Ti trovi qui: Aggregatore di feed / Categorie / Informazione libera

Informazione libera


falling down (the first of)

Mente Critica - - 08/02/2012 19:58


dfc: Ecco, dottore, sono un po’ imbarazzato nel confessarlo … A volte non sono sicuro del fatto che una situazione che sto vivendo sia reale o no.
doc: Potrebbe spiegarsi meglio, per favore.
dfc: Vediamo. Da un po’ di tempo i miei sogni sono molto realistici. Non riesco a capire se sto sognando o se sto vivendo una situazione reale.
doc: Capisco. In realtà, non credo che lei abbia cambiato il modo di sognare. Forse, più semplicemente, la sua capacità critica si è leggermente attenuata. E’ un effetto collaterale della terapia farmacologica che stiamo seguendo. Non c’è da preoccuparsi. Man mano che diminuiremo le dosi lei ridiventerà capace di valutare correttamente il contesto. Come prima.
dfc: Ah, bene. Mi sembra una buona notizia. Solo che quando mi manca il fiato e non riesco a respirare mi sembra di morire. E questo sta capitando ogni notte ormai.
doc: A lei non manca il fiato signor Dfc. Lei soffre di apnee notturne non ostruttive. In pratica il suo cervello dimentica di respirare. L’effetto è amplificato dal triazolam. Forse è il caso di diminuire gradualmente la dose. Ci vorrà qualche giorno. Un paio di settimane.
dfc: E nel frattempo dottore, quando sogno essere richiuso in una camera senza ossigeno come mi regolo?
doc: Dovrebbe andare al letto con le bombole, hahahaha (ride. da solo). Guardi, le insegno un piccolo trucco. Ci pensi la sera prima di addormentarsi. Mi dia la mano, ecco tenga il palmo verso il basso. Non abbia paura dell’accendino, appena sente il calore tiri via la mano. I suoi sogni possono essere realistici quanto vuole, ma difficilmente si possono sognare gli odori e il dolore se non scatenati da un evento reale esterno. Saremmo nel caso di una grave psicosi. Non siamo ancora in quelle condizioni.

Non posso fare a meno di notare quell’”ancora” lasciato cadere lì per caso. Lui accende l’accendino sotto il mio palmo. Io aspetto. Dopo 10 secondi inizio a preoccuparmi. Guardo il dottore. Lui continua a tenere l’accendino sotto il palmo della mia mano e sorride. Sarà passato un minuto. Che sia una specie di trucco? Un fuoco freddo. Il dottore mi tiene ancora la mano. L’accendino è acceso, ma non sento nulla, né dolore, né calore. Tiro via la mano, guardo il palmo. E’ liscio, fresco, roseo. Mi sveglio.

Sono seduto sul cesso. Ho le spalle gelide e la tosse mi scuote. Cazzo, mi sono addormentato di nuovo sul cesso. Ho tanta paura di sognare che la notte faccio tardissimo. A volte mi chiudo nel cesso ad ascoltare la radio che, adesso, emette solo un fruscio. Mi alzo. Ho le gambe rigide. Prima di uscire guardo la mensola con il dopobarba. Lo apro e ne sento l’odore di alcol. Ok. Anche se in sogno, il consiglio dato dal dottore mi sembra ragionevole. Apro la porta per uscire e cado nel vuoto.

Sole, mare, nubi, montagne, mare. Tutto gira vorticosamente. Non riesco a rappezzare un sistema di riferimento. Sento il pantalone del pigiama sbattermi violentemente sulle cosce ed il vento gelido romba violentissimo nelle mie orecchie. Dio, devo stabilizzarmi. Apro le braccia e le gambe in posizione di massima resistenza e dopo qualche altro giro pigro eccomi rivolto con il viso verso la terra che si avvicina velocemente. Sto cadendo e da quel poco che riesco a capire da un’altitudine non inferiore ai quindicimila metri visto che riesco quasi a percepire la curvatura terrestre. Sotto di me una lunga spiaggia bianca deserta e poi il mare scurissimo. No, non può essere vero. Come sono arrivato qui e a quest’altitudine c’è pochissimo ossigeno. Dovrei aver difficoltà persino a respirare. Infatti, inizio subito a soffocare, apro la bocca e cerco di respirare affannosamente. Mi sveglio.

Sono seduto sul cesso. Ho le spalle gelide e la tosse mi scuote. prima di muovere un solo muscolo fisso per un po’ il led arancione della luce notturna. La radio trasmette un pezzo jazz. Il volume è bassissimo. Mi alzo. Sulla mensola non c’è nessun dopobarba anche perché io non ho mai usato dopobarba. Apro la porta. Stavolta, prima di muovere un passo, guardo nel corridoio. E’ scuro e solido. Nessun precipizio in cui saltare senza paracadute. Cercando di non fare rumore arrivo in soggiorno. Mancano 20 minuti alle sei. Fuori è ancora scuro. Il termometro segna meno 10. E’ tutto molto plausibile, ma non voglio correre rischi. Mi siedo in cucina, con le spalle appoggiate al lungo termosifone. Guardo fuori la roccia illuminata dalla luna piena. E’ lucida, reale. Nel cielo ci sono milioni di stelle. Chiudo per un attimo gli occhi e poggio la testa. Mi sveglio.

Categorie: Informazione libera

B- Bankers

Mente Critica - - 08/02/2012 15:17


«Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale.» Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno.

Mario 9000 sarebbe anche un’intelligenza artificiale simpatica, se non avesse attorno delle vecchie befane che ci fanno girare i coglioni con i loro discorsi da zie ricche di merda. Se non avesse attorno dei banchieri, anch’essi di merda che, siccome non hanno più un euro perché se li sono fottuti tutti a giocare al Gran Casino Borsa Mondiale, vogliono toglierci il posto fisso così hanno la scusa per non erogare più i loro mutui del cazzo. Eh si, ci eravamo un po’ illusi che gli invasori ultracorpi sciolti fossero benevoli, ma si stanno rivelando i rettiliani che sono. Invasori finto-buoni come i Visitors, ricordate la serie di fantascemenza degli anni ’80? Elsa piange come la madonnina di Civitavecchia e noi ci caschiamo, ma sotto la scorza da borghesona torinese con il tailleur di Chanel anni ’60 – a proposito di modernità -, ha una bella pelle verde da pitonessa. Un giorno scopriremo che lei e Mario, quando si ritirano nelle loro stanze, ingoiano topi vivi. E lei, la feldmarescialla agli Interni, la suocera che tutti noi vorremmo avere? Cos’è ‘sta storia ancora dei bamboccioni? Vi si è rigato il CD? Perché lei e gli altri B- Bankers parlate sempre e solo ai giovani degli altri e fate i liberisti con i figli degli altri? Sturatevi bene i circuiti, spremetevi il cervellaccio rettiliano e ascoltate. Ma lo sapete che i nostri figli – soprattutto quelli del Sud – sono abituati a percorrere centinaia di chilometri per andare a studiare in Università migliori di quelle della città natale e ad adattarsi ad andare a lavorare anche all’estero, perfino in Padania? E che, se vivono ancora in casa con mamma e papà è perché permettersi di vivere in una casa propria in autonomia finanziaria, in Italia, è un lusso che molti non si possono permettere? Per non parlare del fatto che quella strana forma di vita che si chiama disoccupato, e che voi raramente incontrate nei vostri salotti, campa solo grazie ai soldi della famiglia o addirittura con la pensione di nonna. Di che cazzo sta parlando la superprefetta perfetta? Ci vuole spappolare la minchia con il pestacarne perché, dopo essere andati a lavorare in miniera in Belgio per decenni a farci trattare peggio delle bestie e a farci venire la silicosi, ora noi italiani godiamo di un po’ di meritato benessere? Mi dica, feldy, perché dovete menarcela tutti i giorni e rinfacciarci in loop il fatto di aver fatto carriera da sapientoni, di esservi fatti il culo – proprio proprio senza una spintarella eh? – di essere tanto bravi e noi no? Sfigati, bamboccioni, viziati, gné gné. Sembrate quei piccoli figli di borghesi di merda che ci picchiavano da bambini perché non avevamo la Graziella ultimo modello come loro e perché nostro padre –  Dio lo perdoni – aveva la NSU Prinz. Mi faccia capire, Prefetta di Ferro, perché mi ci sto amminchiando da giorni. All’inizio vi abbiamo dato fiducia perché ci avete denanizzato il governo e ora capiamo anche come avete fatto: agguantando il coso per le aziende e tenendogliele bene strette a morsa. Ci avete fatto capire che il vostro nobile compito è quello di eliminare la giungla di contratti precari che ci ammorbano, per spargere equità a piene mani.
Poi però le professorone se ne escono con la frasetta che non ha nulla di programmatico ma è pura ideologia. L’ideologia del “posto fisso a noi” e in culo a voi. Noi dobbiamo inventarci un nomadismo lavorativo, uno spirito di avventura da senza-radici e senza-legami che non ci appartiene più perché i viaggi all’estero li abbiamo fatti tutti in passato, perché abbiamo riempito con la nostra merda tutte le fottute fogne del mondo, dalle Americhe all’Oceania.  Dobbiamo rinunciare alle radici che, da vecchi alberi secolari, abbiamo messo magari in una cittadina di provincia che, con le sue piccolezze e mancanze, ci piace perché lì conosciamo tutti e la cosa ci dà un bel senso di appartenenza; dobbiamo sacrificar…… no, che facciamo piangere Elsa – perché voi dovete mantenere i prodotti degli schizzi dei vostri mariti in un bel posto fisso, anzi due contemporaneamente, con il culo bello al sicuro, che così si fanno una bella carriera, ammamma? Come la brava mamma cagna Elsa, che ha sistemato la cucciola in un luogo dove non la scardinerà mai nessuno, l’Accademia dei Raccomandati, e che ora viene ad abbaiare la lezioncina a noi come uno stronzettissimo yorkshire con il collare di Swarowsky? Solo per il fatto di costringerci a dar ragione per una volta a Libero, andrebbe presa a schiaffi a tarantella. Vedete, mie care sapientone, che ho ragione, che è l’ultimo stadio della lotta di classe: noi classe dirigente nell’Arca e voi paria in culo al mondo che crolla sotto i colpi che gli abbiamo inferto con la nostra ingordigia?  “Spalmare le tutele”? Cominciate a spalmare la nutella puzzolente da casa vostra. Io però sono più ottimista di Gianalessio perché so che queste situazioni, dove la pretesa del mantenimento di un odioso privilegio da parte della classe dominante è più evidente di uno scarafaggio sul tappeto bianco, prima o poi, storicamente, finiscono nel simpatico gioco di società della Ghigliottina. Voi ci mettete le teste, al resto, compreso al raccoglierle per il definitivo lancio nel cesto alla Shaquille O’Neal, ci pensiamo noi. Sta tutto pagato. E sarà un divertimento folle allenarci con il tiro da tre con le vecchie teste cotonate. Se volete evitare gli inevitabili play-off, rassegnatevi al fatto che dovete sistemare i conti, rimettere in sesto la baracca e levare le tende, magari per andare a cercare l’avventura in qualche remoto ano del mondo da sverginare con la vostra sapienza. Lavorate in silenzio, sistemate i conti, chiudete quelle vecchie fogne sparacazzate e non rompeteci i coglioni, che ogni limite ha una pazienza.

Categorie: Informazione libera

Quegli Stronzi e Incompententi che Gestiscono il Nostro Gas

Mente Critica - - 08/02/2012 11:00


Si chiama “pianificazione”.
E’ quell’arte di simulare possibili scenari futuri con ridotto margine di approssimazione, combinando tra loro tutta una serie di problematiche tanto più ampia quanto più largo è l’orizzonte spaziotemporale preso in esame. Serve a consentire a chi sta al vertice di una certa organizzazione di prendere decisioni in grado di orientarne, per il lasso di tempo preso in esame, esigenze ed opportunità in una certa direzione; e di far fronte agli imprevisti che, sulla base di queste previsioni, potrebbero manifestarsi nello stesso periodo.

A chiunque è capitato di pianificare qualcosa. Dalle cose più semplici alle più complesse. E chiunque sa come si tratti di una delle cose più difficili del mondo.
Difatti salvo il verificarsi di situazioni al limite dell’umana ponderabilità categorizzabili alla voce “eventi di sfiga”, nella vita si può finire nei guai per due soli motivi:
- aver pianificato il futuro con approssimazione;
- averlo pianificato optando per una direzione ad alto tasso di rischio.

Tra le tante cose che mancano alla nostra nazioncina, da anni annoveravo la capacità di pianificazione a medio e lungo termine. Inconsapevolmente mi fidavo ancora di quella a breve.

Emergenza controllata per il gas. Consumi record, è allarme

Fonte: Il Sole 24 Ore

Capito? Siamo nel bel mezzo di una crisi energetica.

