Giovani laureati emigrano in massa – e molti disperati si tolgono la vita.

Il paese dei suoi sogni è bagnato dal mare. Ha una forma allungata, migliaia e migliaia di chilometri di coste e alte montagne, il clima è piacevole, c’è buon cibo e vino buono e tesori culturali di ogni epoca della storia occidentale. Daniela M. 32 anni, trattiene a fatica le lacrime quando parla della terra dei suoi sogni. Non avrebbe mai immaginato di doverla abbandonare, forse per sempre. Ma questa è la sua ferma decisione, lasciare l’Italia, perché nel paese dei suoi sogni non esiste una cosa: un futuro per i giovani.

Non vedo altre possibilità“, dice la donna snella con gli occhiali scuri, e la sua voce riprende sicurezza. E’ tutto pronto, in estate prenderà l’aereo per andare in Australia. Dopotutto, anche lì ci sono un clima mite e il mare ad attenderla – e un lavoro.

Le ha tentate tutte dopo aver finito gli studi. Non si contano le domande di impiego che ha spedito. “Dalla maggior parte non ho nemmeno ricevuto una risposta.” Nessuno ha voluto assumere la giovane architetto, almeno per non più di sei mesi. Infine ha accettato un lavoro qualsiasi, in un call center ha dato consigli a clienti impazienti, ha fatto la cameriera. Ha guadagnato veramente poco, troppo poco per vivere, troppo per morire. E così vive con i suoi genitori in un piccolo appartamento nei pressi di Roma, perché, come si può vivere con poche centinaia di euro in una città costosa come Roma?

La maggior parte non ha più alcuna speranza

A M. non piace parlare della sua storia, ma stare tra persone che la pensano come lei l’aiuta. Decine di giovani sono arrivati per un convegno chiamato “Emigrazione 2.0” che si è tenuto in una ex discoteca di Roma. Hanno un buon curriculum formativo ma sono senza lavoro fisso. La maggior parte tra l’altro non ha alcuna speranza di ottenerlo. La crisi finanziaria ha fatto salire il tasso di disoccupazione al 9,4 per cento. La cosa più grave è che colpisce i giovani. Un 35enne su tre e un 25enne su due non ha un lavoro. Sempre più giovani hanno a che fare con un lavoro temporaneo e mal pagato. Ciò consente ai datori di lavoro di risparmiare molto, mentre i lavoratori precari non hanno quasi diritti.

E non finisce qui, perché il governo vuole modificare l’art. 18. E mentre combatte con i sindacati, la disperazione dilaga, da questo punto di vista il cambiamento di governo avvenuto nel 2011 ha cambiato poco. Dopo un breve periodo di sollievo, la crisi colpisce molti con tutta la sua forza. Sempre più giovani vedono un’unica via d’uscita: lasciare l’Italia, in particolare proprio quelli di cui il paese avrebbe così tanto bisogno: personale altamente qualificato, docenti universitari, medici, architetti, ingegneri. Circa 600.000 negli ultimi dieci anni.

Particolarmente forte è l’esodo proveniente dall’arretrato Sud. Ma anche dal nord si parte per andare lontano. “Questi giovani non si accontentano di giocare in serie B, vogliono restare in serie A“, spiega il demografo Alessandro Rosina.

Del resto l’emigrazione non è un fenomeno nuovo in Italia, a partire dal 19° secolo ci sono sempre state ondate di emigranti, soprattutto verso l’America e l’Australia. Ma a differenza dell’ultima ondata, avvenuta negli anni ‘60 e ‘70, non sono più prevalentemente i lavoratori non qualificati a cercare la loro fortuna all’estero, anche al di là delle Alpi. “Questa è una forma di emigrazione finora sconosciuta in Italia“, spiega Gabriele di Mascio della UIM, che si occupa e segue gli italiani all’estero – e coloro che vogliono emigrare. E’ uno dei padri fondatori del convegno “Emigrazione 2.0” e si sorprende del grande afflusso [di partecipanti]. Dovrebbero seguirne altri, il prossimo a Londra, una delle mete preferite per i giovani italiani, e forse anche a Berlino.

Secondo le statistiche, un suicidio al giorno

Ma non tutti hanno il coraggio di emigrare. Lucia (28), un ingegnere disoccupato, non vedeva via d’uscita dalla miseria. Si è gettata da un balcone a Cosenza. “Non riusciva più a vivere in questa Italia, non ha visto altra soluzione” ha scritto la madre in una lettera aperta al giornale locale.