Potrebbe essere accettabile in caso di terremoto, alluvione, tsunami, guerra termonucleare globale. Lo trovo meno accettabile se dovuta a un banale allerta meteo per neve e temperature molto rigide. Perché d’inverno solitamente fa freddo, le caldaie sono accese e il loro consumo è pari alla media più o meno il delta del gradiente termico da riscaldare sulla base delle temperature previste. A scongiurare qualsiasi emergenza sarebbero sufficienti un servizio meteorologico decente (e quello non manca, basti guardare lo spazio riservato al meteo sui tiggì nostrani), delle riserve adeguate e dei contratti di ferro coi paesi fornitori.
Ripensandoci, d’estate solitamente fa caldo, i condizionatori sono accesi in pieno giorno eppure i consumi d’energia elettrica dal 1° luglio al 15 agosto, tra le 12 e le 16, vanno in crisi con costanza certosina.
Mi viene il sospetto che non sia stata fatta una corretta pianificazione dei nostri consumi energetici.

L’Italia, succube del gas più di ogni altro paese europeo, incrocia le dita. Si fida delle promesse russe di un progressivo rientro dell’emergenza che ci taglia le forniture (in effetti ieri l’ammanco dalla direttrice nord si è ridotto a poco più del 15% rispetto al 30% della scorsa settimana).

Dunque, siamo nella merda col gas. Quale soluzione al problema, incrociamo le dita e soprattutto ci fidiamo delle promesse russe per venirne fuori. Le note “promesse russe”, sinonimo di certezza e affidabilità. Ora sì che mi sento tranquillo.
Ma come ci siamo finiti, questa volta, nella merda?

Proviamo a considerare la cosa così come la considererebbe un’impresa.
Da tempo si sapeva che la Libia avrebbe potuto dare problemi nell’erogazione del gas: la situazione politica, benché non se ne parli, non è ancora sfociata in un governo stabile del paese. Ma ecco la prima sorpresa.

Da Sud l’Algeria pompa il massimo, ma anche lì con qualche incognita legata all’insolito scenario glaciale che la sta martoriando. E pompa a pieno ritmo anche la Libia, riconnessa. Ma non abbastanza da sostituire gli ammanchi dalla Russia rispetto alla richiesta.

Il problema non è la Libia. E’ la Russia. Quella delle promesse di cui sopra. Quella che da diversi anni litiga con l’Ucraina per il dazio dovuto al passaggio dei metanodotti sul suolo di quest’ultima. Una situazione che non ha mai trovato un epilogo definitivo, passata attraverso colpi di stato più o meno dichiarati, attentati, veleni somministrati a politici di spicco e situazioni che fanno tanto vecchio KGB.

.

In gergo aziendale si chiama “fornitura a rischio”. Quando si presenta una simile evenienza, la procedura standard prevede l’attuazione di tutte le contromisure necessarie a ridurre o quantomeno limitare l’incidenza di questa copertura sul fabbisogno totale. Incidenza che, in questi casi, non dovrebbe superare il 10/15%.
Dal sito del Giornale riesco non senza fatica a estrarre, in mezzo alla solita marea di puttanate, i dati relativi alle fonti d’approvvigionamento di gas naturale dell’Italia:

l’88% del gas utilizzato in Italia arriva attraverso il tubo dei gasdotti e non via nave. Il che si traduce con una dipendenza per oltre i due terzi del fabbisogno nazionale da Algeria (37%) e Russia (30%). E se l’Eni non avesse riavviato la produzione libica (12,5%), come ha detto l’ad Paolo Scaroni, la situazione sarebbe ancor più drammatica.”

A parte quell’8,5% di fornitura di cui non riusciamo a conoscere la provenienza, appare del tutto evidente
che un’importazione dalla Russia pari al 30% del consumo totale sia un fattore di enorme rischio. Cui va aggiunta, per l’appunto, la quota del 12,5% proveniente dalla Libia e non certo considerabile sicura. Che equivale a un totale del 42,5% della domanda italiana di gas naturale a rischio fornitura.

Torniamo al nostro articolo sul Sole.
Nonostante quest’analisi, il mio nazionalismo non incontra brecce e prosegue, solido come una roccia, nella fiducia per le istituzioni.
Un Paese degno di questo nome, mi dico, avrà certamente un piano d’emergenza.

E così la terapia preventiva è già, nei fatti, scattata. Con il via alle prime procedure rivolte alle utenze industriali “interrompibili” (quelle che pagano il gas di meno rendendosi appunto disponibili a tagliare se serve): prime riduzioni autonome ma obbligate.

Eccola, la soluzione.
Come per l’energia elettrica, vi sono delle utenze “interrompibili”: imprese i cui dirigenti hanno deciso di accettare uno sconto sulla bolletta in cambio del rischio d’interruzione in caso d’emergenza.
Va benissimo, ma a quanto ammonta questa quota “interrompibile” sul totale dei consumi?
Turandomi il naso, torno sul sito del Giornale dove scopro, a corollario di un simpatico tentativo di rilancio dell’energia nucleare, che “nel 2010 il 25,4% (dei consumi, ndr) è stato destinato agli usi industriali e il 41,7% (35,8 miliardi di metri cubi) alla produzione di energia elettrica.”.
La quota interrompibile è una frazione di quel 25,4% di consumi che, tutto insieme, è comunque una percentuale inferiore rispetto alla quota russa, molto inferiore rispetto alla nostra “fornitura a rischio”. Mi spiego meglio: nemmeno se in un momento di crisi come quello attuale decidessimo di tagliare tutto il gas “industriale” potremmo far fronte all’eventuale chiusura dei rubinetti da parte delle nostre forniture a rischio.

Significa non possedere una via di fuga, non avere un piano B.
E infatti…

E poi chissà. Il chissà per ora non esiste, rassicura per ora il Governo attraverso il “comitato di crisi gas” riunito ieri (e riconvocato ogni 24 ore) per concludere con una rassicurazione alle famiglie: distacchi mai. «Situazione critica ma ben monitorata» rimarca il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera -cut-

Insomma non abbiamo un piano B, non siamo padroni del nostro futuro ma state tranquilli, stanno osservando per benino tutto quel che succede.

Complimenti per la capacità di pianificazione.

Clicca qui per vedere il video incorporato.

Postilla.
Di fronte alla preoccupazione di trovarsi con le chiappe al gelo, passa quasi sotto silenzio l’ormai prossimo fallimento della Grecia, che trova finalmente una data: il 20 marzo, ultimo giorno d’inverno, è fissato l’inizio della fine dell’Occidente economico così come lo conosciamo.

Categorie: Informazione libera

La “russificazione” della bella Italia

Italia dall'estero - - 08/02/2012 09:55

[The European]


L’italia di oggi assomiglia sempre di più alla Russia degli anni di Eltsin: un Paese segnato dall’esodo di capitale, dalla mancanza di credito e da intransigenti strutture economiche. Il governo Monti sta guardando ad un futuro alquanto difficile.

Le dimissioni di Berlusconi possono essere paragonate al crollo del muro di Berlino: per la Russia, quello storico evento segnò l’inizio di un decennio di violenza, povertà e boria geopolitica. La caduta del re del “Bunga Bunga” rappresenta per l’Italia l’implosione di un modello sociale. Il capo del Governo Mario Monti deve affrontare l’arduo compito di evitare che il 2010 italiano somigli al 1990 russo.

Come accadde in Russia, il capitale sta abbandonando il Paese. Ciò è dovuto al timore di nuove tasse – oltre a quello di una recessione economica ancora più profonda. Questa corsa agli sportelli rappresenta solo un aspetto del problema dominante che colpisce il sistema finanziario. A causa dell’aumento dei rischi riguardanti i prestiti, dal 2008 le banche hanno iniziato a far rientrare i crediti, mettendo in difficoltà economiche molte imprese medio-piccole. Inoltre, undici anni fa l’indice T della Borsa di Milano raggiunse il picco – pari a 49355 – mentre ora è diminuito del 70%.

Esito: le imprese italiane hanno bisogno di soldi, e per gli investitori c’è la possibilità di concludere buoni affari. I soldi della mafia sono a portata di mano. Le organizzazioni criminali godono di un reddito annuo di circa 135 miliardi di euro ed un utile di 70 miliardi di euro: questi capitali devono essere investiti, e l’espansione del potere andrà di pari passo con l’espansione del credito. Il rischio per l’Europa, e per la NATO in generale, è quello di affrontare le minacce di uno Stato “semi-fallito” nel cuore del Mediterraneo.

Finanziariamente parlando, l’Italia soffre di problemi di produttività. La situazione degli affari non è così deficitaria come quella della Russa degli anni ‘90, ma non è in linea con quella degli altri paesi. L’indice di competitività del World Economic Forum pone l’Italia al 48° posto al mondo; uno studio IESE-Ernst & Young sul potere di attrarre investimenti l’ha collocata al 32° posto.

Questi risultati sono dovuti ad una burocrazia italiana malsana e ad un sistema fiscale malato. Il peso delle tasse sui profitti commerciali è pari ad a uno sbalorditivo (e simil-socialista) 68,8%. Le imprese più grandi dipendono ancora dallo Stato: solo alcune non provengono da precendenti monopoli o non si basano su concessioni statali. In pratica, solamente un ristretto numero di ricchi imprenditori controlla le operazioni più importanti e i commerci. Ancora, questa situazione ricorda la Russia: criptici e rigidi esercizi commerciali rimangono al loro posto, prevenendo la nascita di nuove attività o la crescita di quelle di successo. Le poche organizzazioni fiorenti beneficeranno della nuova ondata di privatizzazioni o della vendita di grosse aziende. Una generazione di “oligarchi Italiani” potrebbe presto giungere alla ribalta, così come avvenne in Russia venti anni fa.

Cittadini disillusi accolgono sempre più l’idea di rinunciare all’Euro e di tornare alla Lira. Questa possibilità completerebbe il parallelismo tra un’Italia post-berlusconiana e la Russia successiva al 1989. Nei suoi primi mesi dopo la rinascita, la riesumata Lira verrebbe presa di mira per speculazioni finanziarie, così come accadde al rublo sotto Eltsin. La fuga di capitali subirebbe un’impennata. L’instabilità economica renderebbe impossibili le severe misure finanziarie e l’Italia stamperebbe banconote per coprire l’immenso debito. Così, come per magia, le riesumata Lira diventerebbe il rublo degli anni ‘90!

Inoltre, come nella Russia di allora, la stagnazione economica eserciterebbe un’enorme influenza sulla situazione sociale. Il debito familiare è contenuto, sebbene i cittadini italiani ricevano bassi stipendi rispetto al resto d’Europa. Aumentano povertà e polarizzazione degli introiti, mentre la mobilità sociale è notevolmente diminuita negli ultimi venti anni.

A differenza della Russia, tuttavia, l’Italia può contare su una notevole ricchezza privata, stimata tra 8600 miliardi di Euro – circa 350 mila Euro per nucleo familiare. Soltanto il 22% di questa ricchezza potrebbe ripagare l’intero debito statale. Tuttavia, alcune riforme sarebbero ancora necessarie. C’è bisogno di una nuova leadership per salvare gli italiani da se stessi. Le riforme servono a creare maggiori opportunità di lavoro per i giovani che offrano carriere alternative alla mafia o all’emigrazione. Buona fortuna Signor Monti, buona fortuna Italia.

[Articolo originale "The Russification of Bella Italia" di Stefano Casertano]

Categorie: Informazione libera

La generazione perduta d’Europa: come ci si sente ad essere giovani e arrancare nell’Europa Unita

Italia dall'estero - - 08/02/2012 08:56


Viola Caon ha lasciato la sua casa in Italia per cercare lavoro. Ora torna a vedere come i suoi ex compagni di classe se la stanno cavando… e nella settimana in cui cifre scioccanti hanno svelato quanto la gioventù europea sia malamente colpita dalla crisi della disoccupazione, parliamo anche dei ventenni fortemente colpiti ad Atene e Madrid.

Forse essere giovani non è mai facile. Ma essere un ventenne europeo è stato raramente più stressante di ora.
Più di un quarto degli Italiani (28%) tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Altri stanno facendo fatica a cavarsela con tirocini non retribuiti o lavori sotto pagati e con poca sicurezza. Il nuovo primo ministro italiano Mario Monti si è impegnato ad aiutare la generazione dei più giovani, promettendo tra le altre cose di aiutarli ad avviare nuove imprese. Ma l’austerità incombe e il futuro è incerto, persino terrorizzante per molti. Non si tratta solo dell’Italia naturalmente. La disoccupazione nella zona Euro è a livelli record. Secondo l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, 16,3 milioni di persone sono senza lavoro nelle 17 nazioni che si sono unite all’Euro. La storia della generazione perduta sta diventando lo scandalo di un continente. In Spagna, il 51.4% delle persone tra i 16 e i 24 anni è senza lavoro. In Grecia la percentuale è del 43%. Mentre la crisi della zona euro peggiora, sono tornata nella mia città natale, Civita Castellana, 65km a nord di Roma, per incontrare i miei compagni di scuola del liceo Giuseppe Colasanti. Michela, Maria, Elena, Elisa, Michele, Martina e io eravamo nella classe del 2005.

Quando Monti ha annunciato il suo pacchetto di austerità da 30 milioni di euro ha dichiarato: “Avremo bisogno di sacrifici”. A Civita, quei sacrifici si stanno facendo. È uno dei centri industriali più grandi della regione. Dalla fine della seconda Guerra mondiale, circa il 90% delle persone ha trovato impiego producendo sanitari e ceramiche per il bagno, per i quali Civita è rinomata. Quella che tutti ora chiamano “la crisi” è arrivata qui prima di altrove, in quanto la città ha sofferto le conseguenze della globalizzazione e la competizione con la Cina, dove prodotti simili sono fatti in modo più economico. Molte fabbriche hanno chiuso, in migliaia sono senza lavoro. La crisi del debito che è iniziata nel 2008 significa che la disoccupazione incombe anche su molti di quelli che sono riusciti a tenersi il lavoro. Poi ci sono i giovani. Salire il primo gradino sulla scala del lavoro non è mai stato facile in Italia, dove quello che conta è spesso chi conosci. Ma con la nazione che affronta l’austerità per il futuro più immediato, e con il PIL dell’intera zona euro che si prevede in diminuizione dello 0.5% nel 2012, le previsioni sono deprimenti. Pertanto incontrare i miei compagni di scuola è stata un’esperienza. La mia decisione sei mesi fa di vivere e lavorare a Londra è stata in parte dovuta all’economia. Ma come se la stanno cavando i miei compagni di scuola?

Martina Rossitto, 26 anni, Studentessa universitaria, biologia umana.

“Sto facendo un tirocinio al laboratorio per la fibrosi cistica dell’ospedale Bambin Gesù a Roma. Sono stata fortunata, in quanto lì fanno ricerca seria. Ho ottenuto il posto perché conosco uno dei dottori nel laboratorio. Non mi pagano, nemmeno le spese. Tuttavia mi considero privilegiata in quanto la maggiorparte dei miei compagni di università lavora 12 ore al giorno e non ha nemmeno accesso a strumenti di ricerca basilari. In Italia, scegliere di lavorare come ricercatore è un suicidio. Il governo continua a tagliare fondi.”

Maria Francesca Zozi, 26 anni, studentessa universitaria all’Accademia delle Belle Arti

“Mi sento spesso dire che sarò una laureata inutile. Lo trovo incredibile: i governi continuano a investire in altri settori e tagliano su arte e educazione. È semplicemente assurdo. Il problema è che il settore pubblico, che include la maggiorparte della nostra eredità artistica, è corrotto e insufficiente. Ho molti progetti in mente, mi piacerebbe frequentare un corso all’Accademia d’Arte di Brera, ma davvero non posso permettermelo. Lascerei la nazione se non fosse per il mio ragazzo, che dice che dobbiamo restare e lottare per un futuro migliore”.

Elisa di Pietro Paolo, 25 anni, commessa disoccupata.

“Ho cercato un lavoro appena ho finito il liceo sei anni fa. Ho trovato un posto come commessa in un negozio a Roma con un contratto a breve termine. I miei datori di lavoro rinnovavano il contratto ogni anno, finché un giorno hanno smesso di farlo. Hanno licenziato una ragazza che aveva lavorato per loro 5 anni perché aveva preso un periodo di malattia a causa di una polmonite. Dallo scorso gennaio sono disoccupata e ho fatto lavori occasionali: un campo vacanze, volantinaggio, e ora per una cosa no-profit. Il problema è che avendo già lavorato come tirocinante, i datori di lavoro devono assumermi con un contratto vero e proprio e non gli conviene.”

Michele Stentella, 26 anni, DJ e studente di scienze politiche

“Ho fatto il DJ per anni. Oltre a lavorare alcune notti in un grande club a Roma, ho anche cominciato a lavorare con un produttore. Se le cose vanno bene, potrei anche ottenere un contratto con un’etichetta importante. Ma la crisi ha colpito anche il mio settore. Sempre più club stanno chiudendo. Le persone non possono permettersi di spendere molti soldi e tutti ne risentiamo alla fine del mese. Ho un logo registrato e 4 ragazzi che lavorano con me. Spero davvero di riuscire a fare questo lavoro. Nel frattempo studio e spero che una laurea tornerà ad essermi utile un giorno.”

Michela Moretti, 25 anni, apprendista avvocato.

“Mi sono laureata in legge e ho iniziato un apprendistato in uno studio di avvocati vicino la mia città natale, Viterbo. Naturalmente, non mi pagano nemmeno le spese. Le sole persone che conosco che vengono pagate durante i loro apprendistati sono i figli degli avvocati. Vanno a lavorare negli studi dei genitori e vengono pagati. Con Monti che parla di liberalizzare le professioni, tutto è ancora meno chiaro per noi. Parlano persino di togliere di mezzo gli apprendistati. Ci sarà molta confusione.”

Elena Cirioni, 25 anni, apprendista giornalista radiofonica.

“Ho fatto un tirocinio di due anni con una radio FM locale che non mi ha mai nemmeno pagato le spese. Fortunatamente, ho avuto un’altra opportunità con una web radio privata che mi paga le spese e mi aiuta ad ottenere una licenza da giornalista. Lavoro dalle 15 alle 20 ore a settimana e mi pagano 200 euro al mese. Il mio sogno è diventare un’attrice di teatro e spero ancora di riuscire a realizzare questa mia ambizione ad un certo punto. Il problema è che l’industria culturale è eternamente in crisi in Italia e non ci sono soldi per nuovi attori.”

GRECIA
La più grande vittima della crisi economica della Grecia è stata la gioventù, uomini e donne che non hanno mai conosciuto i tempi del boom ma che ora devono sopportare il peso di uno dei programmi di austerità più duri d’Europa. Con la disoccupazione a livelli di record massimi mentre la nazione soffocata dal debito sta passando il quinto consecutivo anno di recessione, quasi il 44% delle 907.953 persone senza lavoro è tra i 15 e i 24 anni. Per la prima volta dagli anni ‘60, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 18,5%, secondo i dati rilasciati dall’ufficio statistico nazionale a Novembre. Quattro persone su 10 senza lavoro sono giovani, sebbene tre mesi dopo con ancora più aziende in chiusura le cifre sono certamente peggiori. Il prospetto di mancanza di lavoro e l’assenza di educazione professionale che vada a reindirizzare i nuovi disoccupati, le paure del collasso economico incombente e gli avvertimenti che ci potrebbero volere ben 10 anni prima che l’economia dei servizi ricominci appena a riprendersi, hanno spinto molti dei più intelligenti e migliori a guardare all’estero. L’esodo ha provocato una fuga di cervelli che potrebbe avere un effetto devastante sulla crescita futura della nazione. Decine di migliaia di giovani greci si crede siano emigrati oltremare negli ultimi due anni. Quasi sempre provenienti dall’élite educata, sono andati sia in altre nazioni europee sia più lontano come in Australia. Una fiera del lavoro australiana tenutasi ad Atene a ottobre aperta ad 800 persone ha attratto circa 13 mila richieste di partecipazione. I leader di comunità di Melbourne, destinazione di una simile emigrazione greca negli anni ‘50 e ‘60, sono stati invasi da richieste da parte di laureati greci.

Christos Xeraxoudis, 24 anni, chef disoccupato

“Sono uno chef di formazione e cerco lavoro da mesi. Ho inviato il mio CV a alberghi e ristoranti in tutta Grecia, ma delle oltre 50 richieste che ho fatto, ho ricevuto solo una volta una risposta. Recentemente ho cercato lavoro in Gran Bretagna, Germania e Svizzera, dove ho parenti, ma non ho ricevuto risposta. Ma sono ottimista. La Grecia aveva bisogno di cambiare. Deve essere ricostruita daccapo. Ha così tanto da dare ma in qualche modo aveva perso la strada. Siamo persino arrivati al punto di importare limoni dall’Argentina.”

Evangelia Hadzichristofi, 26 anni, designer di interni disoccupata.

“Sono disoccupata da un anno. È dura. Sono un designer di interni e la nostra industria è stata malamente colpita. Ho fatto un tirocinio al Museo Benaki (ad Atene) ma poi non mi hanno tenuto ed è stato impossibile trovare lavoro da allora. Ho cercato lavoro come segretaria, receptionist, commessa e la risposta è sempre stata ‘no’. Sono al punto che conto ogni singolo centesimo e devo appoggiarmi a mio padre che è in difficoltà egli stesso con la sua azienda. Ho appena fatto una richiesta per lavorare in Inghilterra e Amsterdam perché almeno c’è sempre l’estero.”

Giorgos Dimas, 25 anni, lavora come chef.

“Sono stato disoccupato per tre anni fino alla settimana scorsa quando ho finalmente trovato un lavoro da chef. Sono tornato a scuola a studiare da cuoco e ho imparato l’inglese ma è stato molto difficile. Nella mia mente c’è sempre il pensiero che il ristorante dove sto per andare a lavorare potrebbe fallire, visto che nessuno ha più soldi. Ma sebbene potranno volerci un po’ di anni per la mia generazione per trovare lavoro penso effettivamente che la crisi sia stata una cosa buona. In Grecia si parlava solo di lavori da pubblici dipendenti e nient’altro. Doveva cambiare. “
Report di Helena Smith, Atene


SPAGNA
Non è proprio tempo per ventenni in Spagna.
Secondo cifre della scorsa settimana, il 51.4% dei giovani tra i 16 e i 24 anni sono senza lavoro, mentre la disoccupazione totale ha oltrepassato la barriera dei 5 milioni. Questa è spesso stata definita la generazione più istruita della Spagna. È anche quella che ha le prospettive più spaventose. Sebbene sia fortunata abbastanza da ottenere un lavoro, la maggiorparte, circa il 60%, deve vivere con salari bassi e con poche sicurezze lavorative. Le migliori opzioni in genere sono apprendistati o contratti temporanei che permettono al datore di lavoro di licenziare senza difficoltà. La situazione è ora critica, come indicato dall’appello del primo ministro Mariano Rajoy la scorsa settimana a Bruxelles. Ha chiesto un maggiore realismo da parte di Bruxelles sui tentativi della Spagna di tagliare il proprio deficit. L’austerità sta mandando la Spagna nella recessione e il pericolo è che una generazione dovrà esser sacrificata come risultato.
Un nuovo termine è stato coniato circa un decennio fa per descrivere persone giovani che guadagnano 1000 euro al mese, i mileuristas. Ora le cose stanno messe talmente male che questo termine denigratorio descrive un’aspirazione inottenibile per la maggiorparte.

Eduardo Caña, 23 anni, Studente

“Sto studiando giornalismo e economia e ho fatto tutti i tipi di lavori sotto pagati: servire birre in bar sulla spiaggia di Valencia, lavorare nelle costruzioni in Galizia, scaricare camion di frutta e riempire buste per clienti all’Ikea. Non sono mai stato pagato piu di 7 euro l’ora. Ho anche lavorato come apprendista per un quotidiano, quasi gratis. Una mia amica stava lavorando per un giornale per meno di 400 euro al mese. Il suo contratto temporaneo è scaduto e mi hanno chiamato per offrirmi lo stesso lavoro ma come un tirocinante non pagato. L’ho trovato così offensivo. Finirò la scuola il prossimo giugno e se non esce nulla sto pensando di trasferirmi all’estero.”

Marita Blazquez, 25 anni, studente

Ho trovato impossibile ottenere un lavoro nel mio campo. Nella mia città natale Granada, ho lavorato come guardiana in un’area giochi per bambini di un centro commerciale e questo è il più vicino a cui sono arrivata a lavorare con i bambini, che è stato il mio obiettivo da quando ho cominciato a studiare. Sono venuta a Madrid ma tutto quello che sono riuscita a trovare sono stati due lavori part-time, prima in un centro commerciale poi in un negozio di abbigliamento, dove mi hanno assunto come impiegata con un contratto illegale per 3 euro l’ora. Quando ho chiesto condizioni migliori, il mio boss mi ha licenziato. Ho cominciato a studiare di nuovo per diventare un’insegnante. Ma sono disponibili solo pochi posti ogni anno così non ho idea di cosa farò dopo.”

Adriano Justicia, 27 anni, fotografo disoccupato.

“Sono un fotografo e ho anche una laurea in studi cinematografici, ma non sono riuscito a trovare un lavoro in alcuna di quelle aree. Ho lavorato come venditore telefonico, in vendite di carte di credito e anche per l’associazione di beneficenza Croce Rossa, per pochissimi soldi. Sono appena tornato a studiare per una laurea in produzioni tv, che include un training non pagato. Se non ottengo un lavoro dopo quello, penso che sarò costretto a trasferirmi di nuovo a Berlino, dove sono stato per un paio di mesi come apprendista in uno studio fotografico. Date le circostanze, sembra essere l’opzione migliore sebbene sia sempre difficile lasciare il proprio paese.”

Maria Lazaro, 25 anni, agente pubblicitario e turistico, disoccupata.