In questi giorni storie quotidiane come queste creano sgomento negli italiani, ogni giorno i media raccontano di persone che si tolgono la vita – a causa della crisi. Alcuni ricorrono a mezzi estremi per protesta: un operaio a Bologna si è dato fuoco morendo giorni dopo, a fine marzo anche un operaio edile marocchino si è dato fuoco davanti al municipio di Verona perché senza stipendio da quattro mesi. Una persona disabile, che aveva chiesto invano il rimborso delle spese per le terapie mediche, poco prima di una visita del Primo Ministro Mario Monti a Napoli, si è dato fuoco.

Ci sono anche pensionati a cui è stata ridotta la pensione e per questo la fanno finita, come recentemente è successo ad una signora siciliana. E ci sono anche capaci imprenditori ridotti sul lastrico, piccoli e medi imprenditori, la spina dorsale dell’economia: sono colpiti dalla mancanza di ordinazioni, aggravati da mancate riscossioni del credito e ritardati pagamenti dei fornitori e clienti.

Dal 2008 al 2011 sono fallite più di 40.000 aziende e secondo una statistica solo nel 2011 la crisi ha portato al suicidio una persona al giorno. L’associazione artigiana parla anche di oltre 1000 suicidi, un aumento del 24 per cento dal 2008, dato che nel 2012 forse verrà superato. E chi ha un lavoro, teme per il futuro. Gli stipendi a reddito fisso sono in netto calo, in compenso aumentano i prelievi fiscali e le tasse imposti dalla politica di rigore del governo. I consumi diminuiscono, i ristoranti non sono certi di poter restare ancora aperti, nei centri storici sempre più negozi chiudono, perché non possono più pagare l’affitto. Il 2012 potrebbe essere l’anno economicamente più difficile per l’Italia dal 1945.

Non posso più aspettare che le riforme di Monti diano i loro frutti“, dice Michele F. (30), tecnico informatico, ma che oggi in Italia ha difficoltà [a trovare lavoro]. Andrà a Londra. Suo fratello vive già lì, è un medico, lo ha aiutato a trovare un posto di programmatore pagato meglio. “Londra mi aspetta”, dice con tono deciso, cercando di sorridere.

[Articolo originale "Italien: Eine Flucht in die Ferne – oder in den Tod" di Kordula Dörfler ]

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Perché Saviano è Saviano!

Mente Critica - - 18/05/2012 11:00


(Ti prego, non essere troppo dura con loro).

Siamo sopravvissuti al Festival della Parola Italiana di SanSaviano, una tre giorni che psicofisicamente vale come una mesata di addestramento intensivo in un reparto di sminatori in Iraq. Io mi sono salvata da questa Telethonnellata di buonismo solo grazie al sonno che mi ha pietosamente addormentato il gulliver stremato dal wordboarding, una nuova tortura che consiste nel mandarti giù a forza con l’imbuto litri e litri di concetti assolutamente corretti ed incontestabili che ricordano moltissimo il primo comandamento.

(Ti scongiuro, controlla l’aggressività).

Se dovessi stare al gioco del programma, la mia parola oggi sarebbe PROLISSITA’.
Quanti aggettivi, pronomi, articoli, complementi oggetto, soggetti e predicati in forma sciolta ed impacchettata sotto vuoto spinto, abbiamo ascoltato. E poi anacoluti, metafore, prose, poemi, ditirambi e proclami. Ogni sera fino ad oltre mezzanotte, per giunta.
Avrei una curiosità da soddisfare: perché la televisione italiana, che sia quella tossica a neuroni zero o quella impegnata ed ampollosa dei teledispenser di Verità non riesce a dotarsi di un minimo di capacità di sintesi? Non dico l’haiku, ma insomma.

Tanto per fare un paio di esempi americani, e che non sembrino paragoni blasfemi, i talk show serali di Jay Leno e David Letterman durano un’oretta, interruzioni comprese. In un’ora riescono a farci stare: il monologo satirico del conduttore, due o tre rubriche, l’intervista ad un paio di ospiti, un numero musicale o due e, appunto, la pubblicità. Non si addormenta nessuno. Da noi, senza RedBull direttamente in vena non si va oltre la boa dell’ora e mezza di questi spettacoli fiume, di queste orge di verbosità autoreferenziale. Siamo sicuri che quei 3 milioni di spettatori per SanSaviano fossero tutti svegli e non fossero televisori accesi e basta di fronte a orde di comatosi ormai andati?