“Sono venuta a Madrid a lavorare come manager per il museo del Real Madrid. Ho lavorato al museo dello stadio Santiago Bernabeu per due anni fino a quando non sono stata licenziata sei mesi fa. Da allora ho lavorato in posti temporanei, 3 o 5 giorni come hostess in conferenze di affari e fiere, molti dei quali senza nessun tipo di contratto.
Il mio partner lavora come designer grafico e ha appena ricevuto un’offerta di lavoro a Saragozza, perciò probabilmente ci trasferiamo lì. Sono appena stata ammessa di nuovo a scuola dove spero di ottenere un master, per vedere se mi aiuterà a ottenere finalmente un lavoro.”
Report di Diego Salazar, Madrid

———————-

Nota dell’autrice dell’articolo per Italidallestero.info

Sono arrivata in Inghilterra a settembre del 2010 per un master in giornalismo internazionale. La mia storia racconta bene quella di tanti altri che hanno deciso di uscire dall’Italia alla ricerca di un futuro più dignitoso di quello che gli si prospettava. Credo di poter dire per me come per altri, che continuare a passare attraverso una trafila infinita di collaborazioni non retribuite e stage gratuiti che alla meglio avrebbero portato a un impiego precario e poco remunerativo intorno ai trent’anni, nella migliore delle ipotesi, non era una prospettiva sostenibile.
Le storie di sfruttamento nell’Italia ai tempi della crisi europea, del piano di austerità da 30 milioni di euro, della disoccupazione giovanile al 28% sono dolorosamente numerose. Nel caso del giornalismo, la questione si tinge inoltre molto spesso di particolari ancora più penosi e oppressivi nei confronti dei giovani che vogliono iniziare questa carriera.
Durante il corso in Inghilterra, ho avuto accesso a stage e collaborazioni in alcune delle principali testate nazionali (Independent, Guardian, Observer, Mail on Sunday). Con dolore, mi sono spessa domandata retoricamente: sarebbe stato altrettanto facile in Italia?
Dallo stage all’Observer, domenicale del Guardian, è nata l’idea di un pezzo che descrivesse le difficoltà dei giovani in Italia nel trovare lavoro in un momento critico come quello attuale. Essendo io una di loro, il redattore Julian Coman ed io abbiamo pensato che fosse una buona idea andare a rintracciare i miei compagni delle superiori e vedere come se la stessero cavando.
L’esperimento si è rivelato un viaggio all’indietro nel tempo e un’operazione di recupero della prospettiva interna al paese. Seguire da fuori la caduta del governo Berlusconi, lo spread che volava alle stelle, la nomina di Monti e la sua richiesta di “sacrifici” agli italiani non è stato facile. Parlarne con i miei ex compagni delle superiori mi ha aiutato a colmare la distanza tra la mia preoccupazione per il paese e la prospettiva di chi ha deciso di rimanere.
Le storie che raccontano sono vere e sentite e, oltre a restituire lo stato di una generazione che complessivamente fatica a costruirsi un futuro, servono anche a smentire molti dei luoghi comuni secondo i quali i giovani italiani non hanno coscienza del panorama politico in cui si trovano ad agire.
Infine, queste testimonianze rispondo da sole alle recenti, poco ponderate dichiarazioni di Monti sul posto fisso. La dignità e il diritto a un futuro non sono una cosa “monotona”.

Viola Caon

[Articolo originale "Europe's lost generation: how it feels to be young and struggling in the EU" di Viola Caon]

Categorie: Informazione libera

Nuova Privacy Google, Chi l’ha Vista? L’Europa Chiede a Google di Fermarsi.

Mente Critica - - 07/02/2012 17:47


Poche reazioni dagli utenti internet italiani, proverbialmente disinformati e tardivi a mettersi al passo. Goggle sta introducendo, praticamente immediatamente, nuove norme riguardo la modalita attraverso cui verra autorizzato a registrare ogni cosa che faremo con o senza il nostro beneplacito.

In una lettera a Larry Page, fondatore ed esponente di Google, Jacob Kohnstamm il responsabile per la privacy dell’Unione Europea gli ha comunicato che la commissione Francese sulla Privacy digitale ha lanciato una investigazione riguardo gli effetti delle nuove norme in Europa.

Io non sono in grado di fare una disamina tra il prima e il dopo ma leggendo le nuove norme diventa chiaro che in questo modo Google si arroga qualsiasi diritto sui dati raccolti mentre un utente usa i suoi prodotti ( il motore di ricerca, Android, eccetera)

Ora non avevo dubbi che questo in effetti fosse già la situazione in essere almeno quando l’amministrazione americana nelle vesti delle sue entita di sicurezza e informazione ( leggi CIA) avessse richiesto a Google di passargli i dati registrati. Ma mi sembra che con l’introduzione della nuova privacy Google acquisisce legalmente il diritto di spiare. Da ora, non importa se sarete registrati o no, o se abbiate proceduto al login oppure no, Google avra il diritto di raccogliere i dati e di incrociarli costruendo attraverso l’acquisizione dell’IP un dossier su ognuno di noi in un gigantesco archivio.

EU ask Google to delay new privacy policy http://www.mirror.co.uk/news/technology/2012/02/03/eu-ask-google-to-delay-new-privacy-policy-115875-23734365/

In a letter to Google Chief Executive Larry Page, Jacob Kohnstamm, the chairman of the group of 27 national privacy regulators in the EU, said the French data protection agency has launched an investigation into the new rules and how they will affect Google users in the EU.

Categorie: Informazione libera

Le Ministre

Mente Critica - - 07/02/2012 13:09


Il problema più grosso, urgente e importante, la vera emergenza di questo paese mutilato è il distacco dalla realtà, la dissociazione, che vive la classe dirigente. Questo problema però, non vedrà soluzione, perché è simile a una psicopatologia. Nessun malato di mente – arrivato a uno stadio così grave della patologia – sarà in grado di riconoscerlo autonomamente, e di conseguenza scegliere di essere curato.
Una volta si diceva “Potere al Popolo.” Oggi bisognerebbe esigerlo in maniera più decisa, senza troppi strilli, senza perdere la voce. Aggredire la Fornero ricordandole che la figlia è stata la vincitrice di due preziosissimi e illusori “posti fissi” è quasi banale. Obbligarla ad infilarsi le nostre scarpe, per farci dentro un giretto lungo qualche anno, sarebbe una giusta condanna. Credo che arrivati a questo punto di non ritorno non sia più sostenibile che si lasci parlare della nostra fame, chi è gonfio di cibo, chi gira satollo ruttandoci in faccia il suo “troppo pieno”.

Non è più tollerabile l’insulto dell’ipocrisia, l’arroganza dell’ignoranza, intesa proprio come non conoscenza. Non è più pensabile che si possa restare in attesa del domani, ponendo fiducia in chi vive benissimo l’oggi. E meno che mai – da donna e madre – posso tollerare che ad oltraggiarmi sia un’altra donna e madre.
Di solito, quando si resta allibiti davanti all’arroganza del potere ignorante, si tende ad augurarle, le cose. Ma l’augurio è come un sogno che non si avvera mai. La maledizione è lanciata per consolare noi stessi, per sfogare la rabbia, per rimetterci in pace. Non è più tempo di auguri: dovrebbe essere davvero quello delle condanne, migliori di un carcere più o meno comodo a seconda di quanto si possano pagare le guardie, o gli arresti domiciliari nei superattici del centro di Roma. Una di quelle condanne alla vita reale, una di quelle che dice: “Benvenute nel mio mondo, signore ministre!”

Ho visto mia figlia partire quando era poco più alta della valigia che si portava appresso, l’ho vista sparire tra la folla di un aeroporto, e io quell’immagine non me la scordo mai, dopo che aveva studiato e faticato in quest’Italia che si era scordata di dirle che la sua fatica valeva meno di nulla, perché l’Università italiana non prevedeva di poterle dare davvero una laurea. Così è dovuta andare dall’altra parte del mondo anche per finire i suoi studi, e non vicino a una madre che un giorno sarebbe diventata ministra, e che si sarebbe arrogata il diritto di oltraggiare tutte le madri come me, che prima ancora di veder sparire le figlie, hanno dovuto partire loro stesse, per provare almeno a prendersi il diritto alla vita.

L’altro giorno ho sentito la Fornero rivendicare il fatto di aver gettato solo una lacrimuccia, e di non essere – come certa stampa l’aveva definita – una fontana di lacrime. Ecco, scrissi in tempi non sospetti che quella lacrima era un oltraggio, e mi spiace non essermi sbagliata. Se fosse eseguita la condanna, la Fornero piangerebbe eccome. Come ho pianto io, così tanto da averle finite le lacrime, svegliandomi ogni giorno, e andando a dormire ogni giorno, pensando a mie figlie che avevo lontano.
Questa gente non conosce vergogna e non conosce pudore. Traducono la vita in numeri, in fantasia. Come sempre e meglio di sempre, fingono di pensare come svedesi, ma governano l’Italia nella piena tradizione dell’italianità più becera e amorale.

Soltanto in Italia è lecito sputare addosso a chi fatica per respirare. Soltanto in questo paese corrotto peggio di un paese latinoamericano o dell’Europa dell’est, puoi sentirti dire che è giusto che il padrone licenzi a patto però che trovi un altro lavoro al licenziato.
E tutta questa imbecillità, alla fine è lecita perché nessuno dirà mai alle signore ministre che sono idiote quanto i loro predecessori, e quanto loro impresentabili, vergognose e urticanti.
Io le condannerei davvero alla vita. A vita.
(Io non riconosco questo stato. Io non riconosco queste istituzioni.)

Categorie: Informazione libera

La “democrazia depoliticizzata ”di Monti

Italia dall'estero - - 07/02/2012 07:00


Per quanto sia difficile ingoiare le sue dosi di disciplina, le politiche esercitate dal Primo Ministro Monti sono le uniche forme possibili di governo per mandare avanti l’Italia, contro interessi particolaristici e contingenti

Pochi giorni fa, mentre viaggiavo da Milano a Roma, ho avuto l’opportunità di sperimentare di persona l’ostilità che circonda la volontà di ridurre il debito sovrano dell’Italia e di imporre delle abitudini più competitive tra i ritmi languidi di questa cultura mediterranea.

Camionisti indignati che bloccavano le autostrade, tassisti che fermavano i propri veicoli e la maggior parte dei treni cancellati. Gli studenti scrivevano slogan come “Vaffanculo l’austerità” su pareti rovinate color ocra. I commercianti scontrosi, si rivolgevano con cordialità solo ai gruppi di turisti cinesi.

Tutti questi scioperi e malanimo erano rivolti contro le riforme proposte dal Governo “antidemocratico” del Primo Ministro Mario Monti e il suo presunto governo tecnico, proprio nello stesso momento in cui Monti faceva pressione su Angela Merkel affinché alleviasse l’autoritarismo fiscale della Germania e lasciasse un certo margine di crescita all’interno dell’eurozona. Alla fine dell’anno scorso, in una situazione nella quale non c’era possibilità che i politici eletti si chiarissero le idee, il presidente Giorgio Napolitano indicò Monti come l’uomo che avrebbe dovuto formulare e portare a termine le riforme strutturali essenziali prima che si arrivi alle nuove elezioni nel 2013.

Per sfortuna, le proteste sono del tutto sbagliate. L’Italia è nella situazione in cui è non per mancanza di democrazia, ma per eccesso di marciume nella governabilità. La democrazia elettorale italiana – come la statunitense – è talmente dominata dagli interessi politici dei partiti che è finita per non funzionare più e per essere totalmente incapace di far fronte alle difficili sfide che affronta il paese.

La saggezza senza pregiudizi e la larga esperienza come commissario europeo fanno di Monti un meritocratico più che un tecnico e ha ragione quando dichiara che “l’assenza di personalità politiche all’interno del Governo sarà un aiuto e non un ostacolo per avere una base solida di appoggio” alla riforma. Quello che intende dire è che la democrazia italiana, come quella statunitense, si è trasformata in una vetocrazia, per utilizzare un termine coniato da Francis Fukuyama.

In una vetocrazia, i politici eletti sono così impregnati di populismo e di interessi particolaristici organizzati, che i partiti svuotano di contenuto la mera formulazione di qualsiasi politica che cerchi di arrivare a un compromesso per il bene comune nel lungo periodo perfino già prima del voto in Parlamento. Il progetto di legge che viene proposto è sprovvisto di sostanza e significato. Di conseguenza, quello che rimane è lo status quo.

Nella sua opera più importante “Ascesa e declino delle Nazioni”, il sociologo Mancur Olson spiegava che questo importante accumulo di interessi organizzati nelle democrazie durante la Storia ha sempre affondato gli Stati, perché è inevitabile che generi deficit insostenibili e, proteggendo i gruppi di interesse che sono alla ricerca solo del proprio beneficio, priva l’economia di tutta la sua forza.

Attualmente in Italia i rappresentanti politici dei sindacati dei tassisti o dei commercianti non difendono una concorrenza aperta e questo non fa altro che rendere la vita dei clienti più difficile. I funzionari pubblici si oppongono alla diminuzione dei posti di lavoro e delle prestazioni. I banchieri utilizzano la loro influenza sui legislatori per evitare una regolamentazione. I ricchi si oppongono all’aumento delle tasse.

Non rappresenta comunque una soluzione una consulta popolare tramite democrazia diretta al posto di quella rappresentativa. Se si dovesse sottoporre a voto popolare, quale pensionato sarebbe a favore di un taglio del generoso contratto sociale sul quale conta, nonostante il budget globale italiano non se lo possa permettere?

Come si può notare in California, dove la democrazia diretta di iniziativa popolare è la forma di governo dominante, gli interessi particolari espressi dai votanti nelle urne, estremamente ragionevoli, possono, sommandosi tra loro, trasformarsi in una pazzia totale dalle conseguenze impreviste. A causa di una serie di iniziative approvate da diversi anni, che tagliano le tasse sul patrimonio e puntano a punire i delinquenti, lo stato della California spende oggi molto di più, per quanto possa sembrare assurdo, in carceri che nell’istruzione superiore, ragione per la quale vengono minate le basi per il suo futuro.

La democrazia diretta è un’idea particolarmente negativa nella cultura nordamericana della Coca-cola Light, dove la gente sembra desiderare un consumo senza limiti e un governo senza tasse, nello stesso modo in cui vuole un sapore zuccherino però senza calorie. A peggiorare ancor di più la situazione, i soldi dei gruppi corporativistici che il Tribunale Supremo degli Stati Uniti consente sotto l’epigrafe di “libertà di espressione”, riescono a distorcere e a manipolare con estrema facilità il discorso integro in qualsiasi campagna politica.

Per quanto possa risultare difficile digerire le sue dosi di disciplina, la democrazia depoliticizzata esercitata dal Primo Ministro Monti è l’unica forma possibile di governo per mandare avanti l’Italia. Guardiamo altri esempi in Occidente, che hanno le stesse caratteristiche dell’Italia.

L’idea base che ha ispirato la creazione di un “super comitato” nel Congresso degli Stati Uniti, intento che sfortunatamente finora è fallito, è stata quella di eliminare le manovre di blocco quando si rendeva necessario formulare una politica imparziale e di senso comune per ridurre il deficit nel lungo periodo.

In California un gruppo indipendente e formato da persone iscritte ai due partiti, chiamato Think Long Committee, con membri come Eric Schmidt di Google, l’ex presidente del Tribunale Supremo dello Stato e l’ex se Segretaria di Stato Condoleezza Rice, ha avuto più successo. Ha lasciato la politica al margine ed è riuscita a mettere a punto un piano di riforma fiscale bipartisan, che supera la barriera ideologica che per anni ha paralizzato il Parlamento dello Stato. Nel 2014 sottometterà il piano ad un referendum pubblico. Il gruppo ha proposto inoltre la creazione di un organo più formale e al di sopra dei partiti, formato da personalità elette dai cittadini e dotate di conoscenze tecniche ed esperienza, che vigili sugli interessi della California nel lungo periodo.

Nessuno di questi casi suggerisce di eliminare la democrazia di una persona, di un voto, e neppure di trasferire la sovranità popolare a un’élite meritocratica come avviene, ad esempio, con la competente gerarchia del Partito Comunista in Cina. In tutti i casi menzionati, il voto decisivo rimane nelle mani degli elettori. Ma quello che viene eliminato è l’aspetto della vetocrazia. Invece di azionare la leva solo per interessi egoistici o sbrogliare la matassa degli interessi corporativi, al momento del voto, i cittadini potrebbero decidere relativamente alle politiche proposte da alcuni organi da cui ci si aspetta che abbiano tenuto conto dell’interesse pubblico a lunga scadenza.

Le attuali difficoltà di governo in Occidente suggeriscono la necessità che la democrazia evolva fino alla creazione di alcune istituzioni con elementi meritocratici che facciano da contrappeso alla cultura politica degli interessi corporativi e contingenti predominanti nella democrazia elettorale.

In fin dei conti le istituzioni meritocratiche con delega non sono un fattore estraneo alle democrazie. Abbiamo banche centrali indipendenti, tribunali supremi e potenti autorità di controllo in ambiti come l’alimentazione e i farmaci, l’ambiente e la salute. Addirittura nella democrazia radicale della California sono stati concessi poteri essenziali a commissioni nominate dal governatore per regolare lo sviluppo della costa, supervisionare la distribuzione dell’acqua e dell’energia dello Stato e amministrare l’università pubblica. Tutti questi organi rispondono ai cittadini perché sono nominati da cariche ufficiali elette democraticamente però, allo stesso tempo, sono separati dal processo elettorale propriamente detto.

L’esperimento di politica depoliticizzata in Italia verrà seguito con estrema attenzione come un possibile antidoto alla paralisi e alla disfunzione che affligge oggi tutto l’Occidente. Se la scomposizione politica può portare come risultato alla creazione di un buon governo in Italia, tutto il mondo potrà beneficiare del cammino tracciato da Mario Monti.

[Articolo originale "La ‘democracia despolitizada’ de Monti" di Nathan Gardels]

Categorie: Informazione libera

Il problema è semplice: si chiama usura

Luogo comune - - 07/02/2012 04:30

Non mi aveva mai attratto la discussione fra austriaci e signoraggisti (ed eventuali terze parti) su chi debba detenere il controllo della famosa “stampante”, per correggere i problemi dell’attuale sistema monetario, e non avevo mai preso posizione al riguardo. Non mi sono astenuto per cerchiobottismo, ma perchè sentivo che c’era qualcosa di profondamente errato nell’impostare la questione in quel modo. Oggi ho finalmente capito il perchè: è il famoso meccanismo dello spostamento del problema, che avviene quando la gente finisce per scannarsi a morte su argomenti che non cambieranno comunque l’essenza delle cose.

Nella recente discussione sul debito pubblico, qualcuno ad un certo punto ha scritto “Se ci prestano 100 fiches per commerciare tra di noi, NON è fisicamente possibile restituirne 105 alla fine dell'anno. Ogni altro dotto discorso serve solo a imbrogliare la gente.” Io sono rimasto colpito da questa frase, che secondo me contiene una verità essenziale, e l’ho subito messa nella “Voce del sito”.

Apriti cielo! Tutti i nostri esperti di economia (io non lo sono, purtroppo vado a braccio) si sono rivoltati con commenti di protesta che andavano da “quella frase è una falsità dimostrata” a “non diciamo scemenze perfavore”.

Io ho rilanciato dicendo che l’unico modo per ripagare quel debito era di creare 5 fiches false, e a quel punto gli esperti si sono scatenati nei conteggi più acrobatici per dimostrare che è perfettamente possibile ripagare un debito superiore al capitale complessivo, facendo circolare la moneta nel corso del tempo.

“Come” questo sia possibile non ha più importanza in questa sede. Di fatto, nel proseguimento della discussione è emerso che le stesse persone che denunciano l’abuso compiuto dagli “stampatori di carta straccia” accettano serenamente il meccanismo del prestito con interesse. “Si può giocare benissimo all’interno delle regole” - sostengono costoro – guarda qua.” Ma quando ci si ritrova a discutere di percentuali, di scadenze, di interessi, di “preferenza temporale”, di ratei dilazionati, e persino di patate portate in banca al posto dei soldi che non hai, si perde di vista il fatto che siamo all’interno di un sistema in cui il banco vince sempre in ogni caso.

E’ come a Las Vegas, dove ciascuno cerca la slot-machine che da più tempo non paga soldi, sperando di essere lui il fortunato che la svuota tutta d’un colpo. Nel frattempo i proprietari del casinò osservano con le loro telecamere questa marea di disperati ...

Categorie: Informazione libera

Italia : è morto l’intrigante, diabolico e ricco sacerdote Don Verzé

Italia dall'estero - - 07/02/2012 03:51


Quella di Don Verzé, o per essere più precisi il “Don manager” morto pochi giorni fa, fondatore del San Raffaele, l’ospedale privato più importante d’Italia, è una vicenda che ha suscitato grande scalpore. Una storia degna di James Bond, che racconta di un sacerdote megalomane, di lusso ma anche di lussuria.

La morte del Don, causata da un arresto cardiaco, è avvenuta il 31 dicembre scorso nel bel mezzo degli scandali e ha riacceso la paranoia nella penisola. Beppe Grillo scrive sul suo Blog :

“E’ morto Don Verzè, aveva 91 anni e sembrava in ottima salute come a suo tempo Papa Luciani, per rimanere nell’ambito religioso, lascia il San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro. Dicono che a ucciderlo sia stato un arresto cardiocircolatorio dovuto allo stress per l’ipotesi di reati di bancarotta. [ … ] Anche se l’infarto fosse vero, nessun italiano ci crederà mai. Una domanda “Chi gli ha portato il caffè corretto?”.

E’ successo tutto molto velocemente. All’inizio del mese di dicembre la trasmissione Report  aveva dato il colpo di grazia. Tra le spese pazze del religioso, le sue torbide amicizie (in particolare quella con Silvio Berlusconi), il giornalista Alberto Nerazzini aveva anche ipotizzato una possibile implicazione dei servizi segreti militari. Sembrerebbe, in effetti, che  Don Verzè avesse avuto a che fare con l’ex-comandante del Sismi, Niccolò Pollari, oggi indagato per peculato.

Due settimane fa, il settimanale Oggi aveva pubblicato una serie di foto del Don nella sua villa brasiliana, dove ovviamente si celebrava la messa ogni mattina e ci si faceva il segno della croce prima di mangiare.

Messo alle strette, il Don aveva pubblicato il 2 dicembre scorso una lettera in cui dichiarava di assumersi tutte le responsabilità morali e giuridiche di quello che stava accadendo al San Raffaele, per poi paragonarsi a Cristo in croce. Il tutto non senza ricordare che la struttura (oggi in bancarotta, anche se non è mai stata messa in discussione la qualità dello staff medico) non sarebbe mai nata senza di lui.

In Italia queste strane morti lasciano un gusto amaro, conseguenza di drammi irrisolti e di un sentimento di impunità sempre più ampio. La vicenda di Papa Luciani, per riprendere le parole di Beppe Grillo, è ancora ben presente nella memoria della gente, dopo più di trent’anni.

La morte del Don, la vicenda dei fondi neri e le altre accuse di corruzione hanno riacceso il dibattito riguardo le recenti inchieste sui gruppi di potere P3 e P4, ingigantendo il sentimento di sfiducia. Il Don se ne è andato con i suoi segreti e lasciando dietro di sé solo l’arcangelo Raffaele, i vigneti in Brasile e un inno per l’ospedale.

[Articolo originale "Italie : mort de l'intrigant, sulfureux et riche prêtre Don Verzé" di Flora Zanichelli]

Categorie: Informazione libera

La morte di un uomo di valore distintosi nella lotta contro la mafia

Italia dall'estero - - 07/02/2012 00:35


Questo fine settimana (29 gennaio, NdT) è venuto a mancare l’ex Presidente della Repubblica italiano Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012), un uomo di valore e un esempio per le nuove generazioni.

Come capo di Stato, Scalfaro ebbe vari incontri con papa Giovanni Paolo II. In queste circostanze non baciò mai l’anello papale né fece la genuflessione. Nonostante fosse cattolico praticante non confondeva le cose. Come capo di uno Stato laico, non si inchinava a un altro capo di Stato (il Vaticano) e neanche a un leader spirituale.

Come Presidente della Repubblica, Scalfaro mise al suo posto il premier Berlusconi, appoggiò i giudici della celebre Operazione Mani Pulite (che fece emergere la corruzione nella politica partitica italiana) e partecipò al funerale di Giovanni Falcone, fatto saltare in aria dalla mafia il 23 maggio 1992. Scalfaro fu eletto due giorni dopo la morte di Falcone, al 16° scrutinio.

Una volta l’ex Presidente fece sapere che non avrebbe accettato come ministro della Giustizia del governo di Berlusconi il deputato-avvocato Cesare Previti, cofondatore con Berlusconi e Dell’Utri (condannato per associazione mafiosa dalla Corte d’Appello) del partito Forza Italia.

Alcuni anni dopo, Previti fu condannato definitivamente per aver corrotto dei giudici e per il suo coinvolgimento nell’elaborazione di una perizia falsa a favore della Fininvest, una delle aziende di Berlusconi. La condanna è avvenuta nell’ambito del processo IMI-SIR e Lodo Mondadori.

La stampa italiana ha sempre presentato Scalfaro come un nemico di Berlusconi. Non era proprio così, lui semplicemente non veniva a patti con i tentativi di riforma proposti da Berlusconi, perché erano ad personam. Come per esempio la riduzione dei tempi di prescrizione o l’introduzione del processo penale breve, che prevedeva l’archiviazione di un processo se non si fosse concluso in un breve lasso di tempo.

Scalfaro ha lasciato agli annali un toccante intervento. Fu nel 1993, alla televisione.
Sulla base di una bugia inserita in un falso documento, si tentò di farlo comparire come beneficiario di una “lista di fondi senza un motivo legittimo” ricevuta dai servizi segreti. Nel discorso, pronunciò la frase che divenne famosa: “Non ci sto”.

Di fatto non aveva niente a che fare con il caso, che era stato confezionato secondo il vecchio sistema del “vero-verosimile-falso”. Lo stesso molto usato dai cattivi poliziotti brasiliani, che prima ammazzano e subito dopo mettono una pistola in mano alla vittima come se ci fosse stata resistenza.

Un breve inciso. Dal presidente Scalfaro, che portò il carro funebre di Falcone e si impegnò per l’attuazione di riforme che contrastarono efficacemente il fenomeno della criminalità organizzata, il 2 giugno del 1996 ho ricevuto per la lotta antimafia il titolo di “Cavaliere della Repubblica Italiana”. È l’onoreficenza che più mi ha toccato il cuore.