(No, non essere troppo sadica, dai!)

I telepredicatori, dicevo. Almeno quelli classici te ce mannano, all’occorrenza. Si incazzano, ammoniscono le anime prave, se la pigliano con il governo, incendiano gli animi e a volte qualche libro sacro.
Si, è vero che ogni volta che Saviano parla un roveto prende fuoco, ma dopo aver sentito descritti i danni provocati dall’amianto, le tragedie varie, i soprusi più odiosi e i mali delle mafie, non riusciamo a trovare mai risposte ai nostri inevitabili: “E allora che facciamo? Che proponi per il cambiamento?” E’ l’industria dell’indignazione, certo, ma fine a sé stessa e confinante con il gattopardismo. E’ marketing delle sopracciglia aggrottate, dello sdegno a profusione. Un club esclusivissimo dove, è incredibile, sono tutti dalla parte giusta, tutti buoni e tutti che ce lo fanno pesare fino a spappolarceli.
Insomma, alla lunga il gioco stanca e, se tempo fa ci aveva pure incantato, dopo anni di televisione a monoscopio piatto, non so, sarà la crisi e lo stato di incazzatura permanente, ma ci viene voglia di dire bello chiaro e forte che  ”Quello che non ho” è come la Corazzata Potemkin.

(No, dai, lascialo stare, mollalo, non fargli male).

Fazio. E diciamolo allora. La cosa che mi dà più fastidio di lui è il modo in cui usa come scudi umani dei poveri morti che non possono più parlare né ribellarsi, dimostrando una predilezione particolare alquanto sadica per  i poeti come Pasolini e De André,  gente che era tutt’altro che buonista da viva. Pasolini, soprattutto, che si racconta fosse incline a perdere le staffe e ad aggredire perfino fisicamente i suoi interlocutori. De André era addirittura anarchico, figuriamoci se avrebbe gradito di passare per santino istituzionale.
I poeti non sono delle mammolette alla Moccia, ma vogliono vedere il sangue di Ignacio nell’arena. Omero ha descritto guerre, stragi, stupri, massacri. Non parliamo di Shakespeare. La cultura, se è solo constatazione del decesso della speranza ed addestramento alla rassegnazione, non serve a nulla e fa solo rabbia a chi è ancora vivo e ha voglia di lottare contro i suoi mulini a vento.
Fazio urta i nervi anche per come finge di scandalizzarsi quando la Littizzetto interpreta, come da copione, il bambino che gioca con la cacca nel salotto buono mentre le signore prendono il tè. Vuole sembrare il chierichetto che si scandalizza di fronte alla tonaca alzata ma è uno che la sa lunga.

(Non starai esagerando?)

La televisione di Fazio e del suo Guildenstern Saviano, pur apparendo una versione colta ed intellettuale del Tenerone, è una televisione violenta  perché usa il buonismo come arma ricattatoria. Ti mette contro il muro tappandoti la bocca ed obbligandoti ad essere per forza d’accordo con lei.

Chi potrebbe mai infatti permettersi di non essere CONTRO la violenza alle donne, CONTRO le vittime di mafia o di amianto, CONTRO l’inquinamento e CONTRO tutto ciò che è politicamente corretto? E’ come quando su Facebook pubblicano la foto del bimbo malato di cancro e se non condividi sei una merda.
E’ una televisione che non ti rende affatto più buono ma che scatena semmai una reazione opposta e contraria. Ti fa venir voglia di trasgredire, di lasciarti scappare un bel “e chemmefrega”. Saviano accende i roveti ma potrebbe anche accendere un diavolo in te.
E’ una televisione violenta perché falsa, perché, per la legge della probabilità, quelli che ti vengono presentati come i suoi sacerdoti ed oracoli non possono essere tutti dei geni, dei grandi, degli esimi dei in terra scesi dall’Olimpo a miracol mostrare. Soprattutto non è carino che se lo dicano a vicenda. E’ leccaculismo a 69 a livelli cosmici. Al Festival di SanSaviano vincono tutti perché sono tutti numeri uno, non c’è nemmeno un Cagnotto.
Fazio non se ne rende conto ma il profeta Pasolini, il suo Pasolini, in “Salò”, ha descritto questa violenza e questa televisione. Anche la sua.