[Articolo originale "A morte de um homem honrado e da luta antimáfia" di Wálter Fanganiello Maierovitch]

Categorie: Informazione libera

Non Ditemi più Nulla

Mente Critica - - 06/02/2012 22:07


La piccola è di là, in cucina, a misurare il vestito da principessa che la madre gli sta cucendo in una specie di raso rosa e veletta trasparente. In testa ha anche una corona ottenuta ritagliando il barattolo dello yogurt da un chilo e ricoprendolo con la stoffa dorata. Il tutto mi è costato, inconsapevolmente, intorno agli ottanta eurobyte, yogurt escluso. Tre o quattro anni fa non me sarei preoccupato eccessivamente. Oggi, quando ho sentito la cifra, sono andato a parlare da solo fuori in  terrazza che non mi piace fare discussioni di soldi in famiglia, ma qualcosa deve cambiare.


Poco prima stavo al pc a fare un biglietto ferroviario. La televisione era accesa sulla RAI alla quale ho appena versato 112 eurobyte. Ogni anno mi dico che non voglio più pagare per questo servizio di merda che, tra parentesi, non uso se non casualmente tra uno scambio di telecomando e l’altro. Poi, come sempre, penso alla noia delle raccomandate, alle intimidazioni, alla possibilità che scagnozzi di Equitalia mi spezzino le dita impedendomi per sempre di suonare il piano che non suono, ma che potrei sempre imparare, e pago.
In televisione c’erano dei tizi che vedono la Madonna. Una signora dice che la Madonna è diventata una persona di famiglia, che sta sempre in casa, che suo figlio la chiama, breve pausa un po’ irritata, “la mamma buona”. Io non riuscirei a vivere con una estranea che mi gira per casa. Sì, sarà pure la Madonna, va bene una visita, ma averla notte e giorno nel salotto mi inquieta. Comunque, sarà perché sono un misantropo.
Un altro racconta che la Madonna gli appare ogni 5 del mese. Questa regolarità impiegatizia è leggermente ridicola. Perché ogni cinque del mese? Forse perché gli altri giorni la Madonna è a casa della signora e fa una scappatina una volta al mese dal ragazzo. Io, il cinque di ogni mese verso 900 eurobyte fra fitto e condominio. Vabbé, non è la stessa cosa, ma è l’unica cosa che mi succede ogni cinque del mese. Poi c’è Brosio che dice di essersi convertito al culto della Madonna dopo aver lungamente trombato donne, bevuto, drogato, giocato d’azzardo. La cosa lo ha talmente colpito che ci ha scritto tre libri ed è in tv per annunciarci l’ultimo.

Pausa. Ora ci vorrebbe un bel cognac e magari un cohiba, come quello che si è piazzato nell’avatar fma pensando che passasse inosservato questo suo subdolo invito alla perdizione tabagista. In realtà l’alcol mi è severamente interdetto perché interagisce con la varia chimica che mi viene comminata per non procurarmi una candida camicia che si chiude sul dietro. I cohiba, invece, mi sono proibiti dalla mia determinazione a non fumare più e dalla severità della madre di mia figlia la quale, tra parentesi, non vede di buon occhio nemmeno l’alcol. Ci sono eremi più allegri di casa mia.

Posto una foto su facebook, faccio un tweet, leggiucchio il corriere. Quivi scopro che adesso tocca al ministro degli interni fare la maestrina. Dopo Michel il giovane, Mario il vecchio e Elsa la stronza è il momento di Anna Maria la cicciottella informarmi che io cerco un lavoro fisso vicino ai miei genitori. A quello di prima bastava ficcarmelo nel culo, questi invece, oltre a incularmi mi vogliono insegnare “come va la vita”.

Io dico, ma perché non fate il vostro cazzo di sporco lavoro e state zitti? Perché oltre a fottermi dovete pure fare i commenti tra di voi? Mi sembrate un branco di stupratori di gruppo: non è colpa vostra se mi state inculando, sono io che mi sono laureato tardi, che voglio il posto fisso noioso e perfino vicino ai miei genitori. Mi merito quello che mi state facendo. Non è una riforma del mercato del lavoro, ma una punizione perché fino ad oggi, mentre voi e la Marcegaglia sgobbavate, io me la sono spassata.

Mi piacerebbe che domani il Corriere facesse una bella pagina bianca, senza notizie. Senza Madonna, senza ministre, senza neve a Roma, senza Schettino. Una pagina che finalmente potrei riempire con quello che mi va che sarà poco, ma sempre meglio di queste stronzate. Non ditemi più nulla, per favore. Non ditemi più nulla. Mi sono convinto. Di qualsiasi cosa mi vogliate convincere. Sono convinto. Non ditemi più nulla.

Categorie: Informazione libera

La grande colata di cemento

ByoBlu - - 06/02/2012 13:55

L'ECOMOSTRO di ARBUS, in Sardegna (guarda il video)
 articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
 L’importante è chiedersi quale paese vogliamo consegnare ai nostri figli e agire di conseguenza. È scontato: tutti risponderanno di voler consegnare un paese migliore. Ma questo, in concreto, cosa significa? Un paese migliore è soltanto quello con uno spread più basso o con un Pil più alto? Oppure un  paese che abbia un’alta competitività industriale? A mio avviso, un paese migliore è banalmente un paese in cui si vive meglio, ovvero in cui si è più felici. Perché in fondo è questo l’obiettivo principale che ogni società persegue: la ricerca della felicità. E la qualità dell’ambiente in cui si vive fa sicuramente parte del percorso.


 Eppure non mi sembra che l’Italia si muova in questa direzione. E non è una questione di destra, di sinistra o di sobrietà. Si tratta di cultura: la salvaguardia del nostro straordinario patrimonio ambientale è soprattutto un atteggiamento culturale che dobbiamo assumere e di cui invece continuiamo a infischiarci. Salvo poi indignarci di fronte alle tragedie che puntualmente scaturiscono dalla terra ferita, in seguito alle scelte sbagliate in materia di ecologia e di sviluppo, di sfruttamento del suolo e di speculazione edilizia.

 Secondo il Wwf "il cambiamento climatico che influisce sull’intensificarsi dei fenomeni critici è provocato per il 95% dalle attività umane”. Quindi se le notizie di alluvioni, frane, slavine e smottamenti sono sempre più frequenti, la colpa è nostra. Ogni giorno, in Italia, il cemento fagocita qualcosa come 75 ettari di terreno agricolo. Queste sono le cifre (al ribasso) denunciate dal report di FAI e WWF ITALIA: Terra rubata. Settantacinque ettari al giorno significa che ogni anno in Italia scompare una superficie pari a quella di settemila Piazze San Pietro. Ogni giorno, da 60 anni a questa parte, spuntano 207 edifici abusivi: il 17% del totale delle nuove costruzioni. E sono oltre 4,5 milioni gli ecomostri che sono stati costruiti nel nostro paese nella sua storia repubblicana. Tanto poi c’è il condono. Ecco il raffronto visivo tra il suolo urbanizzato degli anni '50 e quello odierno. 


 Certo, la religione dello sviluppo porta a questo. E noi, in questi anni, ci siamo indiscutibilmente "sviluppati". Ma se invece di ragionare secondo l’ottica dello sviluppo provassimo a ragionare secondo l’ottica del progresso, il discorso cambierebbe? Il progresso, infatti, non è soltanto quello economico e industriale, ma è anche quello culturale, sociale e ambientale. È un concetto molto più vicino a quello della ricerca, infinita ma progressiva, della felicità. Siamo davvero più felici ammassati in quartieri claustrofobici dove spesso anche la luce del sole non si azzarda ad entrare, in città sempre più estese dove la natura è una cartolina racchiusa in piccoli e sporchi francobolli che chiamiamo parchi? La cementificazione senza ritegno non soltanto rende le nostre vite meno sicure, calpestando le più elementari leggi della natura ed aumentando il rischio di dissesto idrogeologico, ma ci condanna anche ad una spesa folle senza alcun vantaggio di ritorno. Continuiamo a dissanguare le nostre casse in una serie infinita di ristrutturazioni, ma non investiamo mai nella prevenzione, attività molto più conveniente.


 Secondo uno studio del 2010 del Ministero dell’Ambiente (e non degli ecologisti estremisti o no-global), "il fabbisogno necessario per la realizzazione degli interventi per la sistemazione complessiva delle situazioni di dissesto su tutto il territorio nazionale è stimato in circa 40 miliardi di euro”. Cifra ragguardevole, è vero, e in tempi come questi si potrebbe dire che ci sono ben altre priorità. Ma lo stesso studio, poco più avanti, precisa che la spesa dello Stato “per le attività di emergenza” si aggira “mediamente tra 2 e 3,5 miliardi di euro all'anno. La spesa per la prevenzione, invece, è stata in media di 250 milioni l'anno. Per ogni milione speso per prevenire, ne abbiamo spesi 10 per riparare i danni della mancata prevenzione”. Questo modello, dunque, basato sul miope intervento a posteriori, ci costa infinitamente di più di quanto non ci costerebbe intervenire con anticipo. E soprattutto, non risolve il problema.

 Sconcertanti, infine, sono anche i dati che emergono spulciando nel bilancio del 2011 della Protezione Civile. Su 1.897.972.867 di euro (quasi 2 miliardi!), l’81% è stato destinato a interventi di ricostruzione, riparazione e organizzazione di Grandi Eventi, e meno del 13% per la prevenzione e la previsione delle emergenze.
E questa, dunque, l’Italia che vogliamo, la stessa che dipingeva Rino Gaetano oltre trent’anni fa? Ed è questa, per riallacciarsi al nostro discorso iniziale, l’Italia che intendiamo consegnare ai nostri figli?
Valerio Valentini


Categorie: Informazione libera

L’Era del Biocapitalismo

Mente Critica - - 06/02/2012 11:00


Le tensioni sull’Euro non sono placate.
L’informazione dei mass media, come al solito, disinforma offrendo notizie infondate (lo sbandierato e poi smentito, nel giro di poche ore, accordo sulla costituzione di un congruo fondo europeo salva stati, l’unico che potrebbe fornire una risposta forte ai sedicenti “mercati”) e noi ci rallegriamo perché lo spread è sceso a “soli” 416 punti(1).
Sembra convincente l’analisi di chi evidenzia come la crisi che attraversiamo non abbia niente di congiunturale. La crisi vi è sempre stata e siamo noi che non ce ne siamo mai accorti.
E ciò perché:

a) in un primo momento, dopo la ricostruzione del tessuto industriale e del mercato negli anni 50, nei mitici anni 60/70 (apogeo del c.d. “fordismo” delle grandi imprese e del compromesso sociale tra capitale e socialdemocrazia parasindacale) la ridistribuzione del reddito, anche di quello che non c‘era, veniva attuata attraverso i meccanismi inflattivi (chi non ricorda l’inflazione a due cifre degli anni 70 che tanto faceva bene alle nostre esportazioni. Se poi tutto ciò tagliava le gambe allo sviluppo di un’industria moderna e di punta, alla Confindustria non importava più di tanto). I lavoratori, d’altra parte, erano tutelati dal recupero dell’inflazione attraverso scala mobile e tariffe sociali dei servizi e dei beni essenziali;
La sconfitta sindacale alla FIAT del 1980 preceduta dal ripensamento “virtuoso” del sindacato (svolta dell’EUR del 1978) e dell’ala migliorista della sinistra politica segnano la fine della tolleranza dei ceti industriali a subire le limitazioni all’accumulazione tipiche di quegli anni ;

b) poi è venuta la medicina posticipatoria del debito pubblico (anni 80 e 90). Non c’erano più soldi ma si faceva finta che vi fossero stampando carta moneta e creando la montagna del debito pubblico che oggi ci schiaccia; tutti erano contenti, specialmente i sindacati che potevano far finta di non vedere il declino della struttura industriale del Paese che gettava le premesse per il ridimensionamento secco dell’Italia nel novero delle potenze industriali. In particolare, i sindacati stessi teorizzavano la fine del lavoro operaio diventando il bacino di raccolta di pensionati e di impiegati pubblici. Sono stati anni di grandi ristrutturazioni industriali sotto la spinta della rivoluzione tecnologica creata dalla diffusione dei microprocessori. Per la prima volta nel corso della storia del capitalismo il capitale variabile, specialmente quello fatto di assets immateriali (marchi, brevetti, ecc.) cominciava ad assumere un valore monetario uguale se non superiore alle immobilizzazioni industriali). Tutta la logistica era rivoluzionata dall’abbattimento de i costi di trasporto delle merci. La produzione era fatta con sistemi just in time che espungevano costi collaterali e davano luogo ad imponenti fenomeni di outsourcing, esternalizzazioni di lavorazioni a imprese terze, spesso ai limiti della legalità quanto a trattamenti salariali e normative di garanzia ).
Tutto ciò ha dato luogo ad imponenti fenomeni di disoccupazione tecnologica strutturale che rappresentano il vero nodo dei drammi che oggi viviamo. E ciò vale soprattutto per i giovani. Tutto ciò era prevedibile che accadesse ed era stato preveduto da pensatori autorevoli anche se eclettici o eterodossi (in primis, A. Gorz, sociologo austro-francese che, sin dal 1969, teorizzava una risposta a base di riduzioni dell’orario di lavoro a parità di salario).

c) oggi, dopo la vittoria culturale e politica del capitalismo, la medicina del debito pubblico è stata squalificata.. L’Unione Europea, sorta sul nobile presupposto di affratellare i suoi popoli dopo la grande tragedia della seconda guerra mondiale, ha fatto della contabilità, dell’equilibrio dei conti pubblici, la sua unica cifra culturale, la sua unica “mission”. Gli stati altro non sono che delle aziende con un budget di spesa da rispettare ed un bilancio da far quadrare;

d) le banche e i grandi investitori, istituzionali e non , vogliono che si tengano i conti in ordine e non vogliono perdere i soldi tanto generosamente prestati nella fase sub b). Così pretendono interessi sempre più alti per porsi al riparo dai rischi di default che essi hanno creato e che sempre minacciano. La cosa più eclatante è che continuano a comprare i titoli dei debiti dei vari stati, più o meno inguaiati, con i soldi generosamente elargiti dagli stessi attraverso la BCE a costi ridicoli. Una sorta di commedia delle parti in cui il fine ultimo è quello di spogliare di legittimità ogni richiesta politica di intervento dello Stato nel mercato a tutela dei cittadini massacrati dalle contraddizioni creati da questi soggetti. Oggi i cittadini non devono contare sullo Stato, se vogliono sopravvivere e consumare (perché devono consumare, specie il superfluo creato da un sistema economico che pretende di non aver nessuno aggancio con le esigenze della società. La pressante richiesta di modifica dell’art.41 della Costituzione si spiega molto chiaramente in questa luce);

vignetta di Christian Demarta

e) siamo, quindi, giunti al biocapitalismo (Marazzi)(2) in cui sono le nostre stesse persone che consentono la riproduzione del sintema economico. Le persone senza salario o con salario insufficiente si indebitano facendo fruttare il capitale finanziario che, generosamente, ti da i soldi anche se non sei in condizione di restituirli ( a questo ci pensano le assicurazioni su rischi di insolvenza, pagate dagli stessi percettori dei prestiti; poi, i debiti inesigibili si possono cartolarizzare come hanno fatto, in passato, tutte le nostre banche, salvate dalla possibilità di far diventare crediti i debiti. Magie che valgono solo per questi signori che sono riusciti a guadagnare anche con la bolla dei cosiddetti “subprime”!) ;

f) fare i soldi solo con i soldi questo è il significato profondo delle seriose riunioni di questi stimabili personaggi che vediamo sfilare in televisione, Monti compreso. Tutto il resto sono briciole. Il senso di tutto ciò è che bisogna tirare la cinghia per continuare in questo stato di cose;

g) molte cose si potrebbero fare, dalla Tobin tax alla fine della possibilità di transazioni finanziarie senza coperture immediate di denaro, al divieto dei soliti giochetti di borsa tipo contrattazioni a termine, scommesse sui prodotti finanziari derivati, sui derivati dei derivati, ecc ecc.). Inoltre, si potrebbe ripristinare la vecchia ed aurea regola (inventata dopo i crack bancari degli anni 30) per cui è vietato il sistema delle banche miste che fanno di tutto, dal prestito a breve all’impresa , alla finanza, al credito a lungo termine ecc. Insomma, ripristinare la sana e buona vecchia legge bancaria del 1936, riveduta e corretta. Di ciò sta discutendo, senza successo per ora, persino il buon Obama, un vero rivoluzionario socialista!

h) Tutto ciò consentirebbe anche di affrontare i veri nodi dell’economia reale occidentale messa in crisi dalle economie dei paesi emergenti e dai trasferimenti di know how attuati dalle stesse imprese occidentali all’epoca delle grandi dislocazioni in quei territori, attirate dalla possibilità di utilizzare forza lavoro a prezzi bassissimi e dall’assenza di ogni vincolo di carattere ambientale e normativo;

i) insomma, tocca a noi difendere il capitalismo da se stesso sempre ammonendo e ricordandoci che esso, insieme al mercato, è un prodotto sociale e non naturale o divino come opportunamente ed autorevolmente ricordato (discorso di sant’Ambrogio del cardinale arcivescovo di Milano). Il che implica automaticamente la legittimazione di ogni intervento di natura politica o giuridica a vantaggio del bene sociale pur senza arrivare a rimpiangere sistemi sociali e politici ( i cosiddetti socialismi reali) squalificatisi e bocciati dalla storia principalmente a causa di se stessi.

j) la politica nostrana nulla dice di credibile al riguardo e lascia il Paese in preda a tensioni che, se non organizzate ed incanalate, assumono la consueta forma plebea a cui assistiamo in questi giorni.

k) l’art 49 della Costituzione recita “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” L’art. 49, in realtà, non fotografa più la realtà esistente. L’art.49 dovrebbe essere il contraltare ad una visone meramente liberistica ed individualistica delle garanzie e dei diritti e del cittadino. Segnala la necessità della dimensione collettiva dell’agire sociale e politico. Senza di ciò siamo solo un gregge di consumatori di oggetti, fatti, sentimenti, preconfezionati dal grande supermercato della modernità. L’art.49 è stato di fatto abrogato e allo stato non si vede niente che non sia scomposto agitarsi .

Da dove ripartire rimane sempre i problema dei problemi. E ciò specialmente per una responsabilità verso chi ci seguirà e nei cui confronti siamo stati così clamorosamente inadempienti, sul piano morale prima ancora che su quello economico.
In sintesi, ancor oggi, per noi, dovrebbe valere l’invito che da il titolo ad uno degli ultimi libri di un nostro grande economista, Claudio Napoleoni, troppo precocemente scomparso: CERCATE ANCORA!


Note
  1. al momento della composizione 4-2-2012 ore 17.31  il valore è 377. Il valore aggiornato è qui
  2. Il biocapitalismo può essere definito come la messa a valore della materia biologica e del vissuto psichico degli individui [...] Il biocapitalismo oltrepassa l’idea dello sfruttamento del lavoratore salariato o precario per spingersi verso l’uso dell’essere umano come identità da manipolare a pagamento (chirurgia estetica), come vettore di mode monetizzabili (il fruitore di media e costrutti simbolici), come materia biologica da brevettare (ingegneria genetica), come vissuto da “riempire” e a cui trasferire senso (l’entertainment e l’industria culturale). [...] Il biocapitalismo non punta a contrattare un costo di acquisto o un prezzo finale, ma a persuadere verso l’accettazione di un modello di vita.  Per l’articolo completo si veda il blog di Biagio Carrano
Fine delle Note

Categorie: Informazione libera

Quattordici miliardi di cristiani

ByoBlu - - 05/02/2012 23:44


 Chi segue il blog sa che, di tanto in tanto, mi drogo pesante e mi inoltro sui sentieri allucinatori delle mie curiosità (prima che ci crediate davvero: non è vero che mi drogo. Era solo una licenza poetica). Così, lo scorso 2 novembre 2011, mi chiesi quanti esseri umani avessero mai vissuto sulla Terra.

 Dopo avere percorso miglia e miglia digitali, a piedi e sotto il sole cocente delle radiazioni catodiche, raggiunsi un luogo di pazzi scatenati come me che si erano fatti la stessa domanda e avevano effettuato lo stesso calcolo: il Population Reference Bureau. Risultato? 108 miliardi di homini sapiens sapiens, compresi i 7 miliardi attuali. Per la precisione, 107.602.707.791 persone erano nate a far data dalla notte dei tempi. Poco più di cento miliardi, tuttavia, erano già anche morte. Il che gettava una inequivocabile luce sinistra sull'esito finale di tutti i miei affanni.


 Ieri (ndr: tre mesi dopo) anche il BBC Magazine si è posto la stessa domanda e ha pubblicato un pezzo con le stesse conclusioni che il Corriere della Sera, oggi, ha immediatamente ripreso a firma del filosofo Giulio Giorello e pubblicato a pagina 23 (qui l'articolo della versione cartacea).

 Sogno un'Italia dove, come avviene comunemente in altri paesi, anche i quotidiani più importanti si fidano dei blog e ne riportano le notizie o le riflessioni più interessanti (per ora quello che sa fare il Corriere della Sera è denigrare, citandoti accuratamente per nome e per cognome, oppure approvvigionarsi di notizie senza linkare la fonte).

 Anche perché io avevo fornito qualche dato aggiuntivo: incrociando alcune fonti e sviluppando ulteriori calcoli avevo determinato il numero esatto di cristiani che, tra questi 108 miliardi, riferendosi alla nostra Terra avevano calpestato "la sua cruenta polvere", pervenendo alla conclusione che fossero senza ombra di dubbio alcuno esattamente 14.034.561.083, compresa la folgorazione sulla via di Cologno Monzese di Paolo Brosio. Ovvero: quattordici miliardi di "cristiani" battezzati nel senso letterale del termine.

 Chissà che il Corriere della Sera non voglia fare un pezzo anche su questo, anche se non l'ha letto sul BBC Magazine.



Categorie: Informazione libera

Paulo Coelho: piratate i miei libri!

Luogo comune - - 05/02/2012 21:40



Coelho è uno scrittore di fama mondiale con più di 130 milioni di copie vendute.

Recentemente sul suo blog ha voluto affrontare il discorso della proposta americana SOPA e più in generale il tema della pirateria. Una sua frase ha fatto il giro del web "Pirati del mondo, unitevi e piratate tutto quello che ho scritto!".

Questa presa di posizione inusuale tra gli autori e detentori di "proprietà intellettuale" di successo è molto interessante e meritevole di essere letta.

Quella che segue è la traduzione dell'intervento sul suo blog.


Quello che penso del S.O.P.A.
di Paulo Coelho

Categorie: Informazione libera

Italianate

Mente Critica - - 05/02/2012 17:21


Io non mi meraviglio affatto che la giustizia italiana sia così tenera nei confronti degli stupratori di gruppo. Si, lo so che scostando il velo pietoso che copre la decisione della Cassazione c’è un delicatissimo pizzo a tombolo ricamato sul concetto di costituzionalità di una sentenza pregressa ma alla fine il risultato è comunque sgradevole. Si ha la sensazione che la giustizia, in questi casi, si comporti come una mamma e la mamma dello stupratore di solito crede al figlio e non alla puttana che lo ha inguaiato.

MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?

(dal blog di Franca Rame)

Gli uomini, se fanno questo tipo di domande è perché pensano che lo stupro di gruppo sia una cosa sessuale. Pensano alle gang bang dei film porno, con le maiale che più ne prendono in tutti i buchi e meglio stanno. Anche le mamme degli stupratori pensano che il figlio sia in carcere per qualcosa di sessuale durante il quale si è divertita più la sgualdrinella che il suo bambino.

 …Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano…

(dal monologo di Franca Rame)

Lo stupro di gruppo non è niente di sessuale, è sempre una punizione, un atto di violenza pura, un atto di GUERRA. Un’alternativa all’omicidio a volte ancora più letale. E’ qualcosa che devasta, squarcia, lacera il corpo e la mente. Per la vittima è un’esperienza talmente orribile che, non a caso, quando gli uomini la subiscono – e in guerra succede a chi la perde, come nelle carceri e nei luoghi di segregazione, ai danni di disabili fisici e mentali o maschi percepiti dal branco come sottomessi perché, ad esempio, omosessuali – la rimuovono completamente, non ne parlano, lo negano come eventualità e, per difendersene, la fanno diventare un fatto sessuale che riguarda solo le donne e che non è poi così grave. Qualcosa di leggero e divertente o perfino esteticamente artistico se riprodotto a ritmo di “Singin’ in the rain” o fotografato – in versione gay – per una campagna pubblicitaria modaiola.

Invece, l’essere stati violati è qualcosa che ti condanna ad una premorte che durerà tutta la vita. Ti rimarrà sempre dentro quel dolore, la fitta dell’umiliazione, la disperazione della rabbia di non esserti difesa ed essere stata difesa. Il ricordo del tuo dolore e di loro che invece ridevano. Di te.
Come potevano ridere? Perché era la gioia di farti del male e di farlo anche al tuo compagno, a tuo padre, al tuo capo di Stato che stava perdendo la guerra, quel coglione. Perché loro pensano che lo stupro di gruppo sia soprattutto una vendetta trasversale della quale a soffrire sarà il maschio ferito nell’onore. La donna è solo un mezzo. Se dopo schiatta o sopravvive ma distrutta, sono solo dettagli.

Lo stupro di gruppo come punizione e atto di guerra nei confronti di avversari politici. L’ideale, se questi sono donne da colpire al cuore.