(Ora ti massacreranno, lo sai.)

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Al legaiolo non far sapere, quanto son buone le pere nel sedere

Mente Critica - - 18/05/2012 10:00


(Il titolo non c’entra nulla, ma tant’è.)

Ora vorrei dirti, legaiolo padano: “Complimenti!”

Le mie più sentite congratulazioni a te e famiglia, per aver abdicato l’ultimo sprazzo della tua intelligenza al potere leghista del bossi. Quante volte negli anni, ho letto le vostre elucubrazioni idiote restando stupita dinnanzi alla vostra stupidità! Eppure mi dicevo che un senso dovevate averlo – anche se non l’ho mai trovato – che in fondo eravate capaci di credere in qualcosa, e poco importava che fosse il dio Po.

Complimenti! Avete tolto i vostri figli da scuola a 14 anni, e gli avete insegnato quel che vi diceva il bossi, ovvero che per fare grande il nord dovevate lavorare, lavorare e lavorare. Avete fatto crescere i vostri figli nell’ignoranza e nella fatica da placare con l’alcol del sabato sera, che però garantiva di stare alla guida di una bella auto, e costruire la villetta a schiera col giardino davanti e di dietro, segno del benessere padano del sogno realizzato.

Bravi! Come un piccolo esercito vi siete prestati alle parate ridicol-chic, che era sempre carnevale, con indiani padani, celti padani, crociati padani, giussani padani, e i miei sempre amati elmetti cornuti. Anche i bambini, tunica e spadoni, per imparare che bossi prima o poi vi avrebbe portato alla secessione, al distacco dall’italica civiltà italiana, di roma ladrona, delle mafie del sud del parlamento italiano su cui bisognava sputare.

prima pagina di “La Padania” del 13-6-1998

Voi sotto il palco ad osannare quel che restava di bossi, e del figlio – il principe ereditario – la trota che sarebbe diventata un delfino; calderoli e l’abominevole sacco di merda borghezio, il lombrosiano maroni, e il cota, lo zaia, il tosi, la rosi mauro. Il vostro governo promesso, del parlamento che non c’era. Tutti eccitati ad applaudire le sparate dei vostri condottieri, sulle pallottole e sulla guerra di secessione, sui ladroni di Roma, e sui soldi padani che dovevano restare in padania. Le vostre tasse e i vostri sacrifici, che dovevano restare a casa vostra. La vostra patria.

Quella patria da difendere cacciando indietro il nemico in palandrana “i islamici”, “i zingari” da incendiare. I bambini negri da lasciar senza cibo nelle scuole padane, che insegnavano la fantastica storia di una nazione inesistente, creata appositamente per voi in una baita di Ponte di legno, dove scorrevano fiumi di vino e mari di polenta taragna, alla faccia vostra, della vostra fatica, e del vostro credo malato.

Complimenti! Siete stati degli ottimi soldati. Avete lavorato indefessamente, avete sfruttato gli edili albanesi prima e i romeni dopo. Avete sfruttato le donne russe alle quali avete affidato la cura dei vostri parenti, avete abusato (spesso ucciso) le puttane nigeriane, e tutte le altre razze “inferiori” a borghezio, in base alle loro peculiarità. Avete messo al bando il kebab, imposto il maiale (cannibali) nelle mense scolastiche, e salvaguardato la vostra discendenza ariana persino con il tiro alla fune e il lancio del porco nelle pozze di fango.

Bravi! Il vostro sacrificio è stato ripagato, anzi “ripaghettato”, con tutto quel che oggi emerge dalla marea nera di merda che avvolge la vostra famiglia reale. Ladri, profittatori, predoni, malfattori. Un partito politico creato solo ed esclusivamente per arricchire un manipolo di ladri, bugiardi, usi a fingere di avere una laurea o di comprarne una in Albania. Gentaglia che per farvi credere di avere un’idea andava in Austria a dar lezioni di nazifascismo. Ignoranti beceri che pur avendo sputato sopra all’odiata Italia, non se la sono sentita di abbandonare la stanza della cassaforte da depredare, riportando sì i soldi italiani in padania, ma a casa loro, nelle loro tasche, nel loro benessere da ladri, e dei loro figli – principi ereditari – che non solo sono ignoranti, ma non hanno nemmeno un callo sulle mani, a dispetto dei vostri figli educati, almeno, alla fatica.