Volevano dare una lezione a Franca Rame e scelsero il modo più efficace per farlo. Qualcuno brindò in una caserma, alla notizia del rapimento dell’attrice. Dello stupro si parlò solo anni dopo ma, chi sapeva, sapeva esattamente cosa era successo. Terrorismo, marocchinata di Stato. Un tocco di regime sudamericano nei nostri fottuti anni settanta. I soliti che a volte ritornano.
Poi l’altro stupro di gruppo punitivo, nel 1979, ai danni di Lucia Luconi, regista RAI, che solo di recente aveva deciso di pubblicare il libro nel quale raccontava la sua atroce esperienza, scritto appena pochi mesi dopo quei venticinque minuti di quella notte. Libro oltretutto difficile da pubblicare  perché, secondo le case editrici, era troppo violento nei confronti dei maschi. E poi quarant’anni dove, nella percezione istituzionale dello stupro di gruppo come crimine assoluto, non è cambiato nulla, nonostante il Circeo, nonostante i tanti episodi di cronaca. Non c’è certezza che sia avvenuto lo stupro, non siamo sicuri, ipergarantismo per gli accusati. Non in carcere, per carità, che potrebbe succedere anche a loro. Benevolenza, pignoleria nell’applicare la legge. Pizzo a tombolo.
Non hanno coraggio di condannare senza appello un atto di guerra perché siamo in guerra.

Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.

  (dal monologo di Franca Rame)

Categorie: Informazione libera

Presidenziali in Finlandia: un ecologista al ballottaggio

Mente Critica - - 05/02/2012 13:05


Il 5 febbraio si svolgerà il ballottaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica di Finlandia dopo che nel primo turno del 22 gennaio è emerso che a fronteggiare Sauli Nimisto, della destra liberale moderata (KOK), non sarà ne il candidato di centro Paaro Vayvynen , ne il socialdemocratico Paavo Lipponen, ma il verde Pekka Haavisto.

Se Nimisto ha raggiunto il 37%, al di sotto delle aspettative, Haavisto ha inaspettatamente superato, con quasi il 19% Vayvynen, fermo al 17,5%, mentre Lipponen si è fermato al 6,7%. Per quanto non sia facile, l’eventuale elezione di un verde alla Presidenza, sarebbe il primo caso in Europa di un Presidente apertamente omosessuale regolarmente unito civilmente al suo compagno. Ma la presenza di un candidato gay alla presidenza è passata pressoché inosservata nel corso della campagna elettorale senza che se ne facesse argomento di scontro. La stessa Presidente uscente, la socialdemocratica Tarja Halonen, si era più volte schierata in difesa dei diritti LGBT, sostenendo apertamente anche i matrimoni omosessuali, resi legali nel paese dal 2002.

( il Parlamento Finlandese di 200 membri eletto nel 2011)

Le vere novità del voto sono altre: la prima di tutte il forte ridimensionamento delle forze antieuropeiste, nazionaliste e xenofobe che solo un anno fa, nelle elezioni politiche, avevano avuto un notevole successo con il forte risultato degli euroscettici populisti, più noti come Veri Finlandesi, il cui candidato Timo Soini si è fermato al 9,5 %, meno della metà del risultato ottenuto un anno fa. Negli ultimi anni l’equilibrio fra i partiti di centro e di sinistra moderata e lo scontro con le emergenti coalizioni di estrema destra ed euroscettiche ha portato all’alleanza di quattro partiti , verdi compresi, al governo del paese.
La seconda novità è la conferma della crisi dei socialdemocratici che hanno più che dimezzato i voti, mentre i verdi li hanno raddoppiati ed un discreto successo, specie fra i giovani, l’ha avuto anche l’Alleanza di Sinistra che ha raggiunto con Paavo Arhimäki il 5,5%.

I giornali estoni, norvegesi, inglesi, parlano del voto soprattutto come di un referendum a favore dell’Unione Europea, scrivendo che la crisi economica e la tradizione di solidarietà e pragmatismo dei paesi nordici stanno già ridimensionando le tentazioni euroscettiche e xenofobe di partiti che comunque non sono mai stati ammessi al governo.

Il verde Pekka Haavisto, che è stato già ministro nel governo di grande coalizione ed è da tempo uno dei leader della Lega verde, è una figura nota in Europa. Il candidato dei verdi ha una lunga carriera politica alle sue spalle; oltre che il ruolo di ministro ha avuto un percorso di alto profilo all’interno dell’Onu.
Haavisto è stato un membro del parlamento dal 1987 fino al 1995. È stato segretario della Lega Verde dal 1993 al 1995 e ministro dell’ambiente durante il Governo Lipponen tra il 1995 e il 1999. È stato il primo ministro europeo a rappresentare un partito verde. Tra il 1999 e il 2005 Haavisto ha lavorato per le Nazioni Unite. Ha condotto il gruppo di ricerca per il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in Kosovo, Afghanistan, Iraq, Liberia, Palestina e Sudan. Ha inoltre coordinato le investigazioni dell’ONU circa gli effetti dell’uranio impoverito in Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia e Erzegovina. Nel 2005 è stato inserito come speciale rappresentante dell’Unione Europea in Sudan dove ha partecipato alle trattative di pace nel Darfur. Nel 2007 e nel 2011 Haavisto è stato rieletto nel parlamento dal distretto elettorale di Helsinki dove i Verdi avevano ottenuto nel 2000 fino al 23%.

Sul problema del nucleare c’è un dibattito aperto nel paese e fra gli ecologisti, che per dissidi sul tema per un certo periodo hanno abbandonato il governo. Nel paese sono presenti due impianti con quattro reattori e sono abbastanza note le vicissitudini dell’impianto in costruzione a Olkilmoto, i cui costi e tempi di realizzazione continuano a essere spostati in avanti fino al punto che una delle due società coinvolte, la Siemens , ha abbandonato il progetto rimasto tutto in mano alla EDF francese.

I risultati del primo turno, in buona parte inaspettati , dicono che la crisi delle destre ed un sostegno compatto ad Haavisto rendono ancora aperto il risultato al ballottaggio nel secondo turno, malgrado il distacco fra i due candidati. Sarebbe un buon segno per l’Europa, in attesa delle elezioni in Germania del 2013 dove una coalizione rosso-verde resta al momento vincente nei sondaggi e riporterebbe i Grünen al governo dopo dieci anni, mandando a casa Angela Merkel che ha annunciato che si ricandiderà per la terza volta.

Categorie: Informazione libera

Notte nel Quadrante Occidentale

Mente Critica - - 05/02/2012 12:00


Mustafà

Il suo vero nome non è Mustafà. In realtà non è nemmeno musulmano, ma è nero e questo per molti è più che sufficiente.

Appena sente lo stridio dei pneumatici e vede i napoletani scendere dalla macchina, non si ferma a pensare nemmeno un attimo. Inizia a correre veloce nelle strade buie e vuote della periferia remota della città di nebbia.

Nella tasca porta i cento grammi. I cento grammi che per lui sono più di un biglietto aereo. Sono la certezza di ricominciare e dimenticare questa vita per sempre. Sente i napoletani parlare ad alta voce e risalire in macchina, sente sbattere le portiere e il motore rombare. Mustafà corre. Corre leggero come ha imparato a fare da bambino negli spazi immensi e gialli di un altro pianeta. Corre come meglio non sa fare. Se ci fosse qualcuno a segnare il tempo della sua corsa penserebbe di avere di fronte un campione.

Poi sente l’urto della macchina e cade. “Te vulive fa e cazzi tuoi?, che te credivi e sta a casa toia?”. Mustafà si sente afferrare e qualcuno inizia a frugarlo. La gamba non gli fa male, apre la bocca per gridare, ma non riesce a farlo. Mentre iniziano a prenderlo a calci si accorge di essersela fatta addosso.

Dura poco. Il viso dell’uomo con la pistola è calmo e senza odio. I suoi occhi sono lontani ed indifferenti. Non sente il rumore dello sparo. La palla che gli fa esplodere la testa disegna sulla sua bocca un ampio sorriso. I suoi denti bianchissimi aprono una lama fredda nella notte finalmente silenziosa.

Wimal

E’ veramente tardi. Fargli prendere le gocce è la cosa più difficile. Il cavaliere vive la sua ultima vecchiaia con forza disperata. Il sapore della medicina è pessimo. Wimal prima di dargliene una nuova ne assaggia sempre un pochino, giusto per capire se lui fa i capricci o se il sapore è veramente cattivo.

Si avvicina alla poltrona. Il vecchio sta sonnecchiando. Wimal è piccolo ed ha il passo molto leggero, però stavolta fa di tutto per farsi sentire. Il cavaliere si sveglia e lo guarda con gli occhi vuoti. Poi vede il bicchiere e inizia a smaniare. Wimal si ferma e prende un lungo sospiro. Ora c’è da dare la medicina, dopo bisogna svestirlo, lavarlo e mettergli il pigiama. Poi fra un paio d’ore, dopo aver rassettato la cucina e il salotto, forse riuscirà a leggere qualche altra pagina di quel libro che parla di un uccello dalle piume azzurre e del suo canto in onore della principessa.

La lotta inizia silenziosamente. Wimal, stando attento a non forzare per non fargli male, cerca di avvicinare il bicchiere alla bocca del vecchio. L’altro gira la testa e cerca di non bere. Alla fine gran parte del liquido riesce ad entrare nella bocca del cavaliere che, in un ultimo tentativo di resistenza, strappa il bicchiere dalla mano di Wimal e lo fa cadere.

Il vecchio vede il bicchiere rompersi e inizia a piangere. Wimal gli sorride e gli dice di non preoccuparsi. Quando si china a raccogliere i cocci, sente la mano del cavaliere carezzargli la testa. L’uomo lo chiama col nome del figlio e continua a carezzargli i capelli scurissimi. Wimal prende la mano del vecchio e, come faceva con suo padre, la bacia prima di riporgliela dolcemente nel grembo.

Constantin

Gli altri due sono sull’altro lato. Al segnale entrano tutti insieme. Il rumore non ha importanza, la casa è isolata, l’importante è bloccare tutti prima che riescano a telefonare.

Ora sono dentro. Nicolai è in camera da letto. Con un colpo ha stordito il marito. Max ha iniziato a frugare la casa per vedere se c’è qualcun altro. Constantin ha già l’affanno, ma sale lo stesso al piano di sopra. Nessuno.

Mentre cammina zoppicando ed inghiottendo saliva, sfonda e sfascia tutto quello che trova. Ormai ha capito che a lui non interessa cercare, interessa solo distruggere. Constantin è cresciuto in una fogna di Bucarest, aggrappato ad un tubo delle condutture di acqua calda per mantenersi caldo e respirando aurolac per stordirsi. L’aurolac lo ha reso quasi cieco. I suoi amici di allora lo hanno reso zoppo e senza denti. Constantin ha 19 anni, ma è come se ne avesse settanta.

Quando arriva in camera da letto, gli altri due si stanno facendo la donna. L’uomo è legato e guarda la scena con gli occhi sbarrati. A Constantin la donna non interessa. Nel breve percorso della sua vita, da qualche parte ha perso la voglia. Prende la mazza che porta sotto la giacca e con tutte le sue forze colpisce la testa dell’uomo. Mentre il sangue si sparge sul muro e sul letto, Constantin continua a colpire. Ed ad ogni colpo è come se avesse cinque anni di meno.

Oxana

Nello stesso momento nel quale la macchina azzurra con i lampeggianti accesi si ferma vicino a lei, Oxana capisce che questa sera è uscito il suo numero. Le altre si sono allontanate velocemente. Le macchine dei clienti sono scomparse. Si guarda in giro per vedere se c’è un posto dove nascondersi, ma sarebbe inutile mettersi a correre. Se stasera non paga il dazio, ha finito di lavorare lì.

Guarda dall’altro lato della strada. L’uomo appoggiato al muro continua a fumare lentamente, alza gli occhi, la guarda e fa un piccolo cenno d’assenso. Le porte della macchina azzurra si aprono. Gli uomini in divisa hanno dei larghi sorrisi. La chiamano e la invitano ad entrare.

Oxana è in ginocchio. In bocca ha ancora il sapore di uno dei due. L’altro non c’è riuscito. Si è arrabbiato con lei e ha voluto pisciarle addosso. La macchina azzurra si allontana con i lampeggianti che girano lentamente. Lei raccoglie lo scialle e cerca di asciugarsi il viso e il seno. Ha una sola parola che continua a girare nella sua testa.

Resistere, resistere, resistere.

Categorie: Informazione libera

La spirale del debito pubblico

Luogo comune - - 05/02/2012 11:00

Aggiornamento: aggiunta in coda la risposta di Ashoka ad una tipica obiezione sulla solvibilità del debito.

di Marco Bollettino

In un articolo precedente sostenevo come la massima “pagare tutti per pagare meno” sia fondamentalmente sbagliata. Ho mostrato alcuni grafici che illustravano come a fronte di maggiori entrate dovute al recupero dell’evasione, i governi tuttavia continuavano ad aumentare la pressione fiscale, anziché diminuirla. Avevo concluso dicendo che le maggiori entrate non vanno mai a ridurre lo stock di debito esistente ma vengono subito assorbite in nuove voci di spesa.

In sostanza il Leviatano, più viene nutrito, più chiede cibo.

C’è però chi contesta questa visione ed afferma che se il governo italiano non può diminuire le tasse, ciò non è dovuto al fatto che spende in maniera irresponsabile, anzi. Si fa notare come i nostri ultimi governi, a partire da metà anni ’90, abbiano mantenuto in attivo il bilancio primario e quindi abbiano sempre speso meno denaro di quanto incassato dal contribuente.

Categorie: Informazione libera