Ma i miei complimenti più sentiti vadano agli operai delle fabbriche. Tutti quelli che ebbero il coraggio di ammettere di aver passato una vita ad adorare Berlinguer, e che poi, un giorno, staccati dalla catena di montaggio, nel chiuso della cabina elettorale, ebbero il coraggio di fare la ics sul simbolo della Lega.

Vi auguro con tutto il cuore di poter sempre pensare e ricordare che ogni euro tolto dalle vostre buste paga, dalle vostre tasche, e dalla vostra vita è andato a fare d’oro la vita di gente come quella che ho nominato fin qui. Trota compreso, con la sua paghetta mensile – argent de poche – di 5.000 euro.

Agli altri legaioli auguro il coraggio di andare a Gemonio, guardare sulla collina e percepire la villa gialla alla stregua di un campo rom da liberare.

net tags:dio porco -

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Presunti membri delle Brigate Rosse incitano alla “rivoluzione” da un’aula di tribunale

Italia dall'estero - - 18/05/2012 07:36


MILANO (Reuters) – Martedì scorso, alcuni presunti membri di un gruppo legato alle Brigate Rosse, formazione italiana di estrema sinistra, hanno invocato la rivoluzione armata in tribunale, aumentando le preoccupazioni sulla violenza politica, in seguito al ferimento di un senior manager da parte di un gruppo anarchico la settimana scorsa.

“Questo è il momento giusto, viva la rivoluzione”, ha detto Alfredo Davanzo, uno dei presunti membri delle Nuove Brigate Rosse, eredi del violento gruppo che terrorizzò l’Italia negli anni ‘70, all’inizio di un processo d’appello a Milano.

Né Davanzo, né gli altri 11 imputati del processo sono legati all’attacco, avvenuto la scorsa settimana, ai danni di Roberto Adinolfi, amministratore delegato della società di ingegneria nucleare Ansaldo Nucleare, ferito ad una gamba da colpi di pistola sparati da due uomini dal volto coperto a bordo di una motocicletta.

Anche la principale agenzia di riscossione italiana, Equitalia, è stata destinataria di pacchi bomba nelle ultime settimane.
“Noi non dobbiamo né giustificarci né difenderci da niente, è una questione politica”, ha detto Vincenzo Sisi, uno dei coimputati insieme a Davanzo, in una dichiarazione alla corte.
“Ma guardando alla catastrofe del capitalismo, non c’è altra via d’uscita se non la lotta armata”.

Il gruppo originario delle Brigate Rosse è stato ampiamente sgominato già nei primi anni ‘80, ma una nuova generazione, che rivendica l’eredità del movimento ed è chiamata Nuove Brigate Rosse, è emersa negli anni ‘90, senza però essere riuscita neanche lontanamente ad ottenere l’impatto dei suoi precursori.
Tuttavia il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha detto che la minaccia del risveglio di gruppi estremisti violenti è seria e ha indetto una riunione straordinaria del comitato per la sicurezza nazionale questo giovedì.

La crescente rabbia dell’opinione pubblica contro le misure di austerità imposte per combattere la crisi finanziaria dell’Italia unita alla crescente sfiducia verso i principali partiti politici travolti dagli scandali hanno contribuito ad alimentare le paure di un ritorno di violenti movimenti di opposizione in stile anni ’70.

Un gruppo anarchico chiamato Federazione Anarchica Informale ha rivendicato la responsabilità del ferimento di Adinolfi e ha affermato di voler colpire ancora.
Il gruppo, che non è collegato ai marxisti-leninisti delle Brigate Rosse, in passato ha affermato di aver inviato pacchi bomba a note personalità, tra cui il vertice di Deutsche Bank, Josef Ackermann, e il direttore di Equitalia, che ha perso un dito al momento dell’esplosione della bomba.

I 12 presunti membri delle Nuove Brigate Rosse stanno affrontando un nuovo processo dopo che la corte d’appello ha revocato per ragioni legali le accuse di terrorismo tra cui il possesso di armi. Precedentemente erano stati condannati a pene detentive fra i 4 ed i 14 anni.

[Articolo originale "Italian Red Brigade suspects call in court for "revolution" " di James Mackenzie]

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ANNUNCIO: Conferenza Tullio Simoncini

Luogo comune - - 18/05/2012 06:00

Sabato 19 Maggio 2012, presso la Libreria Rinascita di Ascoli Piceno, alle ore 17, il Dott. Tullio Simoncini terrà una conferenza dal titolo “Rivoluzione in Oncologia: Il Cancro è un fungo”.

L’incontro rientra nel programma di attività organizzate dal CriVEo (Centro Ricerche Verità Occultate) che è reduce da una iniziativa contro le Scie Chimiche che nei giorni scorsi ha riempito le sale e i gazebi informativi sul triste fenomeno.

Il dott. Simoncini sarà presentato da Carlo Cruciani che introdurrà l’argomento della Libertà di Cura e di Scelta terapeutica.

Per informazioni: CRiVeo- Zona Ind. Marino del Tronto- Ascoli Piceno- Tel. 3200827818 - criveo@libero.it

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Le elezioni comunali italiane vedono rialzi per la sinistra e i movimenti popolari

Italia dall'estero - - 18/05/2012 04:25


Il centro-sinistra ed i partiti di protesta si sono rafforzati nel corso delle elezioni comunali italiane, in un diffuso malcontento nei confronti della campagna per l’austerità del governo.

Il Popolo della Libertà, partito di centro-destra dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ha ottenuto risultati particolarmente negativi, con la maggioranza dei voti scrutinati.

Il partito di protesta del comico Beppe Grillo, chiamato Movimento Cinque Stelle, ha ottenuto quasi il 20% nella città di Parma, abbastanza da raggiungere il ballottaggio.

I tecnocrati sono al potere a livello centrale.
Le elezioni amministrative in più di 900 città e paesi sono il primo importante test politico per il governo tecnico di Mario Monti, entrato in carica a novembre.

Nel fine settimana, anche le elezioni nazionali in Francia ed in Grecia hanno evidenziato grandi oscillazioni a sinistra.

Il maggior partito del centro-sinistra, il Partito Democratico, è parte della coalizione di Monti ed è uscito rafforzato dalle elezioni amministrative.

Invece il PDL, fondato da Silvio Berlusconi ma ora guidato da uno dei suoi alleati, nella tarda giornata di lunedì ha fatto registrare solo l’11,3%.

Uno dei deputati del partito, l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa, ha detto: “Abbiamo sbagliato i candidati”. “Siamo ossessionati dal trovare persone di bella presenza, senza sapere se abbiano una qualche esperienza o meno, mentre la gente vuole candidati affidabili,” ha affermato, citato dall’agenzia di stampa AFP.

Il comico Beppe Grillo ha fatto largo uso dei social network per osteggiare l’adesione dell’Italia all’eurozona. È ben noto per i suoi attacchi alle istituzioni politiche.
Ha definito il voto “un cambiamento epico”, in un messaggio su YouTube.
“E questo è soltanto l’inizio. I partiti si sciolgono in una diarrea politica. I cittadini si stanno riprendendo le istituzioni”.

Alan Johnston, inviato della BBC a Roma, sostiene che il signor Grillo ha scosso l’ordine convenzionale e sembra aver davvero fatto sentire la sua presenza nella politica italiana.
A Palermo, in Sicilia, i due candidati del centro-sinistra andranno al ballottaggio per la carica di sindaco. Un ex sindaco noto per aver contrastato la Mafia, Leoluca Orlando del partito Italia dei Valori, era in testa con quasi il 47%. Nella città portuale di Genova, il centro-sinistra ha ottenuto quasi il 49%.

I risultati sono osservati con particolare attenzione, poiché il prossimo anno in Italia sono previste le elezioni nazionali. Il voto ha avuto luogo nel corso di due giornate – domenica e lunedì (6-7 maggio, N.d.T.) – con circa nove milioni di elettori italiani.
Il partito di destra della Lega Nord, invischiato in uno scandalo relativo ai finanziamenti di partito che vede coinvolto l’ex leader Umberto Bossi, ha ottenuto perlopiù scarsi risultati. Ma a Verona, l’attuale sindaco Flavio Tosi, della Lega Nord, è stato rieletto.

[Articolo originale "Italy local election sees gains for left and grassroots" di BBC News]

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440: Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale

Mente Critica - - 17/05/2012 15:37


A 440 la stampa italiana e questo sito gridavano alla catastrofe richiedendo decisioni immediate. “Fate presto”, titolava la gazzetta dello sport gialla. Su Facebook e Twitter, Berlusconi, le tette della Minetti e Tremonti venivano messi in croce a colpi di “mi piace” (sopratutto le tette della minetti) e retweet.

Noi, modestamente, siamo rimasti fedeli alla linea. Dopo una luna di miele di 48 ore, abbiamo schedato monti, forneri, passere e severini e mentre lo spread precipitava da 440 a 362 in poche ore fra i fuochi artificiali dei lecchini e di milioni di credenti di babbo natale, qui si dichiarava ufficialmente guerra a Monti perché chi scrive è uomo all’antica e, anche se militarmente avvezzo all’attacco alla schiena senza preavviso, quando si tratta di discutere e non di sparare, preferisce fare le cose con una certa formalità.

Oggi a 440 i cazzi sembrano essere solo della Grecia. La gazzetta dello sport gialla, il corriere della pravda e la repubblica delle banane ci hanno spiegato in tutte le salse che gran salame nel culo sarebbe per i greci uscire dall’euro. Mutui, conti correnti, svalutazione, insomma una specie di disastro. Lo sappiamo cosa vuol dire per una nazione di quaqquaraquà come la Grecia (e l’Italia e la Spagna) uscire dall’euro. L

o sappiamo da molto prima che giornalistoni con le paghe a sei cifre ci venissero a raccontare i misteri che si nascondono dietro l’uovo sodo. Quindi, per favore, smettetela di rompere il cazzo. Se proprio volete raccontare a qualcuno quanto è fesso a uscire dall’euro e a riprendersi la dracma, per favore andate a rompere le palle ai greci.
Che vi pensate? Che noi alziamo i telefoni e chiamiamo Michele, l’amico che sta a Atene, e gli diciamo: Miché, bellu du frate, non uscire dall’euro ca ‘ncopp o corriere ce sta scritto ca te pigli nu grandissimo cazzo m’occa. (“Michele, caro fratello, non consentire alla tua rappresentanza politica di uscire dall’euro perché sul Corriere c’è scritto che ciò ti causerebbe grave nocumento”. Glielo diciamo in campano perché Michele si è fatto ingegnere a Napoli e capisce meglio il dialetto che l’italiano).

Ho un paio di notizie da dare ai signori giornalistoni pregiatissimi e pagatissimi servi del sistema.
La prima è che io a Michele non lo chiamo e non gli scrivo. Ci saranno già i giornalistoni suoi che gli raccontano palle, perché mi devo mettere a raccontargli pure le palle mie di esportazione?
La seconda è che, un po’ alla volta, mi sono convinto del fatto che la Grecia esca dall’euro hanno più paura gli altri europei che i greci stessi.

Certo, a nessuno piace buttarsi dal terzo piano, ma se la casa sta bruciando la tentazione ti può venire.
Chissà, se io fossi Michele direi: Ma sa che te dico. Mo non dò cchiù ‘na lira a nisciuno e vediamo che succede, come vi apparate voi, la BCE e l’anema di chi v’è stramuorto (“Ma sai cosa ti dico? Adesso non intendo più onorare i miei debiti e vediamo come vi sistemate voi creditori, la BCE e le anime dei vostri cari estinti”).

Vediamo. Poco ci credo, perché, più o meno io e Michele siamo della stessa razza. Mezze pugnette a Atene e mezze pugnette a Roma. Alla fine ho il sospetto che pure Michele si calerà il calzone per l’ennesima volta e si prenderà un’altra trentina di centimetri di turgida mazza.

A noi questo ci tocca. Prenderlo nel culo. Ci consoliamo con i nostri salvatori; Monti, Grillo, Saviano, Fazio, Santoro e Napolitano. Loro ci salvano e gli anarchici informali ci vendicano colpendo al cuore dello stato gente che cammina indifesa per strada e i fantozzi di equitalia che, prima o poi, avranno la scorta come Monti e Saviano.

Certo che a raccontarla in questo modo più che fare incazzare fa ridere, ma le mezze pugnette non hanno nemmeno diritto ad una morte tragica. Si spengono nel ridicolo. E questo, se vogliamo, è profondamente equo.

